29 gennaio 2008

Temi di Storia e di Diritto

Luigi mi chiede lumi sull’approccio per i temi di Storia e di Diritto.

A mio avviso il miglior approccio e’ un mix tra i due approcci suggeriti, quello nozionistico e quello “narrativo”.

Occorre dimostrare che in relazione alla traccia del tema si conoscono i fatti storici principali sapendo collegarli ed intepretarli tra loro.

Un esercizio a suo tempo fatto (faticoso ma utile) fu di scrivere in quaderno i fatti salienti in un arco di tempo (es. 1919-1940) registratisi nelle relazioni tra due paesi (spesso infatti le tracce chiedono di delineare proprio cio'). Esempio: relazioni franco tedesche tra il 1919 ed il 1932; relazioni anglo-italiane 1922-1938, ecc.

Per affrontare con sicurezza il tema di Storia e’ necessario integrare alla conoscenza generale fornita dal manuale (quello del Prof. Di Nolfo ad esempio) vaste letture monografiche, in particolare sulla politica italiana. Ricordo che in occasione del mio esame orale fui tempestato di domande sulla politica italiana tra il 1918 ed il 1922.

Consiglio anche di trovare buoni testi che inquadrino le relazioni internazionali su aree geografiche specifiche (Medio Oriente, Asia, America latina, Africa).

Per quanto riguarda il Diritto Internazionale allo studio dei manuali va affiancata la lettura della giurisprudenza (ad es. le piu' celebri sentenze della Corte Internazionale di Giustizia). Sono piccoli capolavori (nel loro genere) ed inquadrano, in particolare nel caso delle dissenting opinions gli aspetti salienti di un tema (es. la responsabilita', ecc.) piu' efficacemente di un manuale.

Un consiglio infine che per due volte nel mio caso si rivelo’ vincente. Verificare la pubblicistica del professore di diritto membro in commissione. Spesso gli argomenti dei temi dei concorsi riflettono la sua expertise su alcune specifiche materie.

28 gennaio 2008

Se il diplomatico veste Napoli

Rinvio ad uno tra i numerosi commenti letti sulla nomina di Jim Glassman a Undersecretary of State for Public Diplomacy and Public Affairs.

L’incarico – una sorta di zar delle pubbliche relazioni del governo americano - e’ considerato una mission impossible. Cio’ soprattutto perche’ Washington si e' finora limitata a meri esercizi di spin doctoring, non accompagnati da effettivi e sostanziali cambiamenti degli indirizzi piu' discussi della sua politica estera, e dunque, gia' in partenza, condannati al fallimento.

Dal 2001 – con scarso successo - si sono cimentate nel compito di proiettare una immagine migliore dell'America due donne, Charlotte Beers esperta di pubblicita’ e comunicazione e Susan Hughes, texana molto vicina al Presidente Bush.

Ma il punto di questo post non e’ questo. Un commento della WP si sofferma su una qualita’ forse non indispensabile per l’approvazione della sua nomina da parte del Senato americano ma tradizionalmente ricondotta (in maniera un po' convenzionale, se non caricaturale) al bagaglio delle qualita' ideali del diplomatico: l'eleganza.

Glassman sarebbe infatti uno degli uomini piu’ eleganti di Washington distinguendosi per un impeccabile fashion sense e per la predilezione per gli abiti sartoriali italiani, in particolare di scuola napoletana.

L’ammirazione per i sarti partenopei, secondo la WP, farebbe di Glassman l’ispiratore di questo brillante e complessivamente lusinghiero articolo su Napoli scritto dal guru neo-con Michael Ledeen, ben noto in Italia. Lo posto anche per dimostrare che l'immagine di Napoli nel mondo (attualmente ai minimi storici per via dell'immondizia) non e' solo negativa.

Per restare in ambito sartoriale, la rivista Monocle dedica una rubrica all’interpretazione del fashion sense degli uomini di Stato, ricca di spunti antropologici.

Gustoso e’ il ritratto del Presidente iraniano Ahmadinhejad il cui giubbottino di produzione cinese dal costo meno di 10 dollari (l'“Ahmadinhejacket”) rappresenterebbe la sintesi sartoriale del suo peculiare populismo

25 gennaio 2008

Del sesso delle nazioni

Mi piace leggere il blog di Simon Anholt, esperto di nation branding.

Piaccia o no alla brillante autrice di No Logo ,Naomi Klein, anche le nazioni sono oggi omologate a marchio, brand.

Esito a ridurre un'idea (l'Italia), un paese cosi' complesso, pluridimensionale come il nostro a marchio. Tuttavia, nel lavoro diplomatico molta importanza hanno le percezioni. Inoltre, il diplomatico, nel suo impegno quotidiano, nel promuovere le politiche del suo Paese, "vende" qualcosa, spende un'immagine.

