4 marzo 2008

Il Diplomatico: Generalista? Specialista? No, "Versatilista".

Grazie per i commenti ricevuti sia sul sito che per email. Provero’ a rispondere a tutti.

In questo post affronto la domanda di Ale.

Con la preparazione al concorso, ed in generale con la carriera diplomatica, si accumula un capitale di conoscenza ed esperienza trasferibile (e possibilmente monetizzabile) in altri ambiti professionali, in particolare nel settore privato?

Mi sembra una domanda ragionevole.

Se investo tanto nel concorso e magari non lo supero, posso almeno consolarmi con la consapevolezza che mi sono comunque adeguatamente preparato per cogliere altre opportunita’ professionali.

La domanda presuppone anche l'eventualita' - in particolare per quanti abbiano gia' superato il concorso - di un cambio di cavallo in corsa.

Cio' riflette un approccio mentale oggi sempre piu' diffuso, e cioe' quello di tenersi tutte le opzioni aperte evitando di "fidelizzarsi" ad un unico percorso professionale.

Non mi e’ facile rispondere al quesito. In primo luogo perche’ non ho elementi di personale riscontro.

Soltanto nel caso in cui decidessi di cambiare lavoro potrei direttamente misurare sul mercato del lavoro frequenza e volume della domanda per le mie qualita’ professionali.

Posso, comunque, cercare di dare una prima risposta partendo dall’irrisolto dilemma circa la natura del diplomatico e da qui cercare di accertare se esista una domanda nel mercato del lavoro per una figura professionale dalle caratteristiche sui generis.

Il diplomatico e' un generalista? E’ uno specialista? Ne' l'uno, ne' l'altro. Seguitemi in un ragionamento.

Esiste innanzi tutto una duplice prospettiva, una interna, un'altra esterna alla professione.

Partiamo con la prospettiva dall'interno. Ho potuto personalmente osservare in questi anni di diplomazia che esistono certamente opportunita’ di lavoro al di fuori della carriera in cui anzi il bagaglio di know how e di esperienza del diplomatico offre un valore aggiunto.

La specialita’ del diplomatico appare spendibile in altri ambiti professionali.

Alcuni di questi ambiti costituiscono delle evoluzioni, delle transizioni naturali dalla professione diplomatica.

Cio’ perche’ esiste una continuita’ nella materia oggetto della professione.

Cambia pero’ la prospettiva.

Ad esempio, il giornalismo e’ certamente uno sbocco. Per citare il caso forse piu' famoso, basti pensare all’Ambasciatore Sergio Romano che, dopo aver lasciato la carriera all’inizio degli anni Novanta, ha conosciuto una sorta di “second life”, una feconda stagione di editorialista, giornalista, opinionista e storico.

Chi ha studiato per il concorso dispone certamente della conoscenza di un gran numero di materie che consentono una lettura della realta’ sociale, politica, economica, culturale, ecc. di cui media desiderosi di fare informazione (e non intrattenimento) potrebbero utilmente avvantaggiarsi.

Se la preparazione da sola basti poi all’ingresso in una redazione giornalistica e’ pero’ un altro discorso.

L’insegnamento universitario costituisce un altro sbocco naturale e consueto.

L’essersi misurato sul campo con i concreti problemi internazionali apporta all’insegnamento impartito dal diplomatico un senso di realismo e di praticita’ di cui l’accademico puo’ invece essere privo.

L’attivita’ di consulenza e’ un altro esempio. Talvolta tale consulenza viene svolta a beneficio di imprese private (banche, gruppi industriali). Ma puo' anche essere svolta in proprio.

Non credo ci sia da scandalizzarsi se colleghi a fine carriera capitalizzino il bagaglio di conoscenze e entrature che hanno accumulato negli anni.

Si tratta anzi di un patrimonio di internazionalizzazione che puo’ beneficiare molto il settore privato italiano.

Ci si puo’ forse semmai rammaricare che il mondo degli affari peschi dalla diplomazia solo a fine carriera e non prima. Ma cio' dipende anche da alcuni vincoli strutturali che la P.A. si e' data.

