8 marzo 2008

Formazione del diplomatico: le lingue straniere

Altre risposte ai vostri graditi commenti.

A Silvia.

Non saro’ certo io a scoraggiare il tuo lodevole desiderio di studiare lingue straniere di difficile apprendimento.

Anzi, caldeggio vivamente tale investimento.

Come ho scritto in un post precedente, il Ministero degli Esteri ha un bisogno estremo di linguisti versati, ad esempio, nell’arabo, nel cinese e nel russo.

Certamente non guasterebbero piu' esperti di giapponese e farsi.

Ricordo che, entrato da poco in Carriera, un collega anziano fece un'osservazione che mi lascio' di stucco.

A suo dire il diplomatico non e' un portiere d'albergo che, dovendo interagire con tanti individui di nazionalita' diversa, si esprime in maniera rozza e funzionale in molte lingue.

Secondo lui le due uniche lingue che servivano nell'esercizio della funzione diplomatica erano inglese e francese. "Con quelle vai dappertutto", fu la conclusione lapidaria.

Si tratta di un approccio non condivisibile.

Quel che ho notato, prestando servizio in paesi la cui lingua e' di difficile apprendimento, e' che la tua credibilita' complessiva aumenta immensamente se solo riesci ad esprimerti, anche nella maniera rozza e funzionale di un portiere d'albergo.

I tuoi interlocutori locali apprezzano lo sforzo che fai perche' dimostra genuino interesse ed empatia nei confronti del loro paese e della loro cultura.

Cio' vale non solo nei riguardi dei tuoi interlocutori locali ma anche dei connazionali che vivono e lavorano nel paese da anni e che per questa ragione ne conoscono meglio la lingua.

Ho avuto talvolta la sensazione che questi considerino il diplomatico giunto in sede un superficiale cui spiegare con atteggiamento condiscendente "come questo paese funziona".

Ho sempre trovato questo atteggiamento irritante.

Ma succede e tanto piu' sovente quanto il funzionario e' giovane e magari in prima uscita estera.

Tale atteggiamento di superiorita' non sussiste se, al contrario, il tuo background dimostra solidita' anche linguistica e quella coerenza che deriva magari da una frequentazione culturale e di vita pluriennale di una determinata area geografica.

Un consiglio pero’. Se si vuole affrontare una lingua di difficile apprendimento in funzione della carriera diplomatica, allora, occorre ragionare nella maniera pratica cui e' costretta l' Amministrazione allorche' decide l'allocazione delle risorse.

Faccio degli esempi per spiegarmi.

La Farnesina non e' il Dipartimento di Stato o il Waijiobu (il Ministero degli esteri cinesi).

Il pool di funzionari e' necessariamente piu' ristretto ed il numero degli incarichi piu' limitato.

Una conseguenza e' che la Casa non riesce a dedicare con continuita' nel tempo funzionari allo studio sistematico ed approfondito di una lingua straniera di difficile apprendimento.

I cinesi prendono un giovane a 18-20 anni e gli dicono di imparare l'italiano.

Bene, per quel giovane l'Italia diventa la sua ragione professionale ed anche una sorta di gabbia. La sua carriera si svolgera' quasi esclusivamente sul binario Pechino-Roma.

Non e' dunque un caso che con l'eccezione del Capo Missione (la cui nomina puo' avvenire in base ad altre considerazioni) i gradi intermedi dell'ambasciata cinese in Italia parlino generalmente un ottimo italiano. Lo conoscono meglio dell' inglese.

Nel caso degli Stati Uniti, oltre a lusso della specializzazione, si aggiunge il vantaggio competitivo offerto dalla natura intrinseca del melting pot americano.

Questo consente di reclutare personale naturalmente bilingue e che dunque conosce lingue di difficile apprendimento in virtu' della propria specificita' culturale e dell'ambiente familiare.

A questo vantaggio si aggiungono una assai maggiore disponibilita' di opportunita' di formazione linguistica e di posizioni nelle sedi estere.

Ecco dunque che si spiega come sia piu' facile per la diplomazia americana poter contare su funzionari che si esprimono fluentemente in lingue di difficile apprendimento.

