28 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l’uso (7): la valutazione dei funzionari

Premessa: non saro' breve.

La serie "Farnesina, istruzioni per l'uso" costituisce il valore aggiunto di questo blog.

Mi dilunghero' forse un po', ma in questi post troverete il distillato di una esperienza pluriennale.

Vi daranno quello che le scuole di preparazione al concorso non possono darvi.

Questi post vi faranno conoscere la Carriera Diplomatica dall'interno permettendovi di chiarirvi le idee e di decidere se e' il caso o meno di affrontare tutti i sacrifici necessari per preparare il concorso con una realistica chance di superarlo.

Ne guadagneremo tutti. La Farnesina che potra' contare su giovani che hanno fatto una scelta informata e motivata. E soprattutto voi che avrete risparmiato tempo e denaro scegliendo consapevolmente il vostro cammino professionale.

Abbiate dunque pazienza e, alle corte! (si fa per dire) .

Romina ha fatto simpaticamente riferimento al concorso diplomatico come ad un “giudizio divino”.

La prova del concorso in verita’ e’ per i funzionati diplomatici solo la prima di una serie di tali giudizi, dalla cadenza annuale.

Per sua natura la carriera diplomatica e’ una carriera fortemente competitiva. Cio’ non solo per le caratteristiche particolari dei suoi membri (“purosangue” li defini’ qualche anno fa il Segretario Generale della Farnesina, Amb. Umberto Vattani).

Ma anche e soprattutto per il meccanismo del bollettino che, come ho gia’ descritto, mette in concorrenza tra loro i funzionari che appartengono al medesimo age bracket (le cosiddette “classi”).

Non invidio il compito dei colleghi della Direzione Generale del Personale (o come e’ stata recentemente ribattezzata, delle Risorse Umane). Il ruolo di quel Direttore Generale mi ricorda, per restare alla metafora ippica dell’Ambasciatore Vattani, quello ingrato del mossiere del Palio di Siena.

Una conseguenza e’ la difficolta’ di stabilire nella Casa delle autentiche amicizie. Paradossalmente e‘ piu’ facile stabilire relazioni di amicizia con colleghi di maggiore anzianita’ oppure con quelli molto piu’ giovani poiche’ ne’ con i primi, ne’ con i secondi si e’ in diretta competizione.

Incidentalmente, cio’ facilita nella Casa relazioni del tipo mentore/protege’.

Tra i pari eta’ e pari grado esiste invece a mio giudizio una certa strisciante tensione dovuta alla competizione per “scalare” il bollettino.

Talvolta mi chiedo se tale strisciante tensione esista anche tra coniugi (esistono colleghi sposati tra loro) che si trovano a competere per una promozione.

Ho notato negli anni come la chimica tra i componenti della mia “classe” sia cambiata, in particolare in conseguenza degli assestamenti apportati all’ordine del bollettino originario dalle promozione ai vari gradi.

Al cameratismo dei primi anni (cementato dalla frequentazione dell’Istituto Diplomatico) segue un atteggiamento piu’ distaccato, piu’ improntato al calcolo.

In generale, l’ambiente di lavoro e’ forse poco indicato per stringere delle amicizie. La Farnesina, ma questo e’ forse un bene, si presta poco in tal senso per via delle sue specifiche caratteristiche.

Quella diplomatica e’ una carriera in cui, anche quando hai stretto rapporti sinceri, il destino professionale manda uno a Santiago e l’altro a Singapore. Per anni ci si perde di vista.

E quando ci si ritrova, beh e’ passata tanta acqua sotto i ponti, ci si rispecchia gli uni negli altri, ritrovando talvolta il segno impietoso del passare del tempo.

Esiste tuttavia una exit strategy dalla forma mentis del carrierismo esasperato. E’ quella che nasce dalla consapevolezza di una competizione serrata, ma da intepretarsi in maniera sana e leale, non facendone una ragione di vita.

Se possibile – ma non e’ facile – bisogna dimenticarsi il piu’ possibile dell’esistenza del bollettino.

Parafrasando la celebre politica di Gambetta e Delcasse’ riferita all’Alsazia: “parlarne sempre (o come dicono gli anglosassoni “pay lip service”), ma non pensarci mai.”

Torniamo al “giudizio divino”.

Ogni anno i funzionari fino al grado di Ministro sono valutati con apposite schede. Esse prevedono almeno due livelli di giudizio: quello dei diretti superiori e quello collegiale del c.d. Consiglio di Amministrazione del MAE (il Gotha della Farnesina). Cio’ garantisce una valutazione la piu’ completa e equilibrata possibile.

Questo meccanismo e’ valido soprattutto per i funzionari da Segretario di Legazione a Consigliere di Ambasciata.

La valutazione e‘ fatta sulla base della corrispondenza ad obiettivi che vengono stabiliti ad inizio anno.

Tale sistema e’ di importanza cruciale perche’ una regolare e positiva valutazione di giudizio costituisce la condizione necessaria (e si spera sufficiente) per le promozioni nei successivi gradi della Carriera.

Anche il servizio (in particolare quello all’estero) dei funzionari con il grado di Ministro e Ambasciatore e’ vagliato annualmente.

Ho semplificato molto. In conclusione, tale sistema ha nell’insieme preservato la buona qualita’ del corpo diplomatico italiano.

Tenendo i funzionari costantemente sul filo del rasoio essi sono motivati a dare il meglio di se’ pena:
a) la mancata progressione di carriera;
b) la mancata assegnazione all’estero (e qui entra in ballo anche il discorso economico)

Oggi che si riparla finalmente di meritocrazia, la Farnesina appare piu’ attrezzata di altre carriere della Pubblica Amministrazione, forte di un sistema che stabilisce dei benchmark per valutare la prestazione e la corrispondenza ad obiettivi che rispondono ad un interesse di efficienza.

L’appiattimento dei valori e la mancanza di incentivi degradano nel tempo la qualita’ della cultura e del servizio offerto da una amministrazione e/o da una azienda.

Gli eccessi di sindacalizzazione della Pubblica Ammnistrazione hanno condotto a patologie che sono quotidianamente sotto i nostri occhi.

Non e’ solo la P.A. a risentirne: molti settori stentano a sbarazzarsi di incrostazioni figlie di una malintesa cultura dell’entitlement (dell’avere cioe’ sempre e comunque diritti ma non doveri).

Tutto cio’ premesso, va pero’ detto che non tutto e’ perfetto nel sistema en place. Ci sono aspetti discutibili e migliorabili.

Il sistema di valutazione che ho sopra descritto e’ ovviamente un costante argomento di discussione (talvolta in modo sterile) all’interno della Casa, soprattutto tra quanti si occupano di sindacato.

La discussione diventa incandenscente in concomitanza di tornate di promozioni e/o di nomine.

Va pero’ tenuta presente una cosa.