Del resto l’esistenza di una porta girevole tra Wall Street e Washington e’ uno dei tratti caratteristici del sistema americano e forse uno dei suoi vantaggi competitivi.

L’osmosi tra il mondo degli affari e quello delle istituzioni (prese naturalmente le opportune precauzioni) e' mutualmente benefica, allargando le reciproche prospettive ed il bagaglio di conoscenza e esperienza di entrambe le parti.

Veniamo adesso alla prospettiva esterna alla professione, necessariamente piu' ampia.

Fresco della lettura del libro – che consiglio - di Thomas Friedman The World Is Flat 3.0: A Brief History of the Twenty-first Century mi convinco che a fronte di conoscenze sempre piu’ tecniche e di nicchia, il mondo del lavoro ha oggi bisogno di “Grandi Sintetizzatori” e di “Grandi Spiegatori”.

Di persone cioe’ che vedono la complessita’ e la spiegano con semplicita’.

Una figura professionale del futuro sara’, secondo Friedman, quella del CIO che sta pero’ non per “Chief Information Officer”, ma per “Chief Integration Officer”. Qualcuno cioe’ che “unisca i puntini” .

Affoghiamo oggi in un diluvio di informazioni, dal quale stentiamo a trarre un senso che sia funzionale ai nostri scopi. In queste condizioni l'informazione si trasforma in "noise" paradossalmente assordante.

Tale scenario, che si sta realizzando sotto i nostri occhi, esalta le qualita’ dei versatilisti.

Il versatilista, nelle parole di Friedman, “applies depth of skill to a progressively widening scope of situations and experiences, gaining new competencies, building relationships and assuming new roles”.

La disponibilita’ di versatilisti sara’ sempre piu’ richiesta dalle imprese che, costrette dalla logica del profitto a fare sempre di piu’ con minori risorse, incoraggieranno la universalita’ dei dipendenti e la loro fungibilita’ nelle diverse mansioni.

Come dice Friedman, il versatilista e’ una sorta di “coltellino svizzero” dai mille pratici usi.

Cio’ premesso, potete trarre qualche motivo di conforto circa la fungibilita’ nel settore privato della formazione che sviluppate preparandovi al concorso.

Le qualita’ del versatilista infatti appaiono non dissimili da quelle del diplomatico o dall'aspirante tale.

Preparandovi a questa professione state dunque a mio avviso compiendo uno sforzo che appare al passo con una tendenza oggettiva del nostro tempo (anche se forse non ancora immediatamente percebile sul mercato del lavoro italiano), e destinata a rafforzarsi nel futuro.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Per prima cosa, sarò monotona, ma non posso trattenermi dal farle i complimenti per il suo blog!
In secondo luogo, visto che mi ispira fiducia e si è sempre dimostrato disponibile ed obiettivo, le chiederei un'opinione, e gliela chiedo pubblicamente perchè potrebbe essere che l'argomento interessi anche ad altri: si inserisce proprio nel filone del dibattito specialista-generalista...
sto per laurearmi in scienze diplomatiche a Padova con un'ottima media, dopo aver studiato a Padova anche per la triennale. Da sempre mi piacciono molto le lingue, e da un paio d'anni studio anche arabo, ma non in ambito universitario. A Venezia esiste un'ottima facoltà di Lingue orientali, tanto che mi è venuta la tentazione di sostenere la laurea triennale in lingue orientali, magari scegliendo proprio arabo (la seconda lingua potrebbe essere ebraico, persiano o russo...).
Investo in una laurea che mi permetterebbe di provare ad ottenere almeno una specializzazione in sede di concorso, senza contare le prove di lingua facoltative, oppure lascio perdere, frequento un buon corso di preparazione al concorso e lo provo direttamente?
Si tratta di vedere se conviene aspettare altri tre anni consolidando e approfondendo le proprie conoscenze, specializzandosi, o iniziare la carriera diplomatica meno attrezzati ma più giovani.
Grazie,
Silvia

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