All'estero mi trovo dunque a rappresentare un prodotto (l'Italia) che, come nella borsa, ora sale, ora scende. Il brand italiano ricevette ad esempio un boost con la vittoria ai Mondiali di calcio tedeschi. Le immagini della spazzatura che sommerge Napoli, come facilmente immaginabile, danneggiano gravemente la nostra imagine, il nostro brand.

Ma torniamo a bomba. Anholt nel suo piu' recente post sostiene che alla brand America farebbe bene un candidato con meno testosterone e piu’ estrogeno. In sostanza, meno uomo e piu’ donna. Direte: Simon tiene per i democratici e tifa Hillary. Invece no. Secondo lui Barack Obama e’ piu’ femminile della Clinton e proietterebbe un’immagine dell’America piu’ rassicurante e meno contundente con positivi ritorni di percezione nell'opinione pubblica mondiale.

Questa analisi conduce ad alcune considerazioni. La piu’ immediata, e forse anche la piu’ banale, e’ perche’ le donne per competere ed affermarsi debbano assimilare alcuni tratti - non necessariamente i migliori dell’uomo.

Un’altra e’ connessa al sesso delle nazioni, concetto implicito nell'analisi di Anholt. Anni fa lessi un interessante articolo sull’International Herald Tribune in cui si catalogavano le nazioni in base al gender .Secondo l’articolo, Stati Uniti e Germania per via non solo della loro storia ma anche di certe loro produzioni (missili, carri armati, acciao, treni, birra, ecc.) sarebbero percepite come nazioni maschie. Idem Russia (petrolio, armi, vodka) e Regno Unito (impero, finanza, whiskey). Italia e Francia invece (associate a moda, football, vino) sarebbero femmine.

Per una nazione essere maschio o femmina costituisce un handicap/vantaggio?
Una risposta sessista e politicamente scorretta darebbe le nazioni maschie avvantaggiate. Tuttavia cio’ non e’ necessariamente vero ai nostri giorni in cui si considera il soft power uno strumento piu' efficace della mera forza militare per acquisire influenza, rispetto, considerazione e leverage diplomatico.

23 gennaio 2008

Il mio concorso

Sono grato a quei lettori che - privatamente - mi hanno finora manifestato apprezzamento per avere aperto il blog. Cio’ mi conforta sulla necessita’ di un canale di comunicazione con chi si appresta ad una delle prove piu’ selettive della pubblica amministrazione.

Nel sistema scolastico italiano lo studente e’ spesso abbandonato a se stesso. Si cimenta nelle sue prove in solitudine. Successi e fallimenti si consumano in un alienante isolamento.

Dietro alla mia decisione di scrivere il blog c’e’ la consapevolezza di aver ricevuto tanto da questa Carriera e il desiderio di condividere la mia esperienza aiutando qualcun altro a farcela.

Quando preparai il mio concorso ero anche io solo. Completati gli studi, frequentato un corso di preparazione agli scritti, mi ritrovai in solitudine con tanti manuali e con mille dubbi. Era davvero questa la mia strada?

Della Carriera avevo una idea abbastanza approssimativa. Durante gli ultimi due anni del mio corso di laurea in Scienze Politiche avevo avuto modo di incontrare i testimonial che il MAE inviava nelle facolta’ italiane per promuovere lo sbocco professionale Farnesina. La conferenza di un ambasciatore a riposo (se la memoria mi soccorre il suo nome era Sergio Cojancich) mi convinse che questo poteva essere un sentiero praticabile.

Non mancarono momenti di scoramento. Intanto, non superai il concorso al primo tentativo, ne furono necessari due. Al primo esame, fallii (di pochi decimi) la prova di economia e pur avendo abbondantemente superato tutte le altre non fui ammesso agli orali.

Il contesto non era necessariamente favorevole. A parte i miei immediati cari che non mi hanno mai fatto mancare sostegno, un certo scetticismo circondava il mio impegno. Una domanda che mi era frequentemente rivolta era chi conoscessi alla Farnesina (non sono figlio d’arte). Si intendeva implicitamente che solo una raccomandazione mi avrebbe aperto le porte del Ministero degli Esteri.

La prova fu dunque “character building”. In Italia manca quella invidiabile qualita’ degli americani, la “can do attitude”. Se dici che la tua ambizione e’ diventare Presidente ti dicono “go for it”. In Italia se punti in alto spesso ti ridono in faccia e ti zavorrano di pensiero negativo.
Credo che da questo atteggiamento - a livello micro – derivi lo spleen esistenziale, la macronegativita’, la sfiducia, che tanto stanno condizionando il Paese in questi anni.

Col senno di poi credo che la mia carta vincente sia stata quella che italiani cinici e disincantati di oggi definirebbero ingenuita’. Credevo – credo ancora oggi –che l’Italia non e’ necessariamente il paese delle raccomandazioni. Se vali veramente il sistema ti premia. La mia esperienza personale lo prova.

