29 marzo 2008

Architettura e diplomazia

Concordo con Riccardo circa l’effetto che la particolare architettura e la dimensione della Farnesina puo’ avere avuto (ed ha) sull’atmofera della Casa.

Il Ministero degli Esteri italiano nel corso della storia unitaria del Paese e’ stato finora ospitato prima (1871-1922) nel Palazzo della Consulta.

Il Ministero migro’ poi a Palazzo Chigi tra il 1923 ed il 1959. Infine alla Farnesina dal 1959 ad oggi.

Esiste un prezioso libro del collega Ugo Colombo Sacco che riassume questi passaggi ed e’ corredato di una bellissima documentazione fotografica sui palazzi storici che hanno ospitato il Ministero degli Esteri.

Il libro si sofferma anche sulle cancellerie pre-unitarie del Palazzo delle Segreterie a Torino e di Palazzo Vecchio a Firenze.

In effetti leggendo la memorialistica diplomatica del periodo Palazzo Chigi, come nota Riccardo, si intuisce in che misura gli spazi più a misura d’uomo e piu’ contenuti, influenzassero ritmi di lavoro e rapporti interpersonali, oltre che professionali, tra i diplomatici italiani.

Al riguardo segnalo la lettura delle memorie di un grande diplomatico italiano, Roberto Ducci, “La bella gioventu’” .

Anche il diario di Ciano e’ una testimonianza in questo senso.

A quel tempo i rapporti interpersonali erano anche cementati a Roma dalla frequentazione del Circolo degli Affari Esteri di cui Galeazzo Ciano fu il primo Presidente.

Il Circolo sorge adesso sul Lungotevere dell’Acqua Acetosa e svolge ancora oggi con successo questa funzione.

Non sono un esperto di architettura ma le impressioni che si ricava dalla visita di Palazzo Chigi e da quella della Farnesina sono evidentemente molto diverse.

Alla “freddezza” della Farnesina contribuiscono lo stile razionalista tipico del Ventennio e l’uso dei materiali (marmo e travertino).

In tempi recenti segnalo una iniziativa che ha a mio avviso con successo contribuito a rendere piu’ “calda” la Farnesina.

Mi riferisco alla installazione di una collezione di arte contemporanea italiana promossa dall’ex Segretario Generale Ambasciatore Umberto Vattani .

La collezione e’ visitabile dal pubblico, in particolare in quelle occasioni in cui la Farnesina si apre apposta ai visitatori per far conoscere il suo patrimonio architettonico ed artistico.

Vi invito a visitarla anche per avere un’occasione di vedere dal di dentro quello che potrebbe essere un giorno il vostro posto di lavoro.

E’ peraltro una iniziativa unica nel suo genere che impressiona i visitatori stranieri che frequentano quotidianamente il palazzo.

E’ inoltre anche uno strumento di diplomazia culturale perche’ la collezione viaggia da qualche tempo con successo all’estero.

Osserverei infine due aspetti. Il primo riguarda una certa “eccentricita’ (nel senso di lontananza dal centro) della Farnesina rispetto agli altri palazzi del potere romano.

Cio’ contribuisce ad una certa separatezza psicologica del Dicastero accentuandone la sua “specialita’” .

Il secondo aspetto – paradossale – e’ che seppure sia ospitata in un palazzo dalle dimensioni cosi’ grandi, l’Amministrazione degli Affari Esteri stenta a contenersi nel palazzo della Farnesina.

Essa tracima nelle adiacenze del Foro Italico, in particolare con uffici distaccati dalla cooperazione allo sviluppo.

Non e’ infrequente che il personale negli uffici debba collaborare fin troppo “strettamente” coesistendo in spazi angusti.

Non credo sia solo una questione di ingigantimento numerico del personale amministrativo come dice Riccardo.

La Farnesina e’ infatti un Ministero agile rispetto ad altri e ancora sottostaffato rispetto alle sue obiettive esigenze e compiti.

Forse una delle ragioni dell’attuale “ristrettezza” e’ che l’edificio ospita anche uffici di altre amministrazioni dello Stato.

Cio’ per ragioni funzionali. Questi uffici svolgono compiti strettamente connessi agli affari esteri.

Concludo dicendo che, malgrado la sua bellezza artistica e la sua storia piu' antica, anche Palazzo Chigi mostra limiti strutturali nell'accomodare le esigenze logistiche della Presidenza del Consiglio, con una conseguente ed analoga "tracimazione" in edifici circostanti.

Cio' e' legato alla crescita del ruolo e delle funzioni di questa istituzione negli anni recenti.

27 marzo 2008

Produzione e circolazione delle idee alla Farnesina

Luigi chiede: al giovane diplomatico è concesso di "pensare liberamente"?

Il punto non e’ la liberta di pensiero che e’ ovviamente garantita anche alla Farnesina.

Il punto e’ piuttosto come valorizzare ed incanalare costruttivamente un contributo propositivo di idee che provenga eventualmente dai piu’ giovani o da altre parti.

Devo infatti ribadire un concetto. La Farnesina e’ rigida sul rispetto della catena di comando. Lo e’ perche’ un’organizzazione cosi’ grande non puo’ funzionare se non si fonda su principi di autorita’ e gerarchia.

Agire al di fuori della catena e’ inefficace perche’ la macchina amministrativa risponde ai comandi che giungono nel formato codificato e attraverso il canale prestabilito.

E’ controproducente perche’ comporta conseguenze negative sul piano della valutazione del singolo funzionario “esorbitante” .

Cio’ non vuol dire che la Casa sia impermeabile alla diffusione di idee nuove.

Proiettata per sua natura all’esperienza internazionale, per molti aspetti anzi la Farnesina e’ all’avanguardia nel panorama della pubblica amministrazione italiana.

Lo e’ ad esempio nell’abbracciare le nuove tecnologie.

Direi quindi che non c’e’ una rigidita’ preconcetta.

Tuttavia, certamente la Farnesina non e’ ne’ Google ne’ Microsoft.

A Google i dipendenti sono invitati a dedicare il 20% del loro tempo o un giorno alla settimana su progetti che non sono necessariamente collegati al lavoro.

Alla Microsoft ogni anno (talvolta anche due volte l’anno) Bill Gates organizza una “Think Week”. Annuncia un “call for papers” aperto a tutti i dipendenti della Microsoft.

I migliori 100 paper vengono sottoposti a Gates che per una settimana si eclissa in un cottage in riva al mare per studiarli e pensare il futuro dell’azienda.

Il processo e’ descritto in dettaglio in questo articolo del Wall Street Journal.

Se non ricordo male qualche anno fa l’allora Segretario Generale Vattani aveva disposto l’istituzione di una casella postale elettronica dedicata in cui tutto il personale era sollecitato a depositare suggerimenti, ad indicare “best practises”, ecc.

Non saprei dire quale sia stato l’esito di tale interessante esperimento.

Da un punto di vista generale la Farnesina promuove costantemente uno sforzo di produzione intellettuale.

Sotto l’attuale Segretario Generale Massolo, il Ministero e’ attualmente impegnato in attivita’ di brainstorming sul ruolo dell’Italia. Un Gruppo di Riflessione Strategica, che coinvolge anche il settore privato ed i think tank nazionali e’ attivo da tempo alla Farnesina. Il Gruppo ha di recente prodotto un rapporto sulla sua attivita’.