La diplomazia e’ materia che per sua natura sfugge a misurazioni. Essa e’ essenzialmente un processo, spesso necessariamente “open ended” e dunque difficilmente quantificabile e/o ponderabile.

Da tempo ci si sforza di trovare criteri adeguati. Per quel che riguarda la valutazione dei gradi apicali della Carriera (Ambasciatore e Ministro), qualche anno fa andava di moda un argomento secondo il quale la performance ( e dunque la qualita’) di un Ambasciatore va valutata sulla base dell’aumento delle esportazioni italiane nel Paese in cui e’accreditato.

Si tratta di un argomento inadeguato. Pensate all’incarico di Ambasciatore in Cina, Paese verso il quale nonostante le nostre esportazioni siano in crescita abbiamo un crescente disavanzo commerciale. Nel borsino diplomatico di quel Paese la nostra quotazione e’ complessivamente in ascesa anche se il deficit commerciale purtroppo cresce.

Come limitare la valutazione di un Capo Missione alla sola dimensione economica?

Applicando il suddetto metro di giudizio ogni nostro Ambasciatore in Cina verrebbe giudicato fallimentare.

Misurato su quel metro risulterebbe fallimentare anche Tallyerand!

Ma ho abusato della vostra pazienza. Mi fermo qui.

27 febbraio 2008

Motivazioni

Ringrazio Romina e Riccardo per i loro commenti che mi incoraggiano a continuare questo dialogo.

Quando ho aperto il blog ero consapevole di rivolgermi ad un pubblico di nicchia.

Quella degli aspiranti diplomatici e' certamente una nicchia, piccola ma di qualita'.

Chi solo prende in considerazione questa carriera e' di per se' speciale sia per talento che per motivazioni.

E ha verosimilmente dentro di se' un'anima un po' romantica.

La sfida e' preservare quest'anima romantica. Negli anni il lavoro quotidiano, le difficolta', talvolta qualche amarezza, vi induriranno rendendovi un po' "blase'".

Cio' e' umanamente comprensibile e forse anche inevitabile.

Ma se resisterete alla tentazione del cinismo e preserverete - anche solo in parte - quel patrimonio di entusiasmo che vi ha portati a questa scelta professionale, troverete in voi una spinta quotidiana per fare al meglio e trarre il meglio di una professione che ha pochi eguali.

E' un po' il discorso del fanciullo pascoliano che alberga in ciascuno di noi e che se ritroviamo e accudiamo ogni giorno fa di noi uomini e donne migliori.

26 febbraio 2008

Letture specializzate

Antonio mi chiede consiglio su letture specializzate in italiano, inglese e francese.

Italiano. Direi che Limes costituisce un buon punto di riferimento. Accolta alla Farnesina con qualche snobismo la rivista ha negli anni conquistato consensi. Svariati colleghi vi contribuiscono con regolarita'.

Limes produce anche uno spin off in lingua inglese dedicato all'Eurasia dal nome Heartland.

Collegata alla Farnesina e' anche la rivista trimestrale "Affari Esteri" reperibile nelle principali librerie italiane. E' forse un po' paludata ma rappresenta una specie di gotha del foreign affairs establishment italiano.

Inglese. L'Economist e' un must. Anche se sull'Italia non sempre ci prende leggerlo fa bene non fosse altro perche' aiuta a migliorare il proprio inglese scritto.

Al riguardo "The Economist" pubblica anche un manualetto di stile che e' utilissimo.

Leggendo l'Economist prendete i due proverbiali piccioni perche' oltre a migliorare l'inglese rafforzate la vostra competenza sull'attualita' economica e finanziaria internazionale.

Consiglio: quando scrivete in inglese tenete sempre presenti le 5 regole d'oro stilate dal grande giornalista e scrittore George Orwell:
  1. Never use a metaphor, simile, or other figure of speech which you are used to seeing in print.
  2. Never use a long word where a short one will do. If it is possible to cut a word out, always cut it out.
  3. Never use the passive where you can use the active.
  4. Never use a foreign phrase, a scientific word, or a jargon word if you can think of an everyday English equivalent.
  5. Break any of these rules sooner than say anything outright barbarous.

Francese. Confesso di leggere ormai poco frequentemente in quella lingua. Ricordo che quando preparai il concorso mi aiuto' molto la lettura di "Le Monde Diplomatique". A distanza di anni giudico quella pubblicazione informativa anche se eccessivamente ideologizzata.

Raccomando la consultazione di un paio di siti, raggiungibili anche attraverso la barra di navigazione alla destra dei post.

In particolare quello dell'International Crisis Group che offre gratuitamente dettagliati ed aggiornati rapporti sui conflitti regionali e quello del Council on Foreign Relations.

Vi consiglio di abbonarvi alle newsletter (gratuite) di queste due organizzazioni.

Il Council on Foreign Relations pubblica anche la rivista Foreign Affairs.

Ricordate il cosidetto "lungo telegramma" di "X", alias George Kennan? Bene, apparve li' con il titolo di "The Sources of Soviet Conduct".

Infine, sempre sulla barra di navigazione, ho creato un link ad una nota libreria online in cui ho preimpostato una ricerca di testi in inglese sulla diplomazia e le relazioni internazionali che forse possono interessarvi.

25 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (6): la rappresentanza

Lo spot televisivo di un noto gruppo dolciario contribui' anni fa a cristallizzare in negativo presso il pubblico l'immagine dell'attivita' diplomatica.

Ricorderete forse il filmato, in cui al cocktail di un imprecisato Ambasciatore l'annoiata consorte chiedeva al suo inguantato autista un gustoso cioccolattino (prontamente reperito).

Il filmato collocava i diplomatici in un contesto caratterizzato da una fauna umana che sembrava espressione, da una parte, dell' edonismo reaganiano tipo Milano da bere anni Ottanta e, dall'altra, della bovina impotenza degli ospiti della raffinata cena borghese dell' "Angelo Sterminatore" di Bunuel.

Da allora non posso fare a meno di riferirmi a quei dolcetti come ai "cioccolattini dell'Ambasciatore".

Lo spot amplificava uno stereotipo diffuso, quello che vuole il diplomatico animatore e protagonista di una intensa vita di relazione che da sola esaurisce la sua funzione e che trova nel cocktail la sua piu' compiuta epifania.

Ancora oggi, dunque, nelle occasioni conviviali in cui un fotografo documenta la cronaca sociale locale confesso imbarazzo al suo approssimarsi.

Tremo all'idea di essere immortalato reggendo in mano il vergognoso drink.

Mi vedo gia' additato al pubblico ludibrio come la debosciata icona di una casta che identifica la bisboccia con il lavoro.

In verita' l'attivita' di rappresentanza costituisce una parte essenziale e importante della funzione diplomatica.