Il concorso per l’ingresso nella carriera diplomatica e’ un concorso pulito e l’Amministrazione degli Affari Esteri e’ ancora – malgrado tutto – sostanzialmente sana.

Al mio lettore, uomo o donna, il mio consiglio e’: insisti. Guarda in te stesso, credici e persevera.

22 gennaio 2008

Stage alla Farnesina: servono?

La Farnesina ha dal 2001 avviato una Convenzione con la Conferenza dei Rettori Universitari italiani (CRUI) che consente la possibilita’ di svolgere stage trimestrali presso gli uffici ministeriali. Ben 66 atenei italiani partecipano alla Convenzione. Nel 2007 1238 studenti hanno fatto stage in Italia ed all’estero (erano stati solo 77 nel 2001).

Una premessa di carattere generale. Negli ultimi anni, sempre di piu’, l’Italia si e’ trasformata in una “Repubblica fondata sullo stage”, per parafrasare la nostra Costituzione. Questa tendenza, collegata ad una generale precarizzazione dei rapporti di lavoro, ha talvolta fatto dell’esperienza stagistica una sorta di limbo para-professionale che cela situazioni al limite dello sfruttamento. Insomma, la parola stage ha assunto una connotazione negativa.

Fortunatamente questo non e' il caso dello stage al MAE anche perche’ le sue condizioni temporali sono chiaramente determinate e ben regolamentate e a tutela dello stagista.

Lo stage puo’ dunque effettivamente costituire una utile opportunita’ per avvicinarsi alla Carriera diplomatica.E’ un’occasione per avvicinarsi ad uno dei gangli vitali della macchina amministrativa dello Stato, per assorbire la cultura aziendale e in definitiva per farsi una idea precisa del tipo di vita e di carriera che attende chi entra nei ranghi della Farnesina.

Il successo dello stage dipende secondo me da due circostanze:
1) la disponibilita’ del tutor ad aprirsi verso la stagista condividendo il patrimonio della sua esperienza e conoscenza;
2) la sollecitazione da parte dello stagista. Questi deve “spremere” i funzionari, fare domande, mostrare curiosita’, sfruttare al meglio l’opportunita’ offerta dal contatto quotidiano con profili professionali dotati di competenze che hanno pochi eguali nel mondo del lavoro di oggi.

Ho notato che chi dimostra questo atteggiamento ha capitalizzato al meglio l’opportunita’ dello stage nella successiva ricerca di un lavoro.

Nella mia esperienza ho finora collaborato con una decina di stagisti sia in Italia che all’estero. Nell’insieme la mia esperienza e’ positiva sia per quanto riguarda la serieta’ con cui i giovani si avvicinano alla Casa (ed in generale al mondo del lavoro), sia per la valutazione del loro bagaglio professionale. Ho verificato una generale e notevole predisposzione all’informatica (evidentemente legata al fattore generazionale); ottime competenze linguistiche (anche in lingue di difficile apprendimento come arabo, cinese e giapponese).

Ho inoltre registrato una notevole capacita’ di adattamento al particolare contesto lavorativo in cui si svolge lo stage. La struttura del Ministero degli Esteri (per non parlare di quella dell’amministrazione pubblica nel suo insieme) e’ assai articolata e non e’ facile orizzontarsi, interagire (anche sul piano umano) in un microcosmo– talvolta all’estero – quale e’ quello di un ufficio pubblico italiano.

La principale qualita’ richiesta e’ la facilita’ di scrittura. Redazione di lettere, rapporti, studi sono alcune delle attivita’ quotidiane primarie del diplomatico e dunque anche dello stagista distaccato in un ufficio della Farnesina.

Al riguardo, devo anche dire che capacita’ redazionale degli stagisti in cui mi sono imbattuto e’ molto varia: in alcuni casi essa si e’ rivelata molto buona, in altri ho disperato della capacita’ del sistema scolastico italiano di produrre laureati capaci di comporre scorrevolmente (per non dire correttamente) nella lingua di Dante.

Non si puo’ comunque che essere profondamente grati agli stagisti perche’ – a costo zero per l’Amministrazione - offrono un contributo anche in termini di entusiasmo di cui la Casa ha profondo bisogno. L’istituzione dello stage costituisce una iniezione di risorse umane quanto mai necessaria per il MAE. La Farnesina e’ infatti perennemente afflitta da carenze di personale, sia al livello della carriera diplomatica che di quella amministrativa. Gli stagisti forniscono dunque una fondamentale boccata di ossigeno.

Per fare questa esperienza gli stagisti investono tempo e soldi particolarmente quando lo stage si svolge all’estero. Essi dimostrano inoltre una notevole flessibilita’ per quanto riguarda gli orari di lavoro di cui occore pero’ non approfittare

Per tutte queste considerazioni, e’ un dovere della Farnesina valorizzare il tempo e le risorse prestate facendo dello stage una win-win situation e un'occasione che dia valore aggiunto al percorso professionale del neo- laureato.