Nel lavoro quotidiano d’ufficio, cui forse si riferisce Luigi, osservo che al fine della “levitazione” delle idee e della loro accettazione molto dipende comunque anche dalle personalita’ in gioco.

L’analogia che amo fare al riguardo della gestione degli Uffici e’ di natura velica. Chiunque di voi vada per hobby sul mare sa che la barca non e’ un un luogo per esercizi di democrazia.

Deve esserci solo un capo. Ne va della sicurezza dell’equipaggio.

Alcuni dirigenti sono dei decisionisti in proprio. Adottano un approccio “top down”. Altri , tuttavia, preferiscono un approccio piu’ consensuale.

Il mio personale punto di vista e’ che un capo intelligente debba prima di decidere ascoltare, sollecitare punti di vista anche alternativi.

Ma alla fine la decisione e’ solitaria. E trovo che sia giusto che, chiuse le discussioni, si lavori lealmente nella direzione presa.

Se poi si sbaglia allora occorre valutare le responsabilita’ ed assumersele.

Quello che ho notato e’ che le probabilita’ di successo dipendono non solo dalla qualita’ delle idee ma anche dalla modalita’ in cui esse vengono presentate.

Se un mio superiore si sta indirizzando su una strada che a mio giudizio conduce in errore e’ mio dovere farlo presente.

Rispettare la catena di comando non vuol dire abdicare dalle proprie facolta’ di ragionamento.

Naturalmente la mia obiezione avra’ un peso tanto piu’ grande quanto maggiore e’ la mia credibilita’.

La sfida per un giovane “propositivo” e’ quella dunque di stabilire nel minor tempo possibile quelle credenziali in virtu’ delle quali il suo consiglio sia preso “on board’.

Il modo piu’ efficace per realizzare cio’ e’ dimostrare di abbinare conoscenza (dunque studiare) a equilibrio, buon senso e maturita’.

26 marzo 2008

Prova di lingua francese nel concorso

Rispondo ad Antonio circa l’ipotesi di modificare le modalità di svolgimento del concorso con la proposta di "declassificazione" del francese.

Non ho una risposta ma credo che l’avremo tutti a breve se, come si dice, il bando e’ prossimo.

La "declassificazione" non sarebbe comunque una novita’. Quando feci il concorso il francese in effetti non era lingua obbligatoria.

Ricordo che i francesi ci rimasero male e che si rallegrarono invece molto con la Farnesina quando il francese fu ripristinato allo stesso livello dell’inglese.

I francesi si aspettano solidarieta’ dai “cugini” italiani.

In generale, a Parigi ci tengono a che il francese mantenga non solo un ruolo storico di lingua della diplomazia ma anche uno status di grande lingua veicolare.

Lo dimostra ad esempio l'ostinazione nell' esprimersi in francese anche nelle riunioni in cui l'inglese e' la lingua di lavoro preferenziale.

Spesso i colleghi francesi ricevono istruzioni precise e tassative da Parigi in tal senso.

Lo dimostra anche l'impegno nella promozione della “francofonia” di cui il 20 marzo si e’ celebrata l’annuale giornata.

25 marzo 2008

Arrivo nella sede estera

I prossimi quattro post riguardano rapide risposte a commenti apparsi di recente.

A Materixs che, all'arrivo nella sede estera teme di andare a dormire sotto i ponti, posso assicurare che non corre questo rischio.

All’arrivo in sede si riceve generalmente un aiuto logistico, dall’accoglienza in aeroporto (se si arriva in aereo) alla predisposizione di un alloggio.

Fatta eccezione per gli Ambasciatori che dispongono di residenza demaniale, e’ prassi all’arrivo andare in hotel o in residence per il tempo necessario a trovare un alloggio idoneo in affitto.

Qualche collega preferisce andare in avanscoperta e trovare casa prima ancora di prendere servizio. Qualcuno incarica i coniugi di tale missione.

Qualcun altro eredita la sistemazione del collega predecessore.

Personalmente preferisco andare in un residence e cercare con calma sul posto l’alloggio piu' congeniale alle esigenze professionali e personali.

Sempre a Materix confermo l’esistenza di una generale solidarieta’ tra colleghi.

Ho sperimentato che tale livello di solidarieta’ e’ direttamente proporzionale al grado di disagio della sede.

In posti “caldi” ci si aiuta di piu’ . Fui molto grato al mio primo Ambasciatore che, all’arrivo nella mia prima “caldissima” (in tutti i sensi) sede estera mi ospito’ per qualche giorno in residenza assicurandomi un “soft landing” .

Non eleverei pero’ la mia esperienza a legge generale. Come sempre molto dipende dalla “chimica” interpersonale che si crea.

L’arrivo in sede e’ comunque un momento certamente eccitante ma anche stressante.

Alle richieste immediatamente pressanti di un lavoro impegnativo, corrispondono anche le difficolta’ tipiche dell’ambientamento in una realta’ che puo’ essere profondamente diversa dal punto di vista climatico, linguistico e culturale.

E’ importante essere vicini alla propria famiglia (se la si ha) poiche’ mentre il diplomatico puo’ contare su una struttura di immediato supporto, i coniugi ed i figli no.

19 marzo 2008

Lezioni diplomatiche dalla blogosfera

Tra i motivi che mi hanno indotto ad aprire il blog vi e’ stato quello egoistico di mantenermi in esercizio.

L’ufficio che ricopro adesso ha caratteristiche soprattutto operative e rispetto al passato impegna meno le mie capacita’ redazionali.

Non ho talento per la narrativa e la mia abilita’ redazionale ha finora trovato il suo alveo quasi esclusivamente nei generi letterari tipici della Casa (rapporti, messaggi, telegrammi, lettere, ecc.).

I diplomatici sono degli scrittori compulsivi.

Gran parte della loro attivita’ ruota attorno alla parola scritta. Carriere brillanti – dentro e fuori la Farnesina - sono costruite intorno ad eccezionali capacita’ redazionali.

Del resto, lo stesso concorso diplomatico verifica in primo luogo la capacita’ del candidato di esprimersi in forma scritta.

Per avere un’idea della propensione diplomatica alla redazione esiste un volume a cura di Stefano Baldi e Pasquale Baldocci, intitolato “ La Penna del Diplomatico” che e’ un catalogo delle opere scritte dai diplomatici italiani dal dopoguerra.

Trovate il link a questo volume qui.

Il blog dunque anche come sfogo.

Tuttavia strada facendo l' esercizio e’ stato una rivelazione sulle potenzialita’ di questo particolare strumento di comunicazione.

Il blog e’ un tipo di sito web dalle caratteristiche dinamiche. E’ una sorta di diario in ordine cronologico inverso.

Come strumento di comunicazione il blog e’ assai piu’ flessibile ed immediato di un sito web classico.

Sono in buona compagnia. Bloggano infatti oggi anche i Ministri degli Esteri.

Un esempio e’ il Foreign Secretary britannico, David Miliband, che blogga dalle pagine del sito del Foreign Office.

Il suo diario offre – in diretta- un accesso senza precedenti alla mente di un Ministro degli Esteri.

Il tono e’ informale, personale, diretto.

