10 febbraio 2008

Show me the money

Ringrazio molto Antonio per il suo intelligente commento al mio ultimo post.

Confermo tutto cio' che gli risulta dalla frequentazione di altri colleghi.

Fare il diplomatico non fara' di te una persona ricca.

Se fare i soldi e' uno dei tuoi i obiettivi professionali, allora e' bene che tu sappia che sei nella "wrong line of business".

La carriera diplomatica italiana - nelle sue attuali modalita' - determina una spiccata schizofrenia nell'attitudine individuale al consumo risultato di retribuzioni (estera e mmtropoliana) profondamente diverse.

Cio' impone una capacita' di pianificazione del proprio piano di consumo e di risparmio in una prospettiva pluriennale. La retribuzione durante il periodo di servizio estero compensa le ristrettezze metropolitane consentendo quel risparmio necessario ad una famiglia tipicamente monoreddito come e' quella del diplomatico.

E' difficile e non tutti vi riescono.

Non sono in grado di fare paragoni dettagliati con la retribuzione dei colleghi stranieri. Credo che forse maggiori informazioni al riguardo possa fornirle il sito del sindacato dei diplomatici italiani, il SNDMAE.

Semplificando, il trattamento economico estero italiano ha carattere forfettario (lump sum). Cio' spiega perche' gli stipendi dei diplomatici italiani appaiano piu' alti di quelli corrispondenti stranieri.

L'ISE (indennita' di servizio estero) copre diverse voci di spesa mentre quella di altri servizi prevede una base retributiva piu' bassa integrata pero' da specifiche indennita' (coniuge, scuole, viaggi di congedo, ecc.) piu' generose di quelle italiane.

Teniamo inoltre presente che l'ISE (che non ha carattere retributivo) non e' prerogativa esclusiva dei diplomatici come certa stampa facilona fa credere ma e' prerogativa di tutto il personale della pubblica amministrazione in servizio all'estero.

Ma torniamo al punto di Antonio.

Da un punto di vista filosofico, occorre secondo me guardare le cose da un altro e piu' ampio punto di vista. Cosa vuol dire essere ricchi?

Se ci si limita ad una dimensione puramente finanziaria della ricchezza, allora si puo' ragionevolmente affermare che la carriera diplomatica non fara' di te un milionario, ma ti consentira' comunque uno standard di vita decoroso in Italia ed agiato all'estero.

La carriera diplomatica, tuttavia, ti arricchira' incomparabilmente sotto altri aspetti consentendoti una crescita professionale, culturale, emotiva e se vuoi anche spirituale incomparabile con altre esperienze.

Tutto cio' non e' forse monetizzabile ma e' ugualmente - se non di piu' - gratificante.

Infine, fuor di retorica, la motivazione alla base del servizio diplomatico e' quella del servitore di una Idea: l' Italia.

Personalmente, trovo ancora a distanza di anni questa motivazione alla base della mia scelta di vita e del mio impegno quotidiano.

Sono certo che le skills professionali che la carriera mi ha finora consentito di affinare e sviluppare siano apprezzabili sul mercato e potrebbero trovare remunerative occasioni di impiego nel settore privato, ma finche' le motivazioni che ho sopra descritto mi sosterranno preferiro' i sacrifici imposti dalla carriera alla prospettiva della scalata di una "corporate ladder".

2 commenti:

Antonio ha detto...

"La carriera diplomatica, tuttavia, ti arricchira' incomparabilmente sotto altri aspetti consentendoti una crescita professionale, culturale, emotiva e se vuoi anche spirituale incomparabile con altre esperienze."

Condivido appieno. Ed è per tale motivo che ho accettato questa ardua scommessa con il futuro.

Inoltre, sembra molto interessante porre "il senso dello Stato" e la "difesa del proprio paese" come alcune delle motivazioni principali che spingono a tale carriera.

Farei però una piccola osservazione personale. Vivendo a contatto con tanti altri "aspiranti diplomatici", percepisco un differente orientamento rispetto alle motivazioni che portano alla scelta della diplomazia come "scelta di vita".

Oggi, al pari del passato, permangono le tensioni alla volontà di conoscere il mondo, ad assaporarne le differenze, anche nelle loro rappresentazioni più complesse e drammatiche. Permane, in sostanza, la volontà di arricchirsi culturalmente più che economicamente.

Ma la scelta per "la difesa dell'Italia" e la volontà di "servire il proprio Paese", sembrano assumere un ruolo più defilato. Questo, a mio modesto avviso, non rappresenta un punto debole dei nuovi (aspiranti) diplomatici, al contrario. La maggiore affinità con un mondo progressivamente più "aperto" e integrato, la necessità di costruirsi un bagaglio formativo che necessariamente passa per diversi anni di esperienza all'estero (oggi, in misura maggiore che in passato, chi affronta il concorso viene da almeno 24 mesi di studio e/o tirocinio all'estero. Sia in Europa - prog.Erasmus - che nel resto del Mondo - prog.Overseas), rendono il "confine nazionale" meno stringente. Con ciò, non intendo dire che la volontà di difendere gli interessi della propria comunità nazionale siano stati messi in disparte, ma semplicemente che essi vengano posti in parallelo con una sorta di "interesse collettivo" - globale -di cui oggi ci si sente "servitori".

Certo, Le sembreranno percezioni dal tratto un po' idealistico di giovani non ancora coscienti della realtà del meccanismo diplomatico. Ma ritengo possibile affermare che tale sia la condizione del sottoscritto e di tanti suoi colleghi.
Infondo, e credo che questo traspaia anche nel Suo post, una "spinta" etica e morale rimane essenziale per questo tipo di carriera.


Le porgo un caro saluto e La ringrazio ancora per la puntuale risposta.

Ale ha detto...

Gentile Diplomentor,
leggo sul suo post, e su un comunicato del sindacato MAE firmato da una lunga serie di SL, che le retribuzioni offerte dal MAE non sarebbero all'altezza della concorrenza del settore privato.
Persino all'inizio della sua carriera, il diplomatico Italiano si sacrificherebbe per il suo paese, rinunciando ad altri non precisati, ma meglio retribuiti incarichi.
Esattamente a quali concrete possibilità ci si riferisce? Gli argomenti trattati per la preparazione al concorso non sembrano avere grande rilevanza per impieghi aziendali e la quantità di ex allievi delle scuole di preparazione che non riescono a trovare alcun impiego, anche a distanza di anni, sembra dimostrare palesemente il contrario.
Senza negare che i contatti sviluppati durante la carriera possano avere una utilità per sviluppare iniziative commerciali, e dunque un interesse per le aziende private, se un segretario di legazione si licenziasse dopo un anno di servizio, con quale profilo potrebbe candidarsi ad un lavoro in un'azienda privata? Conosce qualcuno che lo abbia fatto prima di raggiungere posizioni apicali?

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