Per saperne di piu’ sugli stage si possono chiedere informazioni per email (programma.tirocini@esteri.it) all’Istituto Diplomatico del Ministero degli Esteri, il servizio che si occupa della formazione del personale del MAE.

21 gennaio 2008

Coniugi e Diplomazia

Un aspetto poco noto ma cruciale per chi consideri la diplomazia come scelta professionale riguarda il forte impatto che la carriera ha sulla sfera degli affetti ed in particolare sulla famiglia.

Non mi soffermo qui sulle conseguenze sui figli ma soprattutto su quelle sui coniugi.

La vita nomadica del diplomatico entra infatti in conflitto con le ambizioni professionali dei coniugi, costretti sovente ad abbandonare il proprio lavoro a causa della discontinuita’ intrinseca ai frequenti trasferimenti.

Il “chi ti prende?” rivolto al collega De Agostini da una coetanea italiana sintetizza nella sua brutalita’ una realta’di fatto. Quante donne (o uomini) sono disposti ad abbandonare: 1) la propria citta’/patria; la propria famiglia; 3) le proprie ambizioni professionali.

Non e’ dunque un caso che molti colleghi sposino delle donne straniere, spesso in occasione della loro prima sede all’estero.
I problemi in tale caso sono pero’ solo rimandati perche’ a loro volta saranno queste donne (o questi uomini) ad essere sradicate/i dal proprio Paese e a misurarsi con le difficolta’ di integrarsi in altri contesti culturali, linguistici, professionali.

Da un punto di vista generale non aiuta il fatto che una volta trasferiti all’estero risulti praticamente impossibile perseguire opportunita’ di lavoro in loco. Da questo punto di vista l’Italia appare particolarmente indietro rispetto ad altri Paesi (anche comunitari) che trovano modalita’ per coinvolgere i coniugi nel lavoro nelle sedi diplomatico-consolari.

D’altra parte non ci si puo’ ragionevolmente attendere che i coniugi possano trovare esclusiva realizzazione nel volontariato o nella beneficenza – tradizionali attivita’ dei consorti ma non necessariamente attraenti per persone dagli specifici ed elevati profili professionali.

Cio’ determina frustrazioni che si riflettono inevitabilmente nel menage domestico non contribuendo alla tranquillita’ dell’agente diplomatico.
Non e’ un caso che ci sia una percentuale assai elevata di divorzi tra i funzionari del Ministero degli Esteri (sia al livello diplomatico che a quello amministrativo).

L’ideale sarebbe sposare una persona la cui attivita’ (ad es. artistica) possa adattarsi piu’ agevolmente al percorso professionale del coniuge.

A tali importanti problematiche dedica attenzione dal 1978 alla Farnesina l’Associazione dei Consorti dei Dipendenti del MAE.

Va comunque detto che la vita diplomatica puo’offrire alle persone che sanno coglierle opportunita’ uniche di arricchimento sul piano della sfera personale e culturale.

Una simpatica testimonianza al riguardo e’ quella della moglie dell’Ambasciatore tedesco a Washington

18 gennaio 2008

Donne & Diplomazia

La presenza femminile nel servizio diplomatico italiano data dal 1964.

Secondo i dati della Farnesina nel 2006 su un totale di 983 funzionari diplomatici 140 erano di sesso femminile.

Sulla presenza femminile nei ranghi della carriera diplomatica italiana rimando a questa interessante testimonianza dell’Ambasciatore Graziella Simbolotti raccolta da Federico Bastiani.

Nel 2005 Graziella Simbolotti e Jolanda Brunetti Goetz furono le prime due donne a raggiungere il grado di Ambasciatore.

Anna Blefari Melazzi che e’ attualmente il nostro rappresentante a Varsavia ha raggiunto tale grado nel 2006.

Una nota di gender: ci si riferisce a una donna Capo Missione con l’appellativo di Ambasciatore.
Ambasciatrice e’ invece la consorte di un Ambasciatore.

17 gennaio 2008

Prof. Ennio Di Nolfo

Il Professor Ennio Di Nolfo ha risposto alla mia lettera alle Universita’ italiane del 3 gennaio scorso acconsentendo alla pubblicita’ di questo blog presso gli studenti dell' Universita’ di Firenze che preparano il concorso diplomatico.

Rendendomi non piccolo onore, il Prof. Di Nolfo ha inoltre acconsentito alla pubblicazione della sua mail. Estrapolo dunque con il suo consenso il seguente passaggio:

" Concordo con lei sull'importanza del lavoro diplomatico, quando viene svolto con intelligenza delle cose. Perciò molto volentieri darò notizia della sua iniziativa, ai giovani candidati al concorso. Di essa, anzi, mi congratulo.