La convivialita' e' - piaccia o no - il lubrificante delle relazioni sociali. A tavola si smussano differenze, ci si studia, ci si conosce. E' piu' facile negoziare con chi si e' spezzato il pane insieme.

Chiunque abbia soggiornato in Oriente sa ad esempio come sia importante e ben speso il tempo investito nell'ospitalita' e nella convivialita'.

La rappresentanza costa fatica. Gli impegni sociali si verificano generalmente al termine della giornata di lavoro o nel fine settimana.

Spesso la partecipazione sottrae tempo agli affetti familiari o agli interessi personali.

L'organizzazione degli eventi porta via tempo soprattutto quando il "teatro delle operazioni" si identifica con la propria abitazione.

Talvolta la conversazione non e' altro che sterile "small talk".

Da quanto tempo sei a X? Come e' difficile la vita qui per noi occidentali a Z! Quanto dura la tua missione a Y?

Ed altre banalita' del genere.

Fare una buona rappresentanza puo' tuttavia essere divertente. Stilare una lista di invitati costituisce una specie di esercizio di chimica.

Come la sapiente mescolanza dei colori e dei sapori puo' produrre armonia anche l'accostamento di tipi umani diversi puo' produrre un risultato piacevole che ripaga della fatica fatta.

La rappresentanza costituisce un moltiplicatore, offrendo leverage che si traduce in migliori entrature nella societa' del paese di accreditamento ed in definitiva in migliori informazioni.

In cio' noi italiani godiamo di un vantaggio competitivo.

All'estero essere invitati in una casa italiana fa sempre piacere. Si sa di essere accolti in un ambiente ospitale e di buon gusto e di essere - quasi sempre - sfamati con un pasto di ottima qualita' innaffiato da buon vino.

Infine il paradosso: proprio il gruppo dolciario che ha contribuito a consolidare un'immagine decadente della Diplomazia attribui' un importante incarico, alla fine della sua carriera, a uno dei piu' grandi (e meno convenzionali) diplomatici italiani, l'Ambasciatore Francesco Paolo Fulci.

24 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (5): niente di personale

Gia' durante il vostro servizio al MAE, ma ancora di piu' quando sarete all'estero, vivrete quelli che mi piace chiamare i "Cannavaro moments".

Come gran parte degli adolescenti italiani anche io ho nutrito la"pazza idea" di essere nato dotato del talento calcistico necessario per poter indossare la maglia azzurra e rappresentare l'Italia.

Verso i venti anni ho realisticamente (e saggiamente) preso atto che madre natura non mi aveva provvisto del talento necessario per vestire la maglia azzurra.

La prospettiva di entrare nella carriera diplomatica comicio' a costituire una piu' realistica - forse anche utile - alternativa di rappresentare il paese sulla scena internazionale.

Confesso di provare emozione mista a responsabilita' ogni volta che ad una riunione internazionale mi siedo dietro il segnaposto (in gergo "cavaliere") con su scritto il nome "Italy".

Certo non e' come giocare la finale della Coppa del Mondo, ma talvolta la posta in palio, benche' piu' oscura, puo' essere non meno importante e forse anche piu' rilevante per gli interessi del nostro Paese.

In certe riunioni di alto livello diplomatico (ad esempio un vertice europeo) e' certamente questo il caso.

Il punto che mi preme evidenziare e' la responsabilita' particolare che grava sulle spalle del diplomatico per il fatto di indossare una virtuale maglia azzurra in ogni momento della sua giornata.

La caratteristica della carriera diplomatica e' la sfumatura di quella sottile linea rossa che separa la sfera professionale da quella personale.

Questa condizione e' intrinseca alla vita del diplomatico. In particolare, durante il servizio all'estero, essere diplomatici e' una condizione immanente, h/24.

Il diplomatico opera in un contesto spaziale e temporale in cui la sfera personale e quella professionale si articolano senza soluzione di continuita'.

Lo stesso spazio abitativo e' promiscuo, nel senso che esso deve essere scelto in funzione non solo della fruizione personale, ma anche delle esigenze di rappresentanza (leggi relazioni sociali ).

Egli disobbedisce dunque al primo comandamento di quanti raccomandano equilibrio tra sfera professionale e personale: non portatevi il lavoro a casa.

Come nota infatti mia moglie, in questa professione il lavoro spesso te lo ritrovi a casa seduto sul divano del salotto con un drink in mano...

Rappresentanza, una parola che da sola contribuisce alla definizione di una parte significativa dell'attivita' diplomatica all'estero. Mi riprometto di tornarvi sopra in un prossimo post.

Rappresentanza vuol dire anche che agli occhi della societa' locale il diplomatico e' come la moglie di Cesare: deve essere al di sopra di ogni sospetto.

Per fare un esempio, se un connazionale all'estero da scandalo di se con una condotta licenziosa e/o illegale, cio' sara' notato e messo in conto esclusivamente alla specifica scarsa caratura morale dell'interessato.

Se invece si tratta di un rappresentante di uno Stato straniero in missione diplomatica il comportamento, oltre a gettare discredito sul suo autore, innesca una sorta di responsabilita' in solido del Paese con il rischio di "escalation" (dichiarazione di persona non grata, richiami in patria, ecc.) con una ricaduta negativa di immagine.

Non e' un caso che tra i doveri del diplomatico vi sia quello di una condotta onorevole e decorosa che non leda in alcun modo l'immagine dell'Italia all'estero.

Oltre a cio' una altra particolarita' rende il diplomatico italiano un azzurro sempre in divisa da gioco e pronto ad entrare in campo.

Le esigenze di reperibilita' di servizio fanno del diplomatico una specie di medico di turno sempre pronto.

Emergenze politiche, disastri naturali, catastrofi naturali, incidenti che coinvolgono connazionali, ecc. Sono queste eventualita' che possono richiedere l'attivazione della funzione diplomatica anche al di fuori dell'orario di ufficio.

E, credetemi, succede piu' spesso di quello che pensiate.

Dal primo giorno alla Farnesina immaginatevi dunque in uniforme azzurra. Non si tratta di un sforzo particolare, il blu in tutte le sue possibili sfumature, e' il colore dominante dell'abito maschile.

Cannavaro, almeno, a fine partita, puo' spogliarsi della maglia azzurra e vestire quella del suo club.

20 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (4): la formazione

Connesso al tema delle specializzazioni e' quello della formazione,
intesa come formazione permanente.

Tenuto conto dell'eta' cui ci si laurea in Italia, i neo-diplomatici
entrano in Carriera mediamente a 27-29 anni.

Ci sono naturalmente eccezioni sia nel caso di enfants prodiges (si
fa per dire) che entrano nei ranghi a 23-25 anni.

Ci sono anche dei late bloomer che superano il concorso gia'
trentenni o anche di piu', in particolare per quei casi di mobilita'
interna in cui funzionari della carriera amministrativa del MAE
superano il concorso diplomatico.