Cio' nonostante anche gli americani hanno i loro problemi. Dopo il 2001 si sono ad esempio resi conto di non avere un sufficiente numero di arabisti o di esperti di farsi, pashtu e urdu dei quali c'era e c'e' ancora un urgente ed inevaso bisogno.

Tenuto conto dei limiti strutturali cui ho accennato, si spiega come oggi la Farnesina cerchi di assumere giovani che, gia' al momento del concorso, conoscano una lingua di difficile apprendimento.

Sicuramente questo e' un vantaggio per il candidato.

E la Farnesina acquista cosi' il prodotto gia' finito, "chiavi in mano" e non dovra' formarlo successivamente spendendo risorse proprie.

Tale modalita' di reclutamento e' funzionale ad una conventional wisdom che e' per una parte generalizzata e per un'altra invece caratteristica della Farnesina.

E' generalizzata in quanto sottende l' opinione diffusa e' che le lingue straniere si possano imparare solo da giovani, meglio da giovanissimi.

Dissento. Sicuramente non si acquisira' la competenza di un madre lingua ma acquisire una working knowledge anche di una lingua di difficile apprendimento e' sempre possibile purche' si studi con impegno e continuita'.

Il problema della condizione attuale e' che gli impegni di lavoro a Roma e all'estero sono talmente pressanti che e' difficile dedicarsi con la necessaria continuita' e concentrazione allo studio linguistico.

Quando preparai il concorso qualcuno mi disse che comunque la Carriera mi avrebbe dato la possibilita' di imparare le lingue anche dopo l'assunzione nel corso del servizio.

Cio' e' vero solo in parte. La mia esperienza (che descrivo piu' avanti nel post) mi ha provato che e' possibile - con impegno e autodisciplina - affinare la conoscenza di base di lingue europee e sviluppare una working knowledge di lingue di difficile apprendimento.

L'ideale sarebbe prendersi un time out dal servizio (un sabbatico ad esempio) e dedicarsi allo studio ma non e' frequente che l'Amministrazione lo consenta.

Cio' non per irragionevolezza ma per obiettiva necessita'. I ranghi della Carriera sono infatti sottostaffati e la Farnesina ha un bisogno disperato di risorse, ai loro posti negli uffici.

Distaccare funzionari allo studio di lingue straniere e' un lusso che difficilmente la Farnesina puo' permettersi.

Puo' forse permetterselo il Foreign Office che, come testimonia la giovane Sarah Russel, l'ha assunta forte della conoscenza del solo inglese (il mio collega direbbe "te l'avevo detto che con quello vai dappertutto").

Ma il FO lo puo' fare perche' riesce successivamente a distaccare i funzionari dal servizio attivo e dedicarli all'apprendimento metodico delle lingue (anzi cio' viene considerato parte integrante del servizio).

Cio' detto, Silvia, nel menu di opzioni linguistiche che mi hai presentato mi sentirei di escludere l’ebraico.

Rispetto ad altri candidati ti darebbe certamente un vantaggio competitivo (quasi nessuno lo conosce).

Ma al MAE ti aprirebbe una corsia preferenziale per una sola sede: Israele.

Naturalmente se desideri studiare l’ebraico a priori per via di un tuo interesse particolare allora non esitare.

Il ragionamento e’ diverso ma non troppo per quello che rigurda il farsi. Utile, utilissimo ma soprattutto in Iran, in Azerbaijan ed in certe parti dell’Afghanistan.

Con l’arabo invece (nonostante le varieta’ dei numerosi dialetti) diventi un asset per l’amministrazione e sei spendibile e competitiva per un folto numero di sedi.

Con il cinese (mandarino) mi dirai vai solo in Cina.

Si’, certo, ma stiamo parlando di un paese di un miliardo e trecento milioni di persone che ha/avra’ un peso sempre piu’ importante nel mondo.

Il russo e’ un caso a se’. Oltre ad essere la lingua parlata di un paese dalle dimensioni continentali e di rilevanza strategica per l’Italia, costituisce la lingua franca del vasto spazio ex sovietico. Go for it se vuoi.

Cio’ premesso Silvia, rifletti su questo.

Non so quanti anni hai.

Ma se hai intenzione di tentare il concorso diplomatico, fanne un obiettivo fin dal conseguimento della tua laurea in Scienze Diplomatiche.