Le parole del Prof. Di Nolfo sono per me motivo di particolare piacere. Cio’ non solo perche’ provengono dalla piu' alta autorita' italiana in materia di Storia delle Relazioni Internazionali, ma anche perche’ egli fu, una ventina di anni fa, mio memorabile docente presso il “Cesare Alfieri” di Firenze.

Ricordo sempre con particolare piacere le sue lezioni sull'Italia e la politica di potenza europea 1945-1950”, magistrale ricostruzione delle scelte fondamentali della politica italiana del dopoguerra.

Raramente, sia nella mia esperienza universitaria che in quella professionale, ho incontrato un relatore capace di affascinare l’uditorio coniugando la chiarezza dell’esposizione alla lucidita’ dell’analisi. Le sue lezioni, sempre affollatissime, hanno costituito il valore aggiunto della mia esperienza universitaria. Se disponibili, sono certo che sarebbero oggi scaricate con successo su iTunes!

Quando preparai il concorso diplomatico (e prima ancora l’esame di Storia delle Relazioni Internazionali) gli studenti italiani non potevano ancora disporre dell’eccellente manuale scritto successivamente dal Prof. Di Nolfo.

Lettura obbligata era la traduzione italiana del testo francese di Jean-Baptiste Duroselle, libro ricchissimo di dati (e di date) ma in cui, tenendo d’occhio gli alberi, era facile perdere di vista la foresta. In altre parole, si rischiava, memorizzando innumerevoli negoziati, conflitti, trattati e conferenze di pace, di perdere il filo logico degli eventi storici.

Il Prof. Di Nolfo suggeriva allora come lettura complementare del Duroselle quella dell’opera monumentale del suo maestro, Pierre Renouvin, il quale forniva quel che gli anglosassioni chiamano una “narrativa”, una chiave di lettura (peraltro avvincente) degli eventi.

In alternativa alla lettura consigliata del Renouvin ulteriore prezioso consiglio del Prof. Di Nolfo era quello di affrontare lo studio del Duroselle “decostruendolo” (come egli soleva dire di "farlo letteralmente a pezzi"). Presi il consiglio alla lettera, senza pentirmene, sia per il piacere iconoclasta implicito dell’invito, che per l’efficacia didattica del metodo.

La pubblicazione del manuale di storia delle relazioni internazionali da parte del Prof. Di Nolfo ha colmato in Italia una lacuna editoriale e soprattuttto didattica. Praticamente tutti i colleghi piu’ giovani entrati alla Farnesina hanno studiato con successo sul testo del Prof. Di Nolfo. Si avvertiva l’esigenza di una interpretazione italiana che emancipasse gli studenti dalla prevalente interpretazione storiografica francese e/o anglosassone.

Nel ringraziarlo per la cortesia che ha serbato a un suo ex alunno, al Prof. Di Nolfo va il mio grato ed affettuoso saluto.

16 gennaio 2008

Publish and/or perish?

Un gentiluomo, dicono gli inglesi, non dovrebbe mai ne’ scusarsi, ne’ giustificarsi.

Credo comunque di dovere una spiegazione ai lettori di questo blog (spero di averne!) sulla mia decisione di scriverlo in forma anonima.

I funzionari del Ministero degli Esteri devono essere autorizzati per la pubblicazione di interventi su materie collegate al proprio ufficio. All’interno della Farnesina vi e’ un dibattito sull’attualita’ di questa norma. Da un lato la Casa incoraggia i funzionari alla pubblicazione di libri, o di articoli su riviste nella giusta convinzione che cio’ contribuisca al loro sviluppo professionale; dall’altro il regime autorizzatorio previsto appare rigido e macchinoso.

Talvolta e’ per i colleghi scelta obbligata pubblicare sotto pseudonimo. In altri casi si va “public” ugualmente e senza la prescritta autorizzazione. Cio’ puo’ pero’ causare conseguenze disciplinari.

La questione della autorizzazione assume particolare rilevanza nel caso delle interviste ai media. Anche in quel caso e' necessaria una clearance per l'esternazione, generalmente da parte del Servizio Stampa. Puo' pero' capitare che le esigenze dei media siano particolarmente pressanti (le scadenze del ciclo della notizia sono sempre piu' strette ormai) e raramente coincidono con i tempi della Farnesina (certamente piu' serrati rispetto al passato ma ancora compassati rispetto a quelli delle newsroom).

Dunque, il detto “publish or perish” valido, infatti, in ambito accademico (almeno in quello anglosassone) rischia di trasformarsi per i diplomatici in “publish and perish”.

Benche’ sia mia intenzione evitare incidenti, la materia di questo blog e la natura del medium stesso potrebbero anche non intenzionalmente condurmi a esorbitare i limiti posti dalla Farnesina.