Per le caratteristiche del mercato del lavoro italiano e per la
crescente diversificazione del bacino di risorse umane da cui il MAE
attinge, e' frequente che la carriera diplomatica non costituisca
la vostra prima occupazione e che abbiate gia' alle spalle delle
precedenti esperienze professionali.

E' ugualmente possibile invece che la Farnesina sia la vostra
prima significativa esperienza professionale.

Questo fu certamente il mio caso.

Quale che sia la vostra storia, per il semplice fatto di aver
superato un esame difficile come quello degli Esteri, avreste ogni
diritto di godere di un meritato riposo dai libri di studio.

No such luck.

Intanto, appena entrati alla Farnesina vi aspetta un corso di
formazione presso l'Istituto Diplomatico. Non emozionatevi troppo. Si
tratta di una serie di conferenze -talora discretamente noiose- su
aspetti dell'attivita' del MAE.

L'Istituto Diplomatico offre anche corsi pre-posting (generalmente
sualla materia consolare, quella commerciale o quella amministrativa)
che possono essere utili al momento dell'assegnazione all'estero.

L'Istituto Diplomatico offre inoltre corsi di lingue straniere. Non
solo lingue come francese, inglese, spagnolo e tedesco, ma anche
lingue di difficile apprendimento come cinese, russo, arabo.

Occasioni di formazione possono emergere anche negli Uffici in cui
sarete distaccati. Ad esempio sono molto ambiti i seminari in ambito
UE (esiste un progranma per Young European Diplomats) .

Il Regno Unito organizza nell'atmosfera informale di Wilton Park
seminari su temi di attualita' internazionale che offrono
interessanti opportunita' di networking e brainstorming con colleghi
stranieri e esperti di fama mondiale.

Con la Francia abbiamo uno schema interessante che prevede
l'assegnazione di un giovane funzionario al Quay d'Orsay seguito da
un periodo di distacco presso una Prefettura francese.

Tuttavia, al di la di quello che offre il Ministero ( e che non e'
poco) , la mia convinzione e' che la responsabilita' della formazione
ricada in primo luogo sugli stessi funzionari.

E' questo un processo di formazione permanente. La lettura di libri,
riviste specializzate, giornali, costituiscono un dovere del
diplomatico.

Esiste al MAE un ufficio, il Servizio Stampa, che ha tra i suoi
compiti quello di preparare una quotidiana ricca rassegna stampa
nazionale ed estera disponibile in formato elettronico (la rassegna
e' anche consultabile tramite il sito www.esteri.it).

La lettura del quotidiano (la preghiera quotidiana dell'uomo moderno
secondo Baudelaire) non e' dunque l'attivita' tipica del deplorabile
dipendente pubblico fannullone ma e' per il diplomatico una
obiettiva necessita' professionale.

L' e-learning offre oggi modalita' telematiche di formazione in
tutti i campi dell'attivita' diplomatica spesso con modalita' di
insegnamento asincrone che permettono agli studenti di programmare
il proprio impegno nei ritagli di tempo.

Personalmente sono un vorace consumatore di risorse e-learning e
trovo che l'arricchimento professionale che ne ho finora guadagnato
mi abbia dato un vantaggio competitivo.

Utilizzo risorse finanziarie personali per l'aggiornamento
professionale e non credo che le ore ad esso dedicate abbiano
sacrificato la qualita' del mio servizio. Al contrario esso ne ha
beneficiato.

Tutto cio' presuppone naturalmente una forte motivazione individuale.
Vi avviso che non sempre troverete a questo riguardo la necessaria
comprensione dei vostri superiori che invocheranno le pressanti
esigenze del servizio per inchiodarvi alla scrivania.

Tenete il punto. La formazione permanente costituisce un investimento
non solo in in voi stessi ma anche - e soprattutto - un beneficio
di medio/lungo termine per l'Amministrazione.

19 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (3): le specializzazioni

Preferisco declinare l'invito di Andrea a commentare i recenti sviluppi in Kossovo per il seguente motivo.

In materia di Balcani mi ritengo un ignorante. Su quella regione non ho fatto studi sistematici e ne ho seguito e tuttora seguo gli eventi in maniera discontinua.

Credo dunque che un mio commento non aggiungerebbe un valore specifico alla nostra conversazione.

Tale premessa mi conduce piuttosto al discorso delle specializzazioni in seno alla Farnesina.

Qualcuno potrebbe obiettare notando che il diplomatico e' forse oggi - in un mondo di competenze sempre piu' specialistiche - il generalista par excellence.
In qualche caso anzi il diplomatico si pregia di tale suo carattere.

In effetti ho potuto direttamente riscontrare come questa scuola di pensiero sia ancora diffusa alla Farnesina talvolta non solo presso i colleghi piu' anziani ma anche - sorprendentemente - tra i piu' giovani.

Credo comunque che si tratti ormai di una posizione di minoranza.

La complessita' delle sfide contemporanee rende necessaria una loro trattazione non superficiale ma il piu' possibile competente, nell'interesse del Paese.

Direi dunque che esistono ragioni che militano in favore di due tipi di specializzazione. Una specializzazione che possiamo definire ratione materiae e una specializzazione geografica.

Per fare degli esempi, al primo tipo si possono ricondurre expertise specifiche quali quella comunitaria, quella di difesa e sicurezza, quelle del disarmo,dei diritti umani, dell'ambiente, ma anche commercio internazionale, cooperazione allo sviluppo, emigrazione (italiani all'estero), affari culturali, stampa, ecc.

Il secondo tipo di specializzazione e' relativa alle diverse aree geografiche: Asia, Africa, America Latina, Balcani,Europa centro-danubiana,Russia ed ex spazio sovietico, ecc.

A mio avviso e' nell'interesse del giovane funzionario cominciare a sviluppare delle specializzazioni fin dall'ingresso in carriera.

Obiettivo minimo e' a mio avviso abbinare una specializzazione ratione materiae con quella in un'area geografica.

Esempio: diritti umani e Asia; oppure disarmo e America Latina, ecc.ecc.

E' da notare che la specializzazione ratione materiae puo' coincidere con la specializzazione nel settore multilaterale (UE, NATO, Nazioni Unite,OMC, ecc.)

La mia sensazione e' che l'Amministrazione stia sempre piu' incoraggiando specializzazioni che non siano quelle tradizionalmente nobili come quella comunitaria, quella atlantica, ecc.In particolare per certe aree geografiche (Medio Oriente, Estremo Oriente) e' interesse formare pool specifici di funzionari specialisti cui attingere nelle rotazioni tra Roma e le sedi estere.

Un argomento che i paladini del generalismo dei diplomatici propugnano e' la necessita' di persone capaci di articolare la sintesi tra i particolarismi che limitano spesso l'orizzonte degli specialisti.