Si denota una freschezza difficilmente eguagliabile dalla forma preferenziale di espressione del punto di vista istituzionale di un Ministro (generalmente il comunicato stampa o l’intervista).

Anche il Ministro degli Esteri spagnolo Moratinos ha un suo blog personale che ha pero’ un tono un po’ meno spontaneo di quello di Miliband.

A parte offrire un canale di comunicazione immediato per il Ministro, mi sono venute in mente un paio di altre applicazioni che potrebbero essere utili nel lavoro diplomatico delle Ambasciate all’estero.

Il primo prevede da parte del Capo Missione la scrittura regolare di un blog in cui registrare la propria attivita’.

Il blog permette di creare categorie in cui incasellare le varie “entries”.

Da tale strumento ne guadagnerebbe la preservazione della memoria storica di un’Ambasciata.

Una delle caratteristiche del lavoro diplomatico e’ l’elevato livello di “turnover”, di rotazione negli incarichi.

E’ una sfida creare e preservare un patrimonio di informazione sui dossier, sulle persone, su un Paese da cui possano attingere nel tempo funzionari diversi.

Si', nelle Ambasciate ci sono gli archivi ma l'informazione per esser utile deve essere "actionable" e di immediato e facile reperimento.

Pensate a Google.

Con un tale tipo di blog si creerebbe un archivio vivo di assai piu’ facile consultazione sull’attivita’ del diplomatico.

Tale tipo di registrazione permetterebbe di rimediare ad una delle criticita’ tipiche del lavoro diplomatico che si manifesta al momento del passaggio di consegne tra due Capi Missioni.

Oggi piu’ che mai si chiede ai diplomatici di “hit the ground running”, di essere immediatamente operativi negli incarichi al loro arrivo in sede.

Blog simili potrebbero essere tenuti non solo dai Capi Missione ma anche da funzionari di piu’ basso livello (ad es. il capo di un ufficio commerciale, culturale o di una cancelleria consolare)

Si ridurrebbero i tempi di familiarizzazione con i temi di pertinenza di una sede.

Naturalmente per questo tipo di blog ci sono considerazioni di riservatezza. Esso dovrebbe essere protetto e risiedere su una rete non di pubblico accesso. Questa esiste gia' al MAE.

Il secondo possibile utilizzo e‘ l’apertura di un blog sulla rete nel caso di una crisi (che coinvolga ad esempio connazionali).

Il blog funzionerebbe da canale di informazione permanente.

Sarebbe un canale di facile aggiornamento e di immediata consultazione del pubblico (familiari, giornalisti).

Per tornare alle mie pulsioni redazionali, anticipo che sto ultimando la redazione di un ebook che amalgama alcuni dei post piu' utili finori apparsi sul blog.

Il testo sara' scaricabile dal sito. Sara' anche questa una risorsa gratuita.

Lo inviero' in anteprima a quanti sono gia' iscritti al feed, (via RSS o email), lo strumento per non perdersi l'uscita in tempo reale dei post del blog.

18 marzo 2008

Sondaggio (2)

Antonio mi ha fatto opportunamente notare che la visualizzazione del sondaggio sulla homepage risulta imperfetta.

Purtroppo per rimediare bisogna intervenire sul layout della barra di navigazione modificando il codice della template, cosa che temo di non sapere fare.

Si puo' dunque piu' comodamente visualizzare il sondaggio cliccando qui.

17 marzo 2008

Farnesina, istruzioni per l’uso (9): pensare positivo

Faticando sui libri di studio e’ inevitabile idealizzare l’obiettivo professionale che si sta perseguendo.

Forse solo idealizzandolo riusciamo a radunare le forze e a concentrare le energie per centrarlo.

D’altra parte, raggiunto il traguardo , la realta’ puo’ non corrispondere al nostro sogno.

Succede spesso nella vita. Credo che possa cosi' spiegarsi quel certo qual disincanto di cui fanno stato i giovani neo diplomatici italiani oggi.

E’ possibile e forse e anche necessario un approccio piu’ consapevole alla Carriera.

E in cio’questo blog puo’ essere di qualche utilita’.

La distanza tra illusioni e realta’ non deve impedire a chi si avvicina alla carriera diplomatica di saper vedere e cogliere le opportunita’ che essa offre.

L’erba del vicino non e’ migliore.

Altre sfere professionali presentano difficolta’ simili a quelle della Farnesina, se non addirittura peggiori.

Il settore privato viene troppo idealizzato. Si’, forse la carriera e’ piu’ veloce (ma cio’ dipende anche dal settore).

Spesso il lavoro nel settore privato vuol dire vendere un prodotto commerciale. E vendere – come si sa - e’ difficile.

Come ho osservato precedentemente, anche il diplomatico vende un prodotto di successo, il “brand Italy”.

Credetemi: pur con tutte le difficolta’ del momento, il “brand Italy” all’estero si vende ancora bene.

Nel vendere il “brand Italy” avanzate gli interessi del Paese e rendete dunque un servizio alla collettivita’.

Questo e‘ un motivo di gratificazione profonda.

Infine, un ulteriore motivo di conforto.

Non si creda che i giovani diplomatici stranieri se la passino molto meglio di quelli italiani.

Chi ha avuto occasione di trascorrere prolungati periodi di distacco presso altre cancellerie europee ne e‘ spesso tornato rivalutando la Farnesina.

Dunque, e’ importante e’ non mollare. Soprattutto non mollare subito.

Anche io al mio ingresso in Carriera ho avuto i miei momenti di scoraggiamento.

Come me altri colleghi. E’ naturale. E’ umano.

Se il vostro primo incarico vi delude, tenete duro. Ricordate che e’ solo il primo di una lunga e variegata serie.

Se proprio non resistete, potrete cercare di essere destinati ad un altra direzione generale/servizio.

Svolgerete mansioni che vi sono forse piu’ congeniali. Troverete colleghi con cui sarete in maggiore in sintonia.

Ricordate comunque che si tratta solo del primo periodo di servizio metropolitano.

Infine, mantenete la prospettiva. Il servizio metropolitano e’ solo una faccia della medaglia.

Tra colleghi si scherza dicendo che la vera sede disagiata della Carriera diplomatica e’ Roma (che e’ invece considerata un plum assignment dai colleghi stranieri)

Chi intraprende la Carriera diplomatica lo fa generalmente per vivere l’esperienza estera.

La vita del diplomatico all’estero e’ piu’ stimolante, sia sul piano professionale che su quello personale, di quella in Italia.

16 marzo 2008

Corsi di preparazione al concorso diplomatico:sondaggio

Quando studiai per il mio concorso diplomatico dopo la laurea frequentai un corso di preparazione di sei mesi.

Il corso non aggiunse un valore particolare ad una preparazione generale che era gia' abbastanza mirata allo sbocco professionale di una carriera internazionale.

Fu tuttavia un'esperienza utile per due motivi.

In primo luogo perche' feci conoscenza con studenti che condividevano il mio sogno.

Si confrontavano esperienze, motivazioni, dubbi, ecc.. Ci si incoraggiava a vicenda, facendo squadra.

Alcuni di loro li ritrovai non solo sui banchi del concorso ma anche nella Carriera.

Il corso di preparazione fu anche utile per l'apprendimento di consigli e tecniche redazionali delle prove scritte.