Allo scopo dunque di evitare imbarazzi sia a me stesso che al Ministero ho preferito la forma anononima che a garantisce a me la necessaria liberta’ ed alla Casa l’opportuna deniability.

Del resto, l’anneddotica diplomatica e’ ricca di incidenti causati dalla eccessiva “espressivita’” dei suoi talvolta troppo esuberanti interpreti.
Per restare allo strumento dei blog, nel 2006 l’inviato delle Nazioni Unite, l’olandese Jan Pronk, fu espulso dal governo sudanese per le scomode testimonianze contenute nei suoi post sulla situazione nel Darfur

15 gennaio 2008

Morale basso a Foggy Bottom

Foggy Bottom e' il soprannome con cui i diplomatici americani chiamano l'edificio che ospita sulla riva del fiume Potomac il Dipartimento di Stato.

I dati del survey annuale realizzato dalla AFSA (American Foreign Service Association) indicano una crescente frustrazione nei ranghi della diplomazia a stelle e strisce.

Pochi mesi fa si verifico' una pubblica insurrezione allorche' il Segretario di Stato Rice evoco' la possibilita' di tour of duty obbligatori in Iraq. In quella circostanza, diplomatici americani misero apertamente in discussione il meccanismo delle assegnazioni all'estero, minacciando dimissioni in massa.

Nei ranghi delle diplomazie dei principali Paesi e' luogo comune riferirsi alla Carriera come ad una "vocazione" cui sacrificare le esigenze familiari. Si tratta di un atteggiamento considerato sempre meno compatibile con una visione "omologante" della Carriera rispetto ad altre della pubblica amministrazione. E' opinione diffusa che continuare a considerare in tali tradizionali termini il servizio diplomatico costituisce un fattore di penalizzazione dell'appeal di questa scelta professionale, in particolare tra quanti (uomini e donne) che fanno della realizzazione sul piano personale (ad es. attraverso la costituzione di una famiglia) un ragionevole obiettivo di autogratificazione.

11 gennaio 2008

La diplomazia dei bloggers

Il post di Alan Kotok offre interessanti spunti di riflessioni sull’attivita’ diplomatica al tempo della world wide web.

La diplomazia tradizionale, condotta nei sancta sanctorum delle cancellerie subisce da tempo un graduale e forse irreversibile processo di erosione.

L’attacco proviene da piu’ fronti. La conduzione delle relazioni internazionali non e’ piu’ infatti il dominio riservato dei Ministeri degli Esteri. I dicasteri tecnici (in inglese i c.d. line ministries) svolgono una diplomazia parallela. Processi di decentramento in senso federale alimentano l’attivita’ diplomatica di Regioni e Municipalita’.

Ma non solo gli attori istituzionali fanno concorrenza alle cancellerie. Esse devono interfacciarsi sempre di piu’ con societa’ civili sofisticate, dinamiche, capaci di mobilizzarsi intorno a cause talvolta effimere, talvolta di lungo termine.

Il contesto in cui il diplomatico oggi opera e’ caratterizzato da due fenomeni apparentemente irreversibili: decentralizzazione ed empowerment di cui le tecnologie dell’informazione sono lo strumento (non a caso sono ostacolate dai regimi autoritari).

Tali forze determinano un fenomeno di powershift nelle relazioni sociali teorizzato due decenni fa da Alvin e Heidi Toffler.

La citizens diplomacy condotta attraverso strumenti di tipo web 2.0 (come i blog) e’ una delle tipologie emergenti le cui potenzialita’ o controindicazioni sono difficilmente riconducibili alla funzione diplomatica tradizionale e sfuggono ugualmente alla piena comprensione (leggi controllo) delle cancellerie.

Sempre piu’ spesso ai Ministeri degli Esteri e’ chiesto un faticoso ruolo di coordinamento nel tentativo di ricondurre ad unita’ un quadro simile ad una tela di Pollock.

Due interrogativi:
1) un coordinamento e’ possibile?
2) e soprattutto, esso e’ utile e/o necessario?

Risposte:un coordinamento ancorche’ approssimativo e’ possibile anche se estremamente faticoso. Esso appare anche necessario.
Un esempio: in occasione un paio di anni fa della crisi delle vignette anti-islamiche apparse su alcuni giornali, il governo danese sperimento’ di non poter distanziarsi – in nome della liberta’ di espressione – dalla ricaduta mediatica della loro pubblicazione. Come rilevato dall’esperto di nation branding Simon Anholt, Copenhagen sopporto’ una forma di “responsabilita’ oggettiva” ed il fallout dell’incidente (economico, di immagine presso i paesi islamici, ecc.) ricadde infatti sulla Danimarca nel suo insieme.

Nel mondo di oggi i Paesi non sono una collezione di gruppi diversi (governo, media, business, ordinari cittadini, celebrita’, ecc.) ma sono percepiti come singoli player sul palcoscenico globale. L’analogia calzante e’ quella di un’orchestra. Se stona uno strumento e’ l’intera immagine dell’orchestra a soffrirne.