Un altro argomento e' che, specializzandosi, si deprezza la funzione nobile del diplomatico che non si distinguerebbe piu' dagli altri civil servant.

Trovo del merito in questi argomenti ma solo fino ad un certo punto.

Intendiamoci, in un negoziato in materia di esenzione dalla doppia tassazione o di sicurezza sociale o di riammissione (immigrazione) ben difficilmente il funzionario della Farnesina avra' una conoscenza della materia pari a quella del collega del Ministero dell'Economia, o del Ministero del Lavoro o del Ministero dell'Interno.

Potra' comunque dare un contributo al progresso del negoziato se, per restare all'esempio sopra descritto, conoscera' il contesto culturale di riferimento della controparte per essersi occupato con continuita' di quel Paese o per avervi soggiornato a lungo in missione.

Ma potra' dare tale contributo con maggiore credibilita' e autorevolezza se ha fatto lo sforzo di impadronirsi dei dossier tecnici.

Un altro fattore gioca a favore della tendenza alla specializzazione dei diplomatici. In casi sempre piu' frequenti i neo -diplomatici dispongono gia' al momento dell'ingresso in carriera di competenze specifiche quali la conoscenza di lingue di difficile apprendimento.

E' nell'interesse dell'Amministrazione assecondare tali precoci inclinazioni, coltivando fin dall'inizio le vocazioni specifiche individuali.

Capita tuttavia che le esigenze del servizio possano condurre ad una allocazione non necessariamente ottimale delle risorse umane.

Al momento dell'assegnazione agli uffici puo' dunque conseguirne che l'esperto in lingua russa si ritrovi ad occuparsi di Africa o di emigrazione; che il sinofono si occupi di Unione Europe, e via discorrendo.

Tali paradossi possono ripetersi al momento della prima assegnazione all'estero.

Ritengo tuttavia che rispetto al passato tali incongruenze si verifichino con minore frequenza. In primo luogo chi ha superato al concorso la prova di specializzazione (Estremo Oriente, Medio Oriente) al momento della prima partenza per l'estero puo' fare valere -entro limiti - una sorta di "prelazione" per le sedi in quelle specifiche aree geografiche.

Cio' anche perche' ai fini della progressione di carriera deve compiere il cosiddetto adempimento geografico e cioe' aver servito nell'area di specializzazione in una delle sue due prime assegnazioni estere.

Se comunque un giorno vi dovesse succedere di essere destinati in Argentina anziche' in Cina come avete da sempre sognato, non fatevene un particolare cruccio. Considerate tale evento una sorta di serendipity che vi potrebbe aprire prospettive ed opportunita' su aree e temi che non avevate coltivato ma che si potrebbero dimostrare ugualmente interessanti e gratificanti.

In fondo uno dei motivi di interesse della carriera diplomatica e' la grande varieta' dei temi e delle questioni che il funzionario si trova a trattare nel corso degli anni assicurando una varieta' professionale che ben difficilmente si riscontra in altre occupazioni.

16 febbraio 2008

Dip-lomazia

Ho letto il libro The Dip: A Little Book That Teaches You When to Quit (and When to Stick) di Seth Godin, uno dei piu' famosi business blogger.

Presupposto del libro e' l'osservazione che, nella traiettoria dell'impegno dell' uomo volto all'apprendimento di una competenza, al perseguimento di un obiettivo personale o professionale, ci si ritrova a lungo in una zona intermedia in cui il successo e il fallimento sono divisi da una linea sottile.

Godin descrive questa condizione di incertezza come "The Dip" (flessione, depressione,immersione, depressione, ecc.). Il punto, secondo Godin, e' evitare che "The Dip" si trasformi in un frustrante " Cul-de-Sac" o peggio in un rovinoso precipizio ("The Cliff") e fare invece si' che essa sia la necessaria preparazione del successo.

Impegnati in una precaria Traversata del Deserto siamo preda vulnerabile del dubbio della bonta' delle nostre convinzioni.

E' possibile che, nel corso del vostro studio, riconosciate di trovarvi in questa sorta di critica Terra di Mezzo. Cio' e' perfettamente normale, essendo The Dip parte ineliminabile delle curve dell'apprendimento che siamo chiamati ad afffrontare in tutti i campi.

Ad esempio, avendo deciso non piu' in verdissima eta' di imparare a sciare mi trovo anch'io ad affrontare la sfida del "Dip" (cercando magari di non farmi tropo male sui pendii...).

Tuttavia, come intuire che non siamo i protagonisti di una vittoriosa Lunga Marcia ma di una catastrofica Anabasi?

Come capire quando e' il caso di abbandonare il nostro sforzo e concentrare piuttosto le nostre energie su un altro progetto, a noi piu' congeniale?

Spesso orgoglio, frustrazione, abitudine ci imprigionano in situazioni che non rispondono alle nostre predisposizioni, alle nostre ambizioni, alle nostre qualita'.

Secondo Seth Godin, paradossalmente ci vuole talvolta piu' coraggio ad abbandonare una impresa volta al fallimento piuttosto che a perseverare sterilmente.

Allo stesso tempo egli invita a guardare dentro di noi, a focalizzare la nostra attenzione, a concentrare tutte le nostre energie per uscire dalla zona di flessione, fare il salto di qualita' e raggiungere il nostro obiettivo.

Per finire con le parole dell'autore:

"Is this a Dip, a Cliff, or a Cul-de-Sac?"

"If it's a Cul-de-Sac, how can we change it into a Dip?"

"If I quit this task, will it increase my ability to get through the Dip on something more important?"

"We fail when we get distracted by tasks we don't have the guts to quit"

"If it scares you, it might be a good thing to try"

"The Dip creates Scarcity. Scarcity creates Value".

Upgrade del blog: creazione nuovo sito

Una comunicazione di servizio.

Confortato dall'interesse con cui voi seguite questo blog e dalla mia crescente familiarita' con la blogosfera ho deciso un piccolo upgrade tecnico.

Anziche' appoggiarmi gratuitamente a Blogspot.com come ho fatto finora per ospitare il blog ho deciso di costituire un dominio personalizzato per DiploMentor.

A partire dalle prossime 36-48 ore il blog risiedera' sul sito www.diplomentor.net.

L'attuale webhost assicura il reindirizzamento da http://diplomaticmentor.blogspot.com al nuovo indirizzo.

L'upgrade comporta una piccola spesa annuale e qualche manutenzione in piu' ma DiploMentor potra' contare sui vantaggi di un dominio personalizzato.

Credo di potermela cavare senza troppi impacci. Anzi comincio a prendere gusto a questo mio nuovo avatar.

Spero che da parte vostra non incontriate difficolta' nel reindirizzamento dal vecchio sito a quello nuovo e che continuiate a stimolarmi con i vostri commenti.

Segnalatemi comunque eventuali problemi a diplomentor@gmail.com

Grazie!