Al tempo - con l'eccezione della redazione della testi - all'universita' si scriveva poco.

Forse (mi auguro) adesso le cose sono cambiate.

La redazione, e soprattutto la correzione dei temi, furono dunque un esercizio prezioso.

Rispetto a quando feci il concorso, in Italia esistono oggi molte piu' corsi di preparazione al concorso diplomatico offerti da Universita' o da istituti internazionalistici (SIOI, ISPI, ecc.).

Sarei curioso di conoscere la vostra esperienza.

Ve lo chiedo anche per rispondere al quesito che Danilo mi ha posto per email.

Danilo e' un giovane avvocato italiano ben avviato professionalmente e che vive all'estero.

La diplomazia è il suo sogno. Un sogno che si è risvegliato da poco, quando, nelle sue parole "ho capito che, oltre all'avvocato, avrei voluto fare qualcosa per me di più interessante".

Pensa di tentare il concorso e mi chiede se ci si possa auto-preparare.

Chiaramente per via del suo lavoro non ha la possibilità di seguire i corsi di formazione che immagino diversi dei lettori del blog stanno frequentando o intendono frequentare.

Molti dei miei colleghi hanno frequentato corsi di preparazione al concorso diplomatico.

Molti, ma non tutti.

Ho dunque pensato di fare un piccolo sondaggio creando un questionario che e' possibile compilare direttamente su questo sito (a destra in cima alla barra di navigazione) oppure cliccando qui.

Ve ne comunichero' i risultati appena possibile.

Grazie (anche da parte di Danilo) per la vostra collaborazione.

14 marzo 2008

Farnesina, istruzioni per l’uso (8): le ragioni della “caduta delle illusioni” dei neo-diplomatici

Riccardo fa riferimento al diffuso disincanto dei giovani neo-assunti nella carriera diplomatica.

All'ingresso entusiasta nella Farnesina subentrano delusione e frustrazione.

I giovani si chiedono: ma la diplomazia e' tutto qui?

Provero' a spiegarvi che le cose non stanno cosi' e nel prossimo post vi diro' come superare questa leopardiana "caduta delle illusioni" .

In questo enuncero' alcuni fattori che "smontano" i neo-assunti.

La Carriera prevede che successivamente al vostro ingresso al Ministero trascorriate un periodo di servizio metropolitano a Roma.

La durata di tale periodo e’ generalmente tra i due anni e i quattro anni (trattenersi oltre puo’ compremettere la regolarita’ del passaggio al grado superiore).

Il primo periodo metropolitano puo’ riuscire estremamente difficile per i giovani funzionari.

Cio’ per una serie di circostanze che hanno riflessi importanti sul gradimento complessivo della scelta professionale fatta.

L’aspetto della retribuzione economica – sulla cui insufficienza vi siete piu’ volte soffermati – e‘ certamente uno di questi ma non e’ il solo.

Ci sono anche altre circostanze che hanno a che fare con l’ambiente in cui farete il vostro lavoro.

Soprattutto quello che mette alla prova e’ l’adattamento alla cultura aziendale e al metodo di lavoro della Farnesina.

In generale, la Farnesina e’ un ambiente professionale "challenging".

Lo e’ per i funzionari piu’ anziani e a maggior ragione lo e‘ per i giovani che devono farsi le ossa, cercando auspicabilmente di non rompersele.

Ecco le (otto) ragioni in dettaglio.

1. La Farnesina e’ complessa.
E’ una organizazione grande, dalle funzioni ramificate, ospitata in un palazzo che, per volume, e’ con la reggia borbonica di Caserta il primo edificio d’Italia.

Impadronirsi dei meccanismi, districarsi nell’organizzazione del Ministero e’ un’impresa che di per se’ richiede tempo.

Alla complessita' si aggiunge l'impersonalita' tipica delle grandi organizzazioni.

Vi piacciono i Pink Floyd? Bene, "Another brick in the wall" puo' rendere l'idea.

2. La Farnesina e’ competitiva
Esistono ragioni strutturali. Rileggetevi quello che ho scritto sul bollettino.

3. La Farnesina e’ gerarchica
Non e’ proprio una caserma e non si sta in divisa, ma si puo’ azzardare una vaga corrispondenza dei gradi ministeriali con quelli militari.

Ci si aspetta osservanza della catena del comando.

Inoltre, se immaginiamo la Carriera come una linea ferroviaria, un Ministro Plenipotenziario e un Segretario di Legazione si trovano a fermate diverse e molto distanti tra loro.

Si rapportano in maniera diversa tra loro.

E’ solo naturale che anziani e giovani si aspettino cose diverse dalla Carriera.

4. Alla Farnesina prevale una cultura aziendale che attribuisce valore e premio all’anzianita’ ed all’esperienza piuttosto che alla gioventu’ (ancorche’ talentuosa).
Farnesina, specchio dell'Italia.

Per chi brami di bruciare le tappe cio' puo’ risultare frustrante.

Alla Farnesina si e’ soliti riferirsi al giovane funzionario come al “ragazzo di bottega”.

E’ un’espressione simpatica, quasi affettuosa. Fa riferimento alla diplomazia come ad un’arte.

Evoca suggestioni medievali, gilde e corporazioni, maestri d’arte ed apprentisti.

Sottende una complicita’ intergenerazionale nell’obiettivo comune di assicurare la continuita’ di un’arte specifica.

Tuttavia, l’espressione nasconde anche un atteggiamento che i giovani (soprattutto al giorno d’oggi) possono trovare irritante: il paternalismo.

5. La Farnesina e’ una burocrazia
Una delle funzioni della burocrazia e’ “pushing papers”. Sono create (anche) per questo. Leggetevi o rileggetevi Max Weber.

La diplomazia ha inevitabilmente anche una sua dimensione burocratica. Una delle qualita’ richieste al giovane funzionario e’ di svolgere un lavoro oscuro e poco appariscente di redazione, di interazione, di problem solving ecc.

Quello che in gergo si chiama “smazzare”.

Insomma se vi aspettate di scrivere, dopo poche settimane di servizio, l’equivalente italiano del lungo telegramma di Kennan, andrete incontro ad una delusione.

6. La Farnesina e’ prudente
Altra caratteristica importante della cultura aziendale della Casa e’ la prudenza.

Mi viene in mente una bella canzone di Frank Sinatra “ Fools rush in where angels fear to tread” .

Beh, questa canzone, ancora piu’ che “My way” potrebbe essere l’inno della Farnesina.

La prudenza e’ senza dubbio una qualita’ importante del diplomatico.

Non e’ tuttavia necessariamente una qualita’ giovanile, tanto piu’ nel nostro tempo in cui si cresce con un piu’ ridotto attention span rispetto al passato ed una diffusa aspettativa di “gratificazione immediata”.

7. Alla Farnesina si lavora fino a tardi
Amici, conoscenti, estranei si soprenderanno sempre quando direte loro che state in ufficio spesso fino alle otto di sera.

“Ma come non esci alle 4 come tutti i ministeriali?”

Questa frase racchiude sia la specialita’ della Farnesina che l'ignoranza del pubblico ancora diffusa sulla Casa.

