11 febbraio 2008

La diplomazia non e' il Peace Corps

Ho riflettuto sullo stimolante commento di Antonio circa la spinta etica e morale della nuova generazione di aspiranti diplomatici e l'annacquamento della componente nazionale nel background dei giovani italiani.

Sono anch'io convinto che cio' sia un asset e credo che sia una fortuna per l'Italia di poter contare su giovani latori di una forte motivazione idealistica.

Cio' costituisce sicuramente un arricchimento della carriera diplomatica italiana rafforzando una tendenza in atto da tempo di cui e', ad esempio, un indizio l'esperienza, da parte di un crescente numero di funzionari, nel servizio civile nazionale.

Tuttavia, alcune puntualizzazioni a mio avviso si impongono.

In primo luogo, il rappresentante diplomatico esprime la quintessenza delle qualita' nazionali agli occhi delle autorita' e piu' sovente della societa' del paese in cui e' accreditato. Nei giorni scorsi, l'alta autorita' del Paese in cui mi trovo, in verita' fin troppo benevolmente, si e' complimentato della mia eleganza "tipica degli italiani" come ha voluto gentilmente sottolineare.

Piacciano o no gli stereotipi- in quanto descrizioni semplificate e verosimili della realta' - sono strumenti essenziali della conoscenza ed i popoli vi ricorrono abitualmente.

Peraltro a tutti quanti abbiano trascorso lunghi periodi all'estero sara' capitato di riscontrare una certa accentuazione delle proprie caratteristiche nazionali. In breve, all'estero ci si sente piu' italiani, o piu' francesi, inglesi, ecc. . Si riscopre - piu' facilmente che in patria - il carattere nazionale.

La carriera diplomatica proprio per la sua natura puo' dunque necessariamente condurre ad una esaltazione della propria quintessenza nazionale.

In secondo luogo, un diplomatico, anche nel mondo postmoderno di cui l'Unione Europea sarebbe la piu' compiuta incarnazione, rimane uno strumento per l'avanzamento di interessi pragmatici spesso egoistici e non necessariamente altruistici.

Tali interessi la diplomazia persegue preferibilmente con gli strumenti del dialogo. L'Italia repubblicana e' una potenza fortemente impegnata nella causa dei diritti umani, della solidarieta', della promozione del dialogo anche tra parti distanti e ostili.

Tuttavia, le circostanze della realpolitik - volenti o nolenti - continuano ad informare la realta' internazionale chiamando il nostro Paese all'uso della forza anche se le ragioni di convenienza politica sfumano opportunamente tale impegno.

Senza arrivare al caso estremo della guerra si possono fare alcuni esempi in cui l'esperienza professionale potrebbe proporre dei laceranti dilemmi di coscienza al diplomatico animato da forti considerazioni ireniche.

Quel diplomatico si potrebbe un giorno trovare ad essere chiamato - per fare un esempio - a promuovere presso uno Stato straniero il sostegno governativo nazionale al procurement di armamenti presso un'azienda italiana. Operazione pienamente legittima ma che potrebbe causare qualche problema di coscienza.

O potrebbe ricevere istruzioni da Roma perche' eserciti una forte pressione presso le sue autorita' di accreditamento perche' dispongano la riammissione di migranti economici, certo disperati, tuttavia illegalmente approdati in Italia.

Per costoro esistono carriere internazionali alternative. Sarebbe per esempio forse piu' indicata una carriera nell'ambito delle Nazioni Unite.

La diplomazia non e' il Peace Corps.

2 commenti:

Antonio ha detto...

Caro Diplomentor,
trovo estremamente interessante il Suo passaggio quando afferma che "all'estero ci si sente piu' italiani". Si riscopre la Patria, essendo chiamati a starvi lontano per ragioni professionali. E' una constatazione semplice che non avevo considerato.

Lei ha chiaramente delineato alcuni casi, credo nemmeno troppo sporadici, in cui il diplomatico possa trovarsi ad affrontare scelte "eticamente delicate". Probabilmente l'approccio più consono a tali eventualità risiede nel punto di avvio di questo breve scambio di battute: il "senso dello Stato". Spirito di servizio e rispetto per il proprio Paese dovrebbero essere vincoli morali su cui ogni funzionario potrebbe far leva nell'espletamento delle proprie mansioni. Tanto più se difficili da accettare perchè in contrasto con la propria sensibilità.

La diplomazia non è il Peace Corps. Condivido pienamente. Ma è pur sempre "l'arte della negoziazione", il momento più alto dell'Uomo nel raggiungere - quando possibile - soluzioni condivise. Esercizio dell'interesse nazionale, non vi è dubbio, ma anche fedeltà ai principi di democrazia e rispetto della pace che la Repubblica ha assunto come propri valori costituzionali, oltre che come direttive di politica internazionali. In una battuta: equilibrio tra realpolitik e principi etico-morali. Equazione non sempre semplice, ma pur sempre necessaria.

Spero un giorno - non troppo lontano - di poter vivere professionalmente questa magnifica sfida.

Le porgo un caro saluto, ringraziandoLa delle preziose riflessioni.

Anonimo ha detto...

Gentile blogger, potrebbe chiarirmi la funzione del famoso "bollettino"? Perchè alcuni suoi giovani colleghi ne parlano quasi come un oggetto "mistico"?


Cordialmente,

Andrea

ShareThis

 
Template by Blografando