Esiste pero’ una crescente divaricazione tra l’agenda di enti pubblici (i governi in primis) e privati con esiti penalizzanti sul piano della percezione e dell’immagine di un Paese.

I Governi rischiano dunque di rimaner schiacciati da forze alternativamente centrifughe e centripete tali da far somigliare le sollecitazioni gravitazionali cui e’ sottoposto un Primo Ministro e/o Ministro degli Esteri a quelle di un pilota da caccia.

9 gennaio 2008

Punti di vista sulla Carriera

Il collega Enrico De Agostini e’ recente autore di una testimonianza editoriale sulla vita del diplomatico italiano.

A volte il tono e’ dimesso, soprattutto quando l'autore si sofferma sui turni al Ministero (che possono effettivamente rivelarsi spossanti e poco gratificanti).

Ho trovato divertente il passaggio in cui De Agostini, diplomatico fresco di concorso, ricorda il commento bruciante di una ragazza sulla quale cercava di fare impressione: “Ma chi ti prende, con tutti i traslochi che dovrai fare nella vita?”.

La battuta apre uno squarcio interessante sulla scarsa propensione alla mobilita' di certe ragazze romane e forse aiuta a spiegare come mai molti diplomatici italiani finiscono per sposarsi con stranieri.
***
Una risorsa organizzata dal collega Stefano Baldi offre invece un’antologia audio di punti di vista sulla carriera diplomatica da parte soprattutto di giovani funzionari.

7 gennaio 2008

Una sintesi impeccabile

Un collega Ambasciatore in servizio in America Latina descrive in maniera sintetica i motivi per i quali vale intraprendere la carriera diplomatica e le “criticita’” di tale scelta.

La Carriera offre certamente straordinari motivi di soddisfazione personale e professionale. Tra le carriere della Pubblica Amministrazione e' pero' anche una delle piu' ferocemente competitive.
Cio' anche perche' la progressione di carriera non dipende solo dal criterio dell'anzianita' ma anche dalla valutazione annuale dei funzionari sulla base di obiettivi annualmente prefissati.

Alla competitivita' dell'ambiente contribuisce inoltre la consapevolezza (l'orgoglio?) che deriva dall'appartenere all'elite della pubblica amministrazione italiana. Cio' e' secondo me espressione di un sano esprit de corps piuttosto che di gretto corporativismo. Ricordo che qualche anno fa, l'allora Segretario Generale della Farnesina Amb. Umberto Vattani (il vertice burocratico dell'aministrazione degli affari esteri) paragono' in una intevista la gestione della Casa a quella di una scuderia di 900 purosangue.

Possono dunque esserci momenti difficili nella nostra traiettoria professionale e sono stato personale testimone di prolungati e dolorosi periodi di scoramento di colleghi che, a torto o a ragione, si sentivano incompresi, o ingiustamente valutati o addirittura scavalcati nella loro attesa progressione di carriera.

Sono tuttavia convinto che la Farnesina continui - anche oggi - a garantire un level playing field e che tenga il merito nella giusta considerazione. Se non fossi convinto di cio', probabilmente cambierei mestiere.
Credo comunque che se (o forse meglio quando) la progressione di carriera tardi a dare le soddisfazioni che ciascuno di noi si attende ( e purtroppo cio' puo' succedere) bisogna saper trovare al proprio interno le motivazioni necessarie per andare avanti e compiere il proprio dovere.

4 gennaio 2008

Lettera alle Universita'

Ho inviato oggi questa lettera ai responsabili dei vari centri universitari che nella penisola offrono Corsi di Preparazione al concorso per l’accesso alla Carriera Diplomatica

Egregio Professore,

Sono un funzionario della Farnesina attualmente in servizio all’estero con una esperienza pluriennale nella Carriera Diplomatica.

Ho il piacere di segnalarLe che ho da qualche tempo aperto un weblog, diario di appunti, riflessioni, notizie dalla prospettiva di un funzionario diplomatico italiano. Il blog costituisce una sorta di auto conversazione, ma anche un canale di comunicazione con quei giovani universitari interessati al Concorso per entrare in Carriera Diplomatica.

Cio' al fine di saperne un po' di piu' dei pro e dei contra di questa affascinante scelta di vita e di lavoro.

Il MAE e’ da tempo con successo impegnato in uno sforzo di trasparenza ed apertura verso l’esterno. Una delle modalita’ piu' indovinate di tale azione di outreach e’ costituita dagli stage che si possono compiere sia alla Farnesina che presso le sedi diplomatico-consolari estere.

Tali periodi di formazione sono certamente utili per familiarizzare i neo-laureati con la struttura burocratica del Ministero degli Esteri ed anche con la specifica (ed unica) “cultura aziendale” della Farnesina.