Occorrono almeno tre anni per conseguire la seconda laurea in lingue. Col tempo le cose possono cambiare, lo studio entro i paletti del nostro sistema universitario puo’ stancare, si possono perdere motivazioni ed entusiasmo.

Il mio consiglio e’: se ti piacciono le lingue, studiale intensamente per conto tuo.

Studiale adesso. E soprattutto certificane la conoscenza.

Al momento del concorso puoi allegare i certificati come titoli.

Puoi chiedere di sostenere una prova supplementare in arabo anche se non hai la laurea in lingue.

Se lo sai, avrai punti in piu’ rispetto agli altri candidati.

Se puo’ esserti utile la mia esperienza, al concorso portai solo inglese e francese, nonostante masticassi gia’ abbastanza bene spagnolo e tedesco.

Negli anni ho continuato lo studio di queste due ultime lingue e del russo riuscendo a certificarle al livello intermedio (Goethe, Cervantes,TORFL).

Tali certificazioni mi sono particolarmente servite nella progressione di carriera (anche se non ho ancora avuto modo di utilizzarle nelle sedi di servizio).

Cio’ non solo perche mi hanno dato punteggio supplementare in occasione delle promozioni ma anche perche’ ho provato all'Amministrazione quell’impegno alla formazione permanente che, come ho gia’ scritto in un post, costituisce una condizione essenziale del diplomatico moderno.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Diplomentor,
gradirei un suo parere su un particolare effetto - lo chiamiamo 'disillusione'? - che pare colpire i giovani vincitori del concorso.
Saranno le giornate spese sui tomi di storia diplomatica; sarà l'autostima che lievita proporzionalmente alla consapevolezza della difficoltà notevole del concorso, pagina dopo pagina durante i lunghi mesi di studio solitario; sarà l'idea un po' romantica ed 'ottocentesca' del diplomatico quale rappresentante politico del governo del proprio Paese; sarà quel che sarà.
Sta di fatto che ho sentito da molti, giovani ma anche non più tanto giovani, che "quello che si fa qui dentro è molto diverso da quello che ti immagini studiando".
C'è in fondo una sorta di delusione per lo scarso impatto politico che l'attività diplomatica day-by-day oggi presenta (in fondo l'epoca della Grosse Politik è finita da un pezzo, si dirà) oppure è la prevalenza di impegni più amministrativi che politici in senso stretto a creare questo tipo di 'straniamento' professionale nel diplomatico italiano?
Grazie.

Riccardo

Anonimo ha detto...

Grazie Diplomentor per questo bellissimo (e molto utile) blog. Vorrei dire qualcosa riguardo al commento sopra: l'impressione che si ricava da questa delusione del giovane diplomatico è che l'Italia non ha ancora imparato a prendere sul serio la politica estera; la nostra litigiosa classe politica non ha un disegno preciso (e che guardi lontano) sul futuro del paese, figuriamoci sulle relazioni internazionali. Se il governo (di qualunque colore) fosse davvero interessato a sviluppare e analizzare i rapporti con gli altri paesi, lavoro da fare per i diplomatici ce ne sarebbe tantissimo, e sarebbe più o meno lo stesso che (almeno io) mi sono sempre immaginato. Putroppo i politici sono convinti che non serva essere "esperti" per parlare di politica estera è che sia quasi del tutto inutile occuparsene: meglio accodarsi di volta in volta alla potenza che sembra messa meglio, piuttosto che sviluppare un proprio progetto indipendente.

Andrea

Unknown ha detto...

La conoscenza delle lingue è uno strumento eccezionale in grado di avvicinare popoli e creare relazioni a livello sentimentale e professionale. La mia vita è migliorata tantissimo grazie allo studio ed alla conoscenza delle lingue straniere.
Ho vissuto in tanti paesi d' Europa. La mia stessa famiglia è la prova che le differenti culture possono imparare l' una dall'altra. Imparare una lingua straniera è un’esperienza divertente. All’inizio l’interesse è grande, ma col tempo talvolta l’apprendimento diventa una fatica. Per fortuna ho trovato un corso di lingua molto divertente da www.imparare-lingue.eu Li trovate quasi tutte le lingue del mondo – quasi ;-)

Bacio,
Allegra

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