13 febbraio 2008

Vocazione diplomatica

A Silvia che mi chiede se la diplomazia sara' la sua strada.

Ho scoperto la vocazione per la diplomazia proprio come te.

Come tanti, ho scoperto da adolescente una passione per la storia e per le lingue straniere e per i viaggi.

Mi sono ritrovato a leggere le pagine di politica internazionale sempre prima di quelle di cronaca o di politica interna (ma sempre dopo quelle sportive!)

Intraprese Scienze Politiche, le carriere internazionali mi sembrarono un logico sbocco professionale. Non ho parenti in carriera, i miei genitori hanno svolto attivita' lontanissime dalla diplomazia ed ancora oggi non hanno perfettamente chiara la differenza tra un Console ed un Ambasciatore.

Riesaminando il mio percorso, direi che la vocazione di rappresentare il paese e' cresciuta nel tempo cammin facendo.

Non sono un nazionalista, mi considero animato da un patriottismo abbastanza equilibrato da riconoscere i pregi ed i difetti del nostro carattere nazionale, potenzialita' e limiti del ruolo del nostro paese sulla scena mondiale.

L'Italia, vista dall'esterno, e' un Paese che non lascia indifferenti, ma che scatena forti emozioni, spesso contrastanti. Pochi altri Paesi e pochi altri popoli destano ammirazione, interesse e talvolta anche delusione come il nostro.

Una volta intrapresa questa strada il lavoro quotidiano e' parso accomodare certe qualita' personali. La mia progressione di carriera e' stata finora regolare.

In definitiva, temo di non avere una risposta alla tua domanda. Citando Battisti, se questa e' la tua strada "lo scopriremo solo vivendo".

In bocca al lupo!

12 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (2) : il bollettino

Ringrazio i lettori di questo blog per gli stimoli che mi stanno offrendo. Oltre a corrispondere alla natura interattiva del mezzo utilizzato i vostri commenti mi consentono di sviluppare piu' facilmente i temi dei post. E di mettere ordine nei miei pensieri. Spero davvero che le mie risposte possano aiutarvi.

Questo post in particolare risponde alla curiosita' di Andrea circa l'oggetto mistico come lui -simpaticamente - lo definisce: il bollettino.

Appena sarete -come vi auguro - entrati alla Farnesina familiarizzerete immediatamente con uno strumento che condizionera' la vostra pluriennale carriera: il bollettino.

E' un documento di pubblica consultazione all'interno del MAE ed e' caratteristica esclusiva della carriera diplomatica.

Si tratta dell'elenco gerarchico che mette in fila i 1000 funzionari diplomatici della Farnesina dal piu' anziano degli Ambasciatori all'ultimo dei Segretari di Legazione in prova. Tale elenco si costituisce sulla base dell'anno dell'ingresso in carriera e degli assestamenti in seguito alle promozioni.

L'elenco registra dei cambiamenti in occasioni dei passaggi di grado. Non tanto quello da Voldipl a Segretario di Legazione (SegLeg) ma quanto in quello da SegLeg a Consigliere di Legazione (ConsLeg), quello da ConsLeg a Consigliere d'Ambasciata (ConsAmb), quello da ConsAmb a Ministro e infine da Ministro a Ambasciatore.

Al momento dell'ingresso in Carriera l'ordine di bollettino fotografa una realta' che rispecchia essenzialmente le qualita' accademiche dei candidati che hanno superato con successo il concorso. La graduatoria del concorso 2008 non dira' nulla circa le attitudini pratiche dei giovani funzionari, benche' da qualche anno siano stati introdotti dei test attitudinali propedeutici alle prove scritte.

Naturalmente questo stato delle cose e' destinato ad evolvere non appena i funzionari cominciano a misurarsi con le sfide quotidiane della professione.Emergeranno qualita' che il concorso non misura come ad esempio il buon senso, la capacita' di giudizio, l'equilibrio, il tatto, il sangue freddo.

Nessuna modalita' di selezione concorsuale del personale diplomatico riuscirebbe a misurare la vostra capacita' di gestire un rapimento di un connazionale, il rapporto con la stampa, l'evacuazione di una collettivita' italiana, l'emergenza causata da uno tsunami.

Trascorsi i primi dieci anni della carriera, l'amministrazione stila un primo bilancio e rivede la classifica. In dieci anni il funzionario si sara' misurato con le responsabilita'' di 1-2 uffici al ministero e di 2 sedi all['estero. Saranno emersi in quel lasso di tempo i suoi pregi ed i suoi difetti. Al giudizio sulle qualita' accademiche si affianchera' quello sulla sua performance sul campo e sulle sue qualita' professionali.

Tale valutazione viene ripetuta in occasione dei successivi passaggi di grado, il che vuol dire - sulla base di un ragionevole sviluppo di carriera - dopo 10 anni dall'ingresso nei ranghi (passaggio a ConsLeg), 15-16 anni (passaggio a ConsAmb), 23-25 anni (passaggio a Ministro) .

Il passaggio ad Ambasciatore fa storia a se perche' su questo incide anche la Politica. E qui mi fermo.

Naturalmente questi passaggi tengono in fibrillazione i funzionari e determinano inevitabilmente tensioni. La carriera di certi funzionari si inceppa in occasione di alcuni dei passaggi; in certi casi alcuni funzionari si fermano ad un grado (ad esempio ConsLeg o ConsAmb); in altri casi gli scorrimenti, anche quando si realizzano, sono comunque percepiti dagli interessati beneficiari come lenti e dunque penalizzanti.

Visto dall'esterno il meccanismo sembra perverso perche' mette i funzionari in competizione tra loro minando lo spirito di corpo.

D'altra parte quante carriere nella Pubblica Amministrazione stimolano una sana competizione tra i funzionari? Il problema nella P.A. oggi e' spesso quello dell'appiattimento dei valori, dell'assenza di una prospettiva di carriera che unisca al principio dell'anzianita' anche quello del merito.

Ma torniamo al bollettino e soprattutto alla considerazione che il giovane funzionario dovrebbe a mio giudizio avervi . Il mio consiglio e' di non farsi condizionare, dimenticarsi che esiste. Isolatevi da quanti - vostri pari o superiori - vi rammenteranno l'esistenza di questo benchmark supremo della vostra qualita'. Non e' facile perche' fin dal primo giorno all'Istituto Diplomatico l'ambiente cerchera' - piu' o meno subliminalmente - di instillare in voi la convinzione di essere i partecipanti ad una gara.

La gara - se di gara si deve parlare - e' in primo luogo con se stessi non con gli altri. Misurare la propria soddisfazione od il proprio successo sulla base della performance degli altri e' una sicura ricetta per guastarsi il fegato.

Stabilite dei benchmark personali, fissatevi degli obiettivi, stilate dei bilanci.