La prudenza e la gerarchicita' dell'organizzazione si abbinano ai pesanti orari di lavoro nel determinare una generale impressione di farragginosita’ del sistema con conseguente scoramento e frustrazione.

Alla Farnesina si fa spesso tardi e se cio’ succede non e’ solo per gli elevati carichi di lavoro ma anche per la ponderatezza dei processi decisionali.

Se fate le 9 di sera per ottenere una firma del vostro capo ufficio o direttore generale sulle carte che avete preparato avrete certo qualche motivo di frustrazione (non e’ la regola, pero’ puo’ succedere).

Cio’ si riflette negativamente sulla vostra vita personale fuori dell’ufficio.

8. Alla Farnesina “diplomacy begins at home”
A parte le relazioni che i giovani diplomatici devono intrattenere con coetanei e i colleghi piu’ anziani ci sono quelle con gli appartenenti alle altre carriere amministrative che coesistono nel Ministero.

Nel rapporto con queste valgono altri codici, a cominciare dalla forma in cui rivolgersi (prevale il lei anziche’il tu d’uso tra colleghi diplomatici).

Entrati in Carriera capirete presto che il primo ambito di esercizio delle vostre doti diplomatiche non e' l'esterno ma la Casa stessa.

Non e' detto che cio' sia un male.

12 marzo 2008

Qual e' la laurea migliore per il diplomatico?

Rispondo a Dario che per email mi chiede se la laurea in legge sia ideale per affrontare il concorso o se lo svantaggi rispetto ad altri candidati.

Non credo che tua sia svantaggiato rispetto a laureati in altre discipline (economia, scienze politiche, lingue, ecc.).

Storicamente anzi la laurea in legge ha costituito la laurea “classica” del diplomatico in carriera.

Non dispongo di dati statistici certi ma la mia impressione e' che oggi le facolta' di scienze politiche, economia e lingue forniscano in proporzione un numero maggiore di diplomatici.

Tuttavia, cio' non pregiudica le chances dei laureati in legge.

Molte delle prove concorsuali (in particolari quelle orali) hanno per oggetto il diritto.

Una laurea in scienze politiche (o in scienze diplomatiche) a mio giudizio offre forse il vantaggio di una maggiore interdisciplinarieta' ed asseconda quella "versatilita'" che ritengo la caratteristica qualificante del diplomatico moderno.

E' possibile che la frequenza di scienze politiche o diplomatiche dia un vantaggio in partenza rispetto a giurisprudenza.

Questo per una piu' spiccata vocazione alle carriere internazionali che si riflette in materie e piani di studio in sintonia con i programmi ministeriali per il concorso diplomatico.

Molto dipende comunque dalla preparazione del singolo.

Se - al di la' degli studi universitari in legge - hai sempre coltivato passione e interesse per la storia, l'economia e le lingue straniere, puoi metterti al passo nel corso della tua preparazione post-laurea al concorso.

I corsi offerti in diversi atenei e istituti sono utili in tal senso.

Sul piano professionale una solida preparazione giuridica costituisce certamente il presupposto per fare bene il lavoro consolare a Roma e all'estero.

Chi si trova a lavorare presso il Contenzioso Diplomatico si avvantaggera' di una preparazione giuridica ed in particolare di una specializzazione in diritto internazionale.

Il servizio presso la Direzione Generale per l'Integrazione Europea o la Rappresentanza Permanente a Bruxelles presso la UE sono naturali sbocchi di chi ha un background in diritto comunitario.

Anche altri Paesi reclutano i loro diplomatici tra i giuristi.

Negli Stati Uniti ad esempio e’ assai elevata la presenza di “lawyer” nell’amministrazione pubblica in generale.

Cio’ rispecchia l'assunto del primato della legge che caratterizza fortemente la societa’ americana (assai piu’ regolata di quanto si creda abitualmente).

Il famoso manager italo-americano Lee Iacocca (Ford, Chrysler) osservo' una volta che il problema del governo americano e' che ci sono troppi "lawyers" e pochi "businessmen".

Si trattava, evidentemente, di un commento partigiano.

Comunque sia, al Dipartimento di Stato alcuni dei piu’ abili diplomatici sono stati avvocati.

Nel dopo guerra Dean Acheson, ad esempio.

In tempi piu’ recenti Cyrus Vance e Warren Christopher. Robert Zoellick, in tempi recentissimi.

11 marzo 2008

Obiettivi e valutazione dei funzionari (2)

Riccardo mi chiede dell’incidenza di parametri “politici” sull’individuazione degli obiettivi annuali ai fini della valutazione del funzionario.

Non sono sicuro di aver capito bene il senso della domanda.

Immagino che egli intenda il “politico” nel senso di rispondenza agli indirizzi ed alle finalita’ strategiche dell’azione diplomatica del Paese cosi' come essi vengono definiti dalla dirigenza del Ministero degli Esteri (il Ministro cioe').

In tale accezione direi sicuramente di si’.

Sicuramente l'incidenza di questi parametri politici e’ proporzionale alle responsabilita’ ed al grado della Carriera.

Certamente il lavoro di un giovane Segretario di Legazione ha meno implicazioni politiche di quello di un Ministro Plenipotenziario o di un Ambasciatore.

Nel caso dei gradi intermedi della Carriera l'individuazione e la definizione degli obiettivi e' effettuata, nell'ambito delle varie Direzioni Generali e Servizi, all'interno stesso degli Uffici.

Nel corso del servizio all'estero gli obiettivi sono dati dal Capo Missione.

Nel caso degli Ambasciatori, al momento della partenza per la sede estera, viene loro rimessa una lettera firmata dal Ministro degli Esteri che dettaglia gli indirizzi di fondo della sua missione ed i temi prioritari della sua azione.

Come e' ovvio, tali istruzioni scritte vengono integrate nei contatti (diretti, epistolari, telefonici, ecc.) che il Ministro ha con gli Ambasciatori.

L'intensita' di tale flusso supplementare di istruzioni e' direttamente proporzionale alla frequenza delle occasioni di incontro e alla rilevanza delle questioni e degli interessi in gioco per l'Italia.

E' ovvio che il Ministro si veda e/o si senta piu' spesso con l'Ambasciatore d'Italia a Washington, che con quello a Wellington.

Per fare un altro esempio, l'azione diplomatica a Bruxelles (UE) o a New York (Nazioni Unite) richiede un fine tuning costante tra funzionari (i c.d. Rappresentanti Permanenti) e dirigenza politica.

Infine, oltre all'indirizzo politico che gli Ambasciatori ricevono dal Ministro degli Esteri esiste quello che essi ricevono da Vice Ministri e Sottosegretari che agiscono nell'ambito di una delega (geografica e/o per materia).

L'affiliazione partitica di tali personalita' non sempre coincide con quella del Ministro degli Esteri.

Possibili "distonie" non vanno comunque enfatizzate.

La macchina amministrativa sa infatti di far capo alla Farnesina ad un unico e superiore centro di responsabilita' politica: il Ministro (anzi, come si dice e scrive nel linguaggio del palazzo, l'Onorevole Ministro).

10 marzo 2008

Bando del prossimo concorso diplomatico

Ho fatto una verifica al MAE in risposta alla curiosita' che alcuni di voi mi hanno espresso per email circa la data della pubblicazione del prossimo bando di concorso.

Una fonte autorevole mi assicura che il bando e' imminente.

