11 gennaio 2008

La diplomazia dei bloggers

Il post di Alan Kotok offre interessanti spunti di riflessioni sull’attivita’ diplomatica al tempo della world wide web.

La diplomazia tradizionale, condotta nei sancta sanctorum delle cancellerie subisce da tempo un graduale e forse irreversibile processo di erosione.

L’attacco proviene da piu’ fronti. La conduzione delle relazioni internazionali non e’ piu’ infatti il dominio riservato dei Ministeri degli Esteri. I dicasteri tecnici (in inglese i c.d. line ministries) svolgono una diplomazia parallela. Processi di decentramento in senso federale alimentano l’attivita’ diplomatica di Regioni e Municipalita’.

Ma non solo gli attori istituzionali fanno concorrenza alle cancellerie. Esse devono interfacciarsi sempre di piu’ con societa’ civili sofisticate, dinamiche, capaci di mobilizzarsi intorno a cause talvolta effimere, talvolta di lungo termine.

Il contesto in cui il diplomatico oggi opera e’ caratterizzato da due fenomeni apparentemente irreversibili: decentralizzazione ed empowerment di cui le tecnologie dell’informazione sono lo strumento (non a caso sono ostacolate dai regimi autoritari).

Tali forze determinano un fenomeno di powershift nelle relazioni sociali teorizzato due decenni fa da Alvin e Heidi Toffler.

La citizens diplomacy condotta attraverso strumenti di tipo web 2.0 (come i blog) e’ una delle tipologie emergenti le cui potenzialita’ o controindicazioni sono difficilmente riconducibili alla funzione diplomatica tradizionale e sfuggono ugualmente alla piena comprensione (leggi controllo) delle cancellerie.

Sempre piu’ spesso ai Ministeri degli Esteri e’ chiesto un faticoso ruolo di coordinamento nel tentativo di ricondurre ad unita’ un quadro simile ad una tela di Pollock.

Due interrogativi:
1) un coordinamento e’ possibile?
2) e soprattutto, esso e’ utile e/o necessario?

Risposte:un coordinamento ancorche’ approssimativo e’ possibile anche se estremamente faticoso. Esso appare anche necessario.
Un esempio: in occasione un paio di anni fa della crisi delle vignette anti-islamiche apparse su alcuni giornali, il governo danese sperimento’ di non poter distanziarsi – in nome della liberta’ di espressione – dalla ricaduta mediatica della loro pubblicazione. Come rilevato dall’esperto di nation branding Simon Anholt, Copenhagen sopporto’ una forma di “responsabilita’ oggettiva” ed il fallout dell’incidente (economico, di immagine presso i paesi islamici, ecc.) ricadde infatti sulla Danimarca nel suo insieme.

Nel mondo di oggi i Paesi non sono una collezione di gruppi diversi (governo, media, business, ordinari cittadini, celebrita’, ecc.) ma sono percepiti come singoli player sul palcoscenico globale. L’analogia calzante e’ quella di un’orchestra. Se stona uno strumento e’ l’intera immagine dell’orchestra a soffrirne.

Esiste pero’ una crescente divaricazione tra l’agenda di enti pubblici (i governi in primis) e privati con esiti penalizzanti sul piano della percezione e dell’immagine di un Paese.

I Governi rischiano dunque di rimaner schiacciati da forze alternativamente centrifughe e centripete tali da far somigliare le sollecitazioni gravitazionali cui e’ sottoposto un Primo Ministro e/o Ministro degli Esteri a quelle di un pilota da caccia.

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