Il vostro servizio riflettera' in positivo tale atteggiamento beneficiando il consolidamento della vostra dote piu' importante, quella buona Reputazione che non mi stanchero' di ripetere - alla Farnesina come altrove - costituisce il vostro asset capitale che dovete costruire pazientemente e difendere con i denti.

Soprattutto non cercate scorciatoie. Giocate la partita lealmente nell'interesse vostro e dell'amministrazione.Le soddisfazioni non mancheranno.

11 febbraio 2008

La diplomazia non e' il Peace Corps

Ho riflettuto sullo stimolante commento di Antonio circa la spinta etica e morale della nuova generazione di aspiranti diplomatici e l'annacquamento della componente nazionale nel background dei giovani italiani.

Sono anch'io convinto che cio' sia un asset e credo che sia una fortuna per l'Italia di poter contare su giovani latori di una forte motivazione idealistica.

Cio' costituisce sicuramente un arricchimento della carriera diplomatica italiana rafforzando una tendenza in atto da tempo di cui e', ad esempio, un indizio l'esperienza, da parte di un crescente numero di funzionari, nel servizio civile nazionale.

Tuttavia, alcune puntualizzazioni a mio avviso si impongono.

In primo luogo, il rappresentante diplomatico esprime la quintessenza delle qualita' nazionali agli occhi delle autorita' e piu' sovente della societa' del paese in cui e' accreditato. Nei giorni scorsi, l'alta autorita' del Paese in cui mi trovo, in verita' fin troppo benevolmente, si e' complimentato della mia eleganza "tipica degli italiani" come ha voluto gentilmente sottolineare.

Piacciano o no gli stereotipi- in quanto descrizioni semplificate e verosimili della realta' - sono strumenti essenziali della conoscenza ed i popoli vi ricorrono abitualmente.

Peraltro a tutti quanti abbiano trascorso lunghi periodi all'estero sara' capitato di riscontrare una certa accentuazione delle proprie caratteristiche nazionali. In breve, all'estero ci si sente piu' italiani, o piu' francesi, inglesi, ecc. . Si riscopre - piu' facilmente che in patria - il carattere nazionale.

La carriera diplomatica proprio per la sua natura puo' dunque necessariamente condurre ad una esaltazione della propria quintessenza nazionale.

In secondo luogo, un diplomatico, anche nel mondo postmoderno di cui l'Unione Europea sarebbe la piu' compiuta incarnazione, rimane uno strumento per l'avanzamento di interessi pragmatici spesso egoistici e non necessariamente altruistici.

Tali interessi la diplomazia persegue preferibilmente con gli strumenti del dialogo. L'Italia repubblicana e' una potenza fortemente impegnata nella causa dei diritti umani, della solidarieta', della promozione del dialogo anche tra parti distanti e ostili.

Tuttavia, le circostanze della realpolitik - volenti o nolenti - continuano ad informare la realta' internazionale chiamando il nostro Paese all'uso della forza anche se le ragioni di convenienza politica sfumano opportunamente tale impegno.

Senza arrivare al caso estremo della guerra si possono fare alcuni esempi in cui l'esperienza professionale potrebbe proporre dei laceranti dilemmi di coscienza al diplomatico animato da forti considerazioni ireniche.

Quel diplomatico si potrebbe un giorno trovare ad essere chiamato - per fare un esempio - a promuovere presso uno Stato straniero il sostegno governativo nazionale al procurement di armamenti presso un'azienda italiana. Operazione pienamente legittima ma che potrebbe causare qualche problema di coscienza.

O potrebbe ricevere istruzioni da Roma perche' eserciti una forte pressione presso le sue autorita' di accreditamento perche' dispongano la riammissione di migranti economici, certo disperati, tuttavia illegalmente approdati in Italia.

Per costoro esistono carriere internazionali alternative. Sarebbe per esempio forse piu' indicata una carriera nell'ambito delle Nazioni Unite.

La diplomazia non e' il Peace Corps.

10 febbraio 2008

Show me the money

Ringrazio molto Antonio per il suo intelligente commento al mio ultimo post.

Confermo tutto cio' che gli risulta dalla frequentazione di altri colleghi.

Fare il diplomatico non fara' di te una persona ricca.

Se fare i soldi e' uno dei tuoi i obiettivi professionali, allora e' bene che tu sappia che sei nella "wrong line of business".

La carriera diplomatica italiana - nelle sue attuali modalita' - determina una spiccata schizofrenia nell'attitudine individuale al consumo risultato di retribuzioni (estera e mmtropoliana) profondamente diverse.

Cio' impone una capacita' di pianificazione del proprio piano di consumo e di risparmio in una prospettiva pluriennale. La retribuzione durante il periodo di servizio estero compensa le ristrettezze metropolitane consentendo quel risparmio necessario ad una famiglia tipicamente monoreddito come e' quella del diplomatico.

E' difficile e non tutti vi riescono.

Non sono in grado di fare paragoni dettagliati con la retribuzione dei colleghi stranieri. Credo che forse maggiori informazioni al riguardo possa fornirle il sito del sindacato dei diplomatici italiani, il SNDMAE.

Semplificando, il trattamento economico estero italiano ha carattere forfettario (lump sum). Cio' spiega perche' gli stipendi dei diplomatici italiani appaiano piu' alti di quelli corrispondenti stranieri.

L'ISE (indennita' di servizio estero) copre diverse voci di spesa mentre quella di altri servizi prevede una base retributiva piu' bassa integrata pero' da specifiche indennita' (coniuge, scuole, viaggi di congedo, ecc.) piu' generose di quelle italiane.

Teniamo inoltre presente che l'ISE (che non ha carattere retributivo) non e' prerogativa esclusiva dei diplomatici come certa stampa facilona fa credere ma e' prerogativa di tutto il personale della pubblica amministrazione in servizio all'estero.

Ma torniamo al punto di Antonio.

Da un punto di vista filosofico, occorre secondo me guardare le cose da un altro e piu' ampio punto di vista. Cosa vuol dire essere ricchi?

Se ci si limita ad una dimensione puramente finanziaria della ricchezza, allora si puo' ragionevolmente affermare che la carriera diplomatica non fara' di te un milionario, ma ti consentira' comunque uno standard di vita decoroso in Italia ed agiato all'estero.

La carriera diplomatica, tuttavia, ti arricchira' incomparabilmente sotto altri aspetti consentendoti una crescita professionale, culturale, emotiva e se vuoi anche spirituale incomparabile con altre esperienze.

Tutto cio' non e' forse monetizzabile ma e' ugualmente - se non di piu' - gratificante.

Infine, fuor di retorica, la motivazione alla base del servizio diplomatico e' quella del servitore di una Idea: l' Italia.

Personalmente, trovo ancora a distanza di anni questa motivazione alla base della mia scelta di vita e del mio impegno quotidiano.