Si parla di fine marzo - inizio aprile 2008.

8 marzo 2008

Formazione del diplomatico: le lingue straniere

Altre risposte ai vostri graditi commenti.

A Silvia.

Non saro’ certo io a scoraggiare il tuo lodevole desiderio di studiare lingue straniere di difficile apprendimento.

Anzi, caldeggio vivamente tale investimento.

Come ho scritto in un post precedente, il Ministero degli Esteri ha un bisogno estremo di linguisti versati, ad esempio, nell’arabo, nel cinese e nel russo.

Certamente non guasterebbero piu' esperti di giapponese e farsi.

Ricordo che, entrato da poco in Carriera, un collega anziano fece un'osservazione che mi lascio' di stucco.

A suo dire il diplomatico non e' un portiere d'albergo che, dovendo interagire con tanti individui di nazionalita' diversa, si esprime in maniera rozza e funzionale in molte lingue.

Secondo lui le due uniche lingue che servivano nell'esercizio della funzione diplomatica erano inglese e francese. "Con quelle vai dappertutto", fu la conclusione lapidaria.

Si tratta di un approccio non condivisibile.

Quel che ho notato, prestando servizio in paesi la cui lingua e' di difficile apprendimento, e' che la tua credibilita' complessiva aumenta immensamente se solo riesci ad esprimerti, anche nella maniera rozza e funzionale di un portiere d'albergo.

I tuoi interlocutori locali apprezzano lo sforzo che fai perche' dimostra genuino interesse ed empatia nei confronti del loro paese e della loro cultura.

Cio' vale non solo nei riguardi dei tuoi interlocutori locali ma anche dei connazionali che vivono e lavorano nel paese da anni e che per questa ragione ne conoscono meglio la lingua.

Ho avuto talvolta la sensazione che questi considerino il diplomatico giunto in sede un superficiale cui spiegare con atteggiamento condiscendente "come questo paese funziona".

Ho sempre trovato questo atteggiamento irritante.

Ma succede e tanto piu' sovente quanto il funzionario e' giovane e magari in prima uscita estera.

Tale atteggiamento di superiorita' non sussiste se, al contrario, il tuo background dimostra solidita' anche linguistica e quella coerenza che deriva magari da una frequentazione culturale e di vita pluriennale di una determinata area geografica.

Un consiglio pero’. Se si vuole affrontare una lingua di difficile apprendimento in funzione della carriera diplomatica, allora, occorre ragionare nella maniera pratica cui e' costretta l' Amministrazione allorche' decide l'allocazione delle risorse.

Faccio degli esempi per spiegarmi.

La Farnesina non e' il Dipartimento di Stato o il Waijiobu (il Ministero degli esteri cinesi).

Il pool di funzionari e' necessariamente piu' ristretto ed il numero degli incarichi piu' limitato.

Una conseguenza e' che la Casa non riesce a dedicare con continuita' nel tempo funzionari allo studio sistematico ed approfondito di una lingua straniera di difficile apprendimento.

I cinesi prendono un giovane a 18-20 anni e gli dicono di imparare l'italiano.

Bene, per quel giovane l'Italia diventa la sua ragione professionale ed anche una sorta di gabbia. La sua carriera si svolgera' quasi esclusivamente sul binario Pechino-Roma.

Non e' dunque un caso che con l'eccezione del Capo Missione (la cui nomina puo' avvenire in base ad altre considerazioni) i gradi intermedi dell'ambasciata cinese in Italia parlino generalmente un ottimo italiano. Lo conoscono meglio dell' inglese.

Nel caso degli Stati Uniti, oltre a lusso della specializzazione, si aggiunge il vantaggio competitivo offerto dalla natura intrinseca del melting pot americano.

Questo consente di reclutare personale naturalmente bilingue e che dunque conosce lingue di difficile apprendimento in virtu' della propria specificita' culturale e dell'ambiente familiare.

A questo vantaggio si aggiungono una assai maggiore disponibilita' di opportunita' di formazione linguistica e di posizioni nelle sedi estere.

Ecco dunque che si spiega come sia piu' facile per la diplomazia americana poter contare su funzionari che si esprimono fluentemente in lingue di difficile apprendimento.

Cio' nonostante anche gli americani hanno i loro problemi. Dopo il 2001 si sono ad esempio resi conto di non avere un sufficiente numero di arabisti o di esperti di farsi, pashtu e urdu dei quali c'era e c'e' ancora un urgente ed inevaso bisogno.

Tenuto conto dei limiti strutturali cui ho accennato, si spiega come oggi la Farnesina cerchi di assumere giovani che, gia' al momento del concorso, conoscano una lingua di difficile apprendimento.

Sicuramente questo e' un vantaggio per il candidato.

E la Farnesina acquista cosi' il prodotto gia' finito, "chiavi in mano" e non dovra' formarlo successivamente spendendo risorse proprie.

Tale modalita' di reclutamento e' funzionale ad una conventional wisdom che e' per una parte generalizzata e per un'altra invece caratteristica della Farnesina.

E' generalizzata in quanto sottende l' opinione diffusa e' che le lingue straniere si possano imparare solo da giovani, meglio da giovanissimi.

Dissento. Sicuramente non si acquisira' la competenza di un madre lingua ma acquisire una working knowledge anche di una lingua di difficile apprendimento e' sempre possibile purche' si studi con impegno e continuita'.

Il problema della condizione attuale e' che gli impegni di lavoro a Roma e all'estero sono talmente pressanti che e' difficile dedicarsi con la necessaria continuita' e concentrazione allo studio linguistico.

Quando preparai il concorso qualcuno mi disse che comunque la Carriera mi avrebbe dato la possibilita' di imparare le lingue anche dopo l'assunzione nel corso del servizio.

Cio' e' vero solo in parte. La mia esperienza (che descrivo piu' avanti nel post) mi ha provato che e' possibile - con impegno e autodisciplina - affinare la conoscenza di base di lingue europee e sviluppare una working knowledge di lingue di difficile apprendimento.

L'ideale sarebbe prendersi un time out dal servizio (un sabbatico ad esempio) e dedicarsi allo studio ma non e' frequente che l'Amministrazione lo consenta.

Cio' non per irragionevolezza ma per obiettiva necessita'. I ranghi della Carriera sono infatti sottostaffati e la Farnesina ha un bisogno disperato di risorse, ai loro posti negli uffici.

Distaccare funzionari allo studio di lingue straniere e' un lusso che difficilmente la Farnesina puo' permettersi.

Puo' forse permetterselo il Foreign Office che, come testimonia la giovane Sarah Russel, l'ha assunta forte della conoscenza del solo inglese (il mio collega direbbe "te l'avevo detto che con quello vai dappertutto").

Ma il FO lo puo' fare perche' riesce successivamente a distaccare i funzionari dal servizio attivo e dedicarli all'apprendimento metodico delle lingue (anzi cio' viene considerato parte integrante del servizio).

Cio' detto, Silvia, nel menu di opzioni linguistiche che mi hai presentato mi sentirei di escludere l’ebraico.

Rispetto ad altri candidati ti darebbe certamente un vantaggio competitivo (quasi nessuno lo conosce).

Ma al MAE ti aprirebbe una corsia preferenziale per una sola sede: Israele.