Mi sarebbe senz’altro piaciuto poter usufruire di una simile opportunita’ prima di avventurarmi con successo, al termine degli studi universitari, nella preparazione del concorso. Fortunatamente, posso dire, dopo tanti anni di non essere stato deluso dall’investimento fatto (in termini di fatica, studio, ecc.)e dalle aspettative che avevo riposto in questa scelta di lavoro e di vita.

Tuttavia, nella mia interazione con gli ormai numerosi giovani universitari impegnati negli stage di formazione mi sono reso conto di come siano necessari ulteriori sforzi di comunicazione da parte di quella che i diplomatici italiani chiamano affettuosamente “la Casa”.

L’istituto della “mentorship”, sempre piu’ diffuso nel mondo professionale anglo-sassone, e’ un utile ponte tra quanti si avvicinano al mondo professionale e chi dall’interno utile puo’ condividere un bagaglio di esperienza e conoscenza tale da avvicinare (o respingere) chi manifesta una predisposizione consentendo comunque una scelta ragionata.

Intendo offrire tale attivita’ gratuitamente nei ritagli di tempo che gli impegni di lavoro e di famiglia mi consentono.

Il blog e’ reperibile al seguente indirizzo:
http://diplomaticmentor.blogspot.com/

Le saro’ grato se potra' segnalare la sua esistenza agli studenti impegnati nel corso di preparazione al concorso per l’accesso alla carriera diplomatica.

Spero che comprendera' le ragioni di opportunita’ che mi inducono all’anonimato.

Con cordialita’ e i miei migliori auguri di buon anno,

Diplomentor

3 gennaio 2008

Agguato mortale a Khartoum

Il Dipartimento di Stato americano ha confermato la notizia dell'agguato che a Capodanno e' costata la vita di due impiegati (uno americano, l'altro locale) dell'Ambasciata USA nella capitale del Sudan, Khartoum.
Previo accordo del governo sudanese un team del FBI indaghera' sulla dinamica dell'attacco.
La vittima americana, John Granville, era funzionario dell'International Development Agency.
Di atti di violenza mortale nei teatri di crisi del mondo sono vittime in numero crescente in primo luogo i giornalisti. Il sito Reporters Without Borders segnala che nel 2007 86 giornalisti hanno perso la vita compiendo il loro lavoro con un incremento del 244% dal 2002.
Ma anche operatori umanitari e agenti diplomatici corrono rischi crescenti. Basta ricordare il recente attacco terroristico ad Algeri contro UNHCR e quello contro gli uffici delle Nazioni Unite a Bagdad nell'estate del 2003.
L'inviolabilita' (sanctitas ) dell'agente diplomatico sancita dalle convenzioni internazionali e' ugualmente insidiata dalla violenza.
Non contribuisce a rafforzare la sicurezza di operatori umanitari e agenti diplomatici la tendenza alla militarizzazione dell'intervento umanitario che confonde sempre di piu' la linea di distinzione tra chi porta le armi e chi no.

2 gennaio 2008

La sindrome del declino

Si comincia ad avere a noia il "declinismo" in abbondanza professato di questi tempi nel Belpaese.

Ho il sospetto che anziche' diventare il catalizzatore dell' auspicato cambio di marcia, esso stia invece diventando pretesto, razionalizzazione di comodo di una tendenza che non e' ne' irreversibile ne' inevitabile.

Francamente, fatta eccezione per i paesi emergenti (i BRICs della Goldman Sachs che obiettivamente partono da una base economica molto piu' bassa della nostra) non mi pare che gli "animal spirits" di altri paesi paragonabili all'Italia siano in condizioni migliori dei nostri.

E comunque di declino italiano si dovrebbe allora parlare inscrivendolo in un declino piu' ampio che e' quello dell'Europa (e forse dell'intero Occidente) rispetto all'area emergente dell'Asia e del Pacifico.

Sono peraltro scettico circa il "sorpasso" effettuato dalla Spagna. Quello che e' certo e' che gli amici spagnoli hanno saputo mettere bene a profitto (soprattutto nelle loro province piu' depresse) le risorse ricevute dopo l'ingresso in Europa.

Sara' che a Capodanno si e' generalmente piu' ottimisti ma condivido dunque il pensiero di Sergio Romano e spero che la tendenza si inverta presto come si ipotizza oggi su Italians .

Buon 2008!

1 gennaio 2008

Qualita' del diplomatico (3)

Cervello, spina dorsale (possibilmente diritta n.d.r.) e stomaco.

Questi sono tre degli attributi necessari per il diplomatico del XXI secolo secondo l'interessante post di Daryl Copeland.

Gusto per l'avventura; mente curiosa e coscienza critica; apprezzamento della diversita' e coraggio delle convinzioni.

Vale piu' l'esperienza di viaggiatore che una collezione di prestigiose lauree?

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