Sono certo che le skills professionali che la carriera mi ha finora consentito di affinare e sviluppare siano apprezzabili sul mercato e potrebbero trovare remunerative occasioni di impiego nel settore privato, ma finche' le motivazioni che ho sopra descritto mi sosterranno preferiro' i sacrifici imposti dalla carriera alla prospettiva della scalata di una "corporate ladder".

8 febbraio 2008

Farnesina, istruzioni per l'uso (1)

Congratulazioni, ce l'hai fatta.

Hai superato uno dei concorsi piu' selettivi e difficili della pubblica amministrazione italiana.

Hai retto lo stress di lunghi, solitari mesi di studio, la fatica di scrivere temi in 5 giorni su tre materie diverse come Storia, Diritto e Economia, ed in tre lingue, di cui due straniere.

Sei sopravissuto/a alla fatica del ripasso furioso di mille nozioni in una dozzina di materie nelle poche settimane che separano la notizia del successo negli scritti dagli esami orali.

Hai gestito l'emozione e ti sei difeso con successo dalle domande insidiose dei commissari .

Hai realizzato il sogno per il quale hai tanto faticato. Pregusti una carriera di sedi esotiche, di incontri stimolanti, di sfide culturali. Per il momento pero' ti aspetta un periodo di formazione e di servizio metropolitano.

Ti si aprono le porte dell'edificio italiano piu' grande, il cui volume e' pari a quello della reggia di Caserta: la Farnesina.

E adesso?

Per cominciare, se non sei di Roma, ti aspetta un trasferimento nella Capitale, la ricerca di una sistemazione logistica adeguata, la costruzione di una rete di nuove amicizie, il rifornimento se non la ristrutturazione completa in senso "executive" (come almeno io dovetti fare) del guardaroba.

Ti aspetta la Curva dell'Apprendimento del Codice della Casa.

Ti aspetta la sorpresa di uno stipendio magro.

All'inizio sei un Volontario Diplomatico, in gergo "VolDipl". Lo resti per circa un anno. Si tratta di un periodo di prova al termine del quale l'Amministrazione ti conferma nei ranghi ministeriali con il grado di Segretario di Legazione, grado che conserverai fino al decimo anno di carriera.
Si tratta di un passaggio quasi automatico essendosi verificati rari casi di "drop-out". Il VolDipl frequenta un corso di formazione presso l'Istituto Diplomatico che si svolge parallelamente al periodo di distacco negli Uffici ministeriali.

Resterai a Roma per un minimo di due anni, ma devi mettere in preventivo un periodo anche maggiore spesso di tre, talvolta anche di quattro, fino al sospirato momento della tua Prima Sede Estera.

E' un periodo cruciale perche' e' questa la fase dell'imprinting, quella in cui si delineano i caratteri originali del funzionario, in cui si comincia a formare (talvolta in maniera irreversibile) la tua Reputazione, il tuo capitale piu' importante nella gara cui - consapevolmente o no - ti sei iscritto.


6 febbraio 2008

Transformational Diplomacy americana

Il Presidente americano Bush nel bilancio recentemente presentato ha previsto risorse addizionali per far fronte alla grave carenza di personale del Dipartimento di Stato.

Oltre che infoltire i ranghi il Dipartimento di Stato, sotto la Rice, sta riorientando finalita' e strumenti secondo modalita' d'avanguardia che non escludono il ricorso a forme flessibili ed innovative assicurando una presenza sul terreno agile e capillare mediante antenne.

I servizi diplomatici dei principali paesi si misurano con una ormai cronica carenza di risorse umane.

L'Italia non fa eccezione. La Farnesina calcola che la sola Carriera Diplomatica sia sotto di circa 80-90 unita' rispetto al fabbisogno.

Inoltre, con grande difficolta' il MAE e' riuscito ad assicurare la copertura finanziaria per l'immissione nei ruoli a fine 2007 degli ultimi Volontari Diplomatici a seguito del successo nel concorso.

I Ministeri degli Affari Esteri devono inoltre misurarsi con la crescente competizione del settore privato che offre opportunita' stimolanti di internazionalizzazione per i neo-laureati.

4 febbraio 2008

Tema di Storia: focalizzarsi sul XIX o sul XX secolo?

Ringrazio Antonio per il suo commento in merito al tema di Storia.

Egli mi chiede se sia opportuno dedicare all'800 un tempo minore di studio, approfondendo principalmente il secolo XX.

Non dispongo dell'elenco delle tracce uscite negli ultimi concorsi ma credo che le scuole che preparano gli studenti al concorso siano in grado di reperirle abbastanza facilmente. Eventualmente si puo’ chiedere all’Istituto Diplomatico del Ministero degli Esteri.

Da un esame delle tracce uscite si puo' avere una idea - basata sulla statistica - sul trend prevalente.

Tale rilevazione – ancorche’ utile- e’ pero’ relativa.

A mio avviso vanno tenute in conto alcune considerazioni.

1) Il programma ministeriale - se non erro- continua a dedicare uno spazio ampio e relativamente maggiore al secolo XIX piuttosto che a quello scorso. Su quel secolo esistono interpretazioni piu’ consolidate. Se la commissione d’esame vuole andare sul sicuro e’ dunque probabile che opti per tracce pertinenti al XIX secolo.

Credo inoltre che difficilmente la commissione d’esame - come ad un esame di maturita' - proponga temi di attualita' (ad esempio "L'Iran dallo Shah Reza Pahlavi a Ahmadinejad”) .
Il rischio di questo tipo di tracce e’ un derapage dalla Storia alla Cronaca, dai Fatti alle Opinioni, con esiti opposti alle finalita’ dell’esercizio del tema che e’ quello di accertare una solida conoscenza storica e una notevole capacita’ redazionale.

2) I manuali di storia dedicano un'attenzione proporzionalmente maggiore agli eventi del XIX secolo e - relativamente al XX secolo - ai fatti fino agli anni Cinquanta/ Sessanta.
Tuttavia, va tenuta presente la regola dell’apertura degli Archivi: talvolta 30, piu’ spesso 50 anni. Professori di storia che hanno consultato archivi inediti potrebbero presentare tracce su fatti storici relativamente recenti. Come per il tema di Diritto va, anche nel caso della Storia, dunque analizzato il cursus studiorum del Professore membro della commissione.

Cio' premesso, lo studio della Storia contemporanea (intendo proprio fino ai nostri giorni) e', a prescindere, parte del bagaglio del buon diplomatico. Quindi preparsi al meglio anche su possibili tracce riguardanti eventi della fine del secolo XX e' comunque un investimento necessario, oltre che formativo.

Concludendo, nella mia esperienza, il tema fu effettivamente sui fatti storici del XX secolo, in particolare dell’anno 1956 (crisi di Suez, Ungheria, XX Congresso del PCUS).

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