Naturalmente se desideri studiare l’ebraico a priori per via di un tuo interesse particolare allora non esitare.

Il ragionamento e’ diverso ma non troppo per quello che rigurda il farsi. Utile, utilissimo ma soprattutto in Iran, in Azerbaijan ed in certe parti dell’Afghanistan.

Con l’arabo invece (nonostante le varieta’ dei numerosi dialetti) diventi un asset per l’amministrazione e sei spendibile e competitiva per un folto numero di sedi.

Con il cinese (mandarino) mi dirai vai solo in Cina.

Si’, certo, ma stiamo parlando di un paese di un miliardo e trecento milioni di persone che ha/avra’ un peso sempre piu’ importante nel mondo.

Il russo e’ un caso a se’. Oltre ad essere la lingua parlata di un paese dalle dimensioni continentali e di rilevanza strategica per l’Italia, costituisce la lingua franca del vasto spazio ex sovietico. Go for it se vuoi.

Cio’ premesso Silvia, rifletti su questo.

Non so quanti anni hai.

Ma se hai intenzione di tentare il concorso diplomatico, fanne un obiettivo fin dal conseguimento della tua laurea in Scienze Diplomatiche.

Occorrono almeno tre anni per conseguire la seconda laurea in lingue. Col tempo le cose possono cambiare, lo studio entro i paletti del nostro sistema universitario puo’ stancare, si possono perdere motivazioni ed entusiasmo.

Il mio consiglio e’: se ti piacciono le lingue, studiale intensamente per conto tuo.

Studiale adesso. E soprattutto certificane la conoscenza.

Al momento del concorso puoi allegare i certificati come titoli.

Puoi chiedere di sostenere una prova supplementare in arabo anche se non hai la laurea in lingue.

Se lo sai, avrai punti in piu’ rispetto agli altri candidati.

Se puo’ esserti utile la mia esperienza, al concorso portai solo inglese e francese, nonostante masticassi gia’ abbastanza bene spagnolo e tedesco.

Negli anni ho continuato lo studio di queste due ultime lingue e del russo riuscendo a certificarle al livello intermedio (Goethe, Cervantes,TORFL).

Tali certificazioni mi sono particolarmente servite nella progressione di carriera (anche se non ho ancora avuto modo di utilizzarle nelle sedi di servizio).

Cio’ non solo perche mi hanno dato punteggio supplementare in occasione delle promozioni ma anche perche’ ho provato all'Amministrazione quell’impegno alla formazione permanente che, come ho gia’ scritto in un post, costituisce una condizione essenziale del diplomatico moderno.

7 marzo 2008

Il futuro di questo blog


Un breve punto d'ordine.

Innanzitutto vi ringrazio davvero per le numerose manifestazioni di apprezzamento che mi avete rivolto.

Sono lieto che troviate il blog utile.

Intendo offrire una risposta a tutti i commenti che sono finora pervenuti sul sito e per email.

Vi chiedo solo un po' di pazienza perche' l'esercizio della scrittura compete con impegni professionali e familiari in questo periodo particolarmente pressanti.

Vi sarei grato se, anziche' scrivermi privatamente per email, poteste invece lasciare i vostri commenti nell'area pubblica del blog.

Intendo infatti sviluppare il blog fino a quando avro' qualcosa di utile da dirvi.

Per questo i vostri commenti sono preziosi, perche' mi suggeriscono argomenti che so essere di vostro immediato interesse.

Se esauriremo i temi di discussione o se mi risultera' impossibile continuare a postare, il blog restera' comunque a disposizione come risorsa di consultazione libera e gratuita in rete.

E' dunque importante che il vostro contributo resti on record e consultabile esattamente come i miei post.

Mi auguro comunque che il giorno dell'ultimo post sia lontano.

Trovo questa nostra conversazione stimolante non solo per la prospettiva che mi offrite, ma anche perche' mi permette di esplorare modalita' e potenzialita' di uno strumento di comunicazione come il blog.

Sara' certamente valsa la pena di scrivere il blog se il suo contenuto potra' contribuire almeno in parte a centrare il vostro obiettivo di entrare in diplomazia.

Il mio augurio e' che il maggior numero possibile di voi riesca a realizzare il proprio sogno.

Mi fara' piacere quel giorno continuare - da collega a collega - il rapporto che abbiamo in questi mesi instaurato in questo foro.

6 marzo 2008

Show me the money (2)


Rispondo ad altri vostri commenti.

Materixs (nome riferito al Grande Neroazzurro?) mi chiede quanto guadagna un diplomatico. Anche Ale fa riferimento all’insoddisfazione delle giovani leve per il trattamento economico sfavorevole rispetto a quello del settore privato.

Nel rimandare entrambi ad un mio precedente post, in linea di massima, a Roma un SegLeg fresco di ingresso in carriera guadagna circa 2000 euro mensili, un ConsLeg circa 3000 euro, un ConsAmb circa 4000, ecc.

All’estero la musica cambia in meglio grazie all’ISE (indennita' di servizio estero).

Non sono in grado di dare un quadro certo ma credo che un giovane funzionario in prima uscita in una sede disagiata o particolarmente disagiata non guadagni meno di 10.000 euro mensili.

Simpatizzo con le ragioni dei giovani funzionari.

La situazione economica del diplomatico non migliora necessariamente negli anni quando arrivano i figli e le consorti devono scendere – talvolta anche dolorosamente – a patti con la consapevolezza di dover sacrificare le proprie aspirazioni professionali.

Una famiglia monoreddito,come e’ spesso quella del diplomatico, non ha di che scialacquare.

Tuttavia, ho qualche reticenza a condividere in toto la doleance in questione.

In primo luogo certi paragoni mi sembrano azzardati.

Regola per un paragone corretto e’: le mele con le mele e le pere con le pere.

Nel settore privato con chi confrontare la posizione economica di un Segretario di Legazione?

Ritorna la questione della "specialita' " della funzione diplomatica.

Anziche' con il settore privato, ha forse piu’ senso rapportarsi, nell’ambito della P.A., con un giovane neo-magistrato (credo si chiamino uditori giudiziari).

Da un punto di vista “filosofico”, parto da una premessa contro-corrente.

Nel momento in cui si sceglie una carriera impiegatizia bisogna essere consapevoli di aver accettato la situazione caratterizzata in economia come quella del c.d “earned income” (in italiano diremmo il reddito del lavoratore dipendente).

L’earned income e' sottoposto a tassazione maggiore rispetto al reddito da portafoglio (azioni, titoli, ecc.) o al reddito passivo (quello derivante dalla rendita immobiliare, dal diritto d’autore, ecc.) .

Chi guadagna earned income e si confronta con altre categorie di percettori di reddito restera’ sempre scontento. La tassazione e' ineluttabile avvenendo la trattenuta a monte e non a valle, e generalmente piu' alta.

Il reddito corrispondente all’impiego e’ anche certamente finito, nel senso che non aumenta oltre un certo limite pur a fronte dell’aumento delle ore lavorate.

Solo per l’imprenditore o ancora di piu’ per l’investitore professionale, “the sky is the limit” . Il reddito e’ infatti per questi potenzialmente infinito.

A tale vantaggio corrisponde pero’ un’alea ben piu’ grande di quella del lavoratore dipendente.

La scelta impiegatizia implica dunque un trade-off: sicurezza del lavoro/finitezza del reddito.

In tempi di precariato dilagante una carriera nella pubblica amministrazione costituisce una sorta di specie in via di estinzione: il posto sicuro.

In Italia tanti giovani sono precari e non sono necessariamente sotto qualificati dal punto di vista accademico rispetto ad un giovane diplomatico.

E in certi casi sono pagati assai meno di 2.000 euro mensili.

Se si trova insostenibile tale situazione allora e’ il caso di tirarne le conseguenze ed intraprendere altre strade economicamente piu’ vantaggiose.

4 marzo 2008

Il Diplomatico: Generalista? Specialista? No, "Versatilista".

Grazie per i commenti ricevuti sia sul sito che per email. Provero’ a rispondere a tutti.

In questo post affronto la domanda di Ale.

Con la preparazione al concorso, ed in generale con la carriera diplomatica, si accumula un capitale di conoscenza ed esperienza trasferibile (e possibilmente monetizzabile) in altri ambiti professionali, in particolare nel settore privato?

Mi sembra una domanda ragionevole.

Se investo tanto nel concorso e magari non lo supero, posso almeno consolarmi con la consapevolezza che mi sono comunque adeguatamente preparato per cogliere altre opportunita’ professionali.

La domanda presuppone anche l'eventualita' - in particolare per quanti abbiano gia' superato il concorso - di un cambio di cavallo in corsa.

Cio' riflette un approccio mentale oggi sempre piu' diffuso, e cioe' quello di tenersi tutte le opzioni aperte evitando di "fidelizzarsi" ad un unico percorso professionale.

Non mi e’ facile rispondere al quesito. In primo luogo perche’ non ho elementi di personale riscontro.

Soltanto nel caso in cui decidessi di cambiare lavoro potrei direttamente misurare sul mercato del lavoro frequenza e volume della domanda per le mie qualita’ professionali.

Posso, comunque, cercare di dare una prima risposta partendo dall’irrisolto dilemma circa la natura del diplomatico e da qui cercare di accertare se esista una domanda nel mercato del lavoro per una figura professionale dalle caratteristiche sui generis.

Il diplomatico e' un generalista? E’ uno specialista? Ne' l'uno, ne' l'altro. Seguitemi in un ragionamento.

Esiste innanzi tutto una duplice prospettiva, una interna, un'altra esterna alla professione.

Partiamo con la prospettiva dall'interno. Ho potuto personalmente osservare in questi anni di diplomazia che esistono certamente opportunita’ di lavoro al di fuori della carriera in cui anzi il bagaglio di know how e di esperienza del diplomatico offre un valore aggiunto.

La specialita’ del diplomatico appare spendibile in altri ambiti professionali.

Alcuni di questi ambiti costituiscono delle evoluzioni, delle transizioni naturali dalla professione diplomatica.

Cio’ perche’ esiste una continuita’ nella materia oggetto della professione.

Cambia pero’ la prospettiva.

Ad esempio, il giornalismo e’ certamente uno sbocco. Per citare il caso forse piu' famoso, basti pensare all’Ambasciatore Sergio Romano che, dopo aver lasciato la carriera all’inizio degli anni Novanta, ha conosciuto una sorta di “second life”, una feconda stagione di editorialista, giornalista, opinionista e storico.

Chi ha studiato per il concorso dispone certamente della conoscenza di un gran numero di materie che consentono una lettura della realta’ sociale, politica, economica, culturale, ecc. di cui media desiderosi di fare informazione (e non intrattenimento) potrebbero utilmente avvantaggiarsi.

Se la preparazione da sola basti poi all’ingresso in una redazione giornalistica e’ pero’ un altro discorso.

L’insegnamento universitario costituisce un altro sbocco naturale e consueto.

L’essersi misurato sul campo con i concreti problemi internazionali apporta all’insegnamento impartito dal diplomatico un senso di realismo e di praticita’ di cui l’accademico puo’ invece essere privo.

L’attivita’ di consulenza e’ un altro esempio. Talvolta tale consulenza viene svolta a beneficio di imprese private (banche, gruppi industriali). Ma puo' anche essere svolta in proprio.

Non credo ci sia da scandalizzarsi se colleghi a fine carriera capitalizzino il bagaglio di conoscenze e entrature che hanno accumulato negli anni.

Si tratta anzi di un patrimonio di internazionalizzazione che puo’ beneficiare molto il settore privato italiano.

Ci si puo’ forse semmai rammaricare che il mondo degli affari peschi dalla diplomazia solo a fine carriera e non prima. Ma cio' dipende anche da alcuni vincoli strutturali che la P.A. si e' data.

Del resto l’esistenza di una porta girevole tra Wall Street e Washington e’ uno dei tratti caratteristici del sistema americano e forse uno dei suoi vantaggi competitivi.

L’osmosi tra il mondo degli affari e quello delle istituzioni (prese naturalmente le opportune precauzioni) e' mutualmente benefica, allargando le reciproche prospettive ed il bagaglio di conoscenza e esperienza di entrambe le parti.

Veniamo adesso alla prospettiva esterna alla professione, necessariamente piu' ampia.

Fresco della lettura del libro – che consiglio - di Thomas Friedman The World Is Flat 3.0: A Brief History of the Twenty-first Century mi convinco che a fronte di conoscenze sempre piu’ tecniche e di nicchia, il mondo del lavoro ha oggi bisogno di “Grandi Sintetizzatori” e di “Grandi Spiegatori”.

Di persone cioe’ che vedono la complessita’ e la spiegano con semplicita’.

Una figura professionale del futuro sara’, secondo Friedman, quella del CIO che sta pero’ non per “Chief Information Officer”, ma per “Chief Integration Officer”. Qualcuno cioe’ che “unisca i puntini” .

Affoghiamo oggi in un diluvio di informazioni, dal quale stentiamo a trarre un senso che sia funzionale ai nostri scopi. In queste condizioni l'informazione si trasforma in "noise" paradossalmente assordante.

Tale scenario, che si sta realizzando sotto i nostri occhi, esalta le qualita’ dei versatilisti.

Il versatilista, nelle parole di Friedman, “applies depth of skill to a progressively widening scope of situations and experiences, gaining new competencies, building relationships and assuming new roles”.

La disponibilita’ di versatilisti sara’ sempre piu’ richiesta dalle imprese che, costrette dalla logica del profitto a fare sempre di piu’ con minori risorse, incoraggieranno la universalita’ dei dipendenti e la loro fungibilita’ nelle diverse mansioni.

Come dice Friedman, il versatilista e’ una sorta di “coltellino svizzero” dai mille pratici usi.

Cio’ premesso, potete trarre qualche motivo di conforto circa la fungibilita’ nel settore privato della formazione che sviluppate preparandovi al concorso.

Le qualita’ del versatilista infatti appaiono non dissimili da quelle del diplomatico o dall'aspirante tale.

Preparandovi a questa professione state dunque a mio avviso compiendo uno sforzo che appare al passo con una tendenza oggettiva del nostro tempo (anche se forse non ancora immediatamente percebile sul mercato del lavoro italiano), e destinata a rafforzarsi nel futuro.

ShareThis

 
Template by Blografando