9 aprile 2008

Tra diplomazia e politica

Con la diplomazia si sviluppano delle competenze trasferibili?

Poiche' questa e' una domanda ricorrente, in un capitolo dell'e-book mi sono soffermato sulla riciclabilita' del talento diplomatico in ambiti professionali alternativi.

Ho stilato un elenco approssimativo di skill che la carriera aiuta a sviluppare:
- analista politico ed economico
- mediatore di conflitti
- ghost writer
- addetto alle pubbliche relazioni
- amministratore
- lobbista
- public speaker
- esperto di protocollo/cerimoniale
- promotore commerciale
- promotore di eventi culturali
- interprete
- logista
- ufficiale di collegamento
- esperto di sicurezza

In un post precedente ho anche osservato come le qualita’ specifiche del diplomatico siano trasferibili in altri ambiti professionali, alcuni dei quali costituiscono delle transizioni naturali dalla professione diplomatica (l’editoria, il giornalismo, l’insegnamento accademico, ecc.).

Poiche’ siamo in prossimita’ di una scadenza elettorale e’ d’attualita’ , e forse anche interessante, chiedersi se l’attivita’ politica rappresenti un ulteriore possibile sbocco professionale per i diplomatici.

All’estero sono diversi gli esempi di diplomatici entrati in politica raggiungendo posizioni di rilievo.

In Australia l’attuale Primo Ministro Kevin Rudd fu diplomatico in Svezia e in Cina (Rudd parla bene il mandarino).

In Slovenia il Presidente Danilo Turk fu Ambasciatore alle Nazioni Unite dal 1992 al 1999 e poi Assistant Secretary-General for Political Affairs di Kofi Annan dal 2001 al 2005.

Negli Stati Uniti, il Governatore del New Mexico Bill Richardson (che ha anche corso per la nomination democratica 2008), pur non essendo un diplomatico di carriera, ha ricoperto l’incarico di ambasciatore americano alle Nazioni Unite.

In Paesi che hanno vissuto delle transizioni politiche tumultuose ed accelerate (ad esempio quelli ex –socialisti), i diplomatici sono stati talvolta catapultati in posizioni di responsabilita’ politica.

Il trovarsi per motivi professionali all’estero puo’ costituire un vantaggio per un diplomatico in quanto percepito come “fuori dai giochi”.

Nei casi in cui la classe politica e’ eclissata da ragioni storiche contingenti, quella tecnocratica puo’ svolgere funzioni di supplenza.

Nel nostro Paese, in tempi recenti, la Banca d’Italia ha svolto il proprio ruolo di “prestatore di ultima istanza” in un ambito che non era quello del credito e della moneta, fungendo, in un momento politico straordinario, da serbatoio di talento e competenze.

Una naturale transizione dalla tecnocrazia alla politica potrebbe essere, per il diplomatico, quella dell’assunzione della responsabilita’ di Ministro degli Esteri.

In tal senso, l’Italia e’ ha fatto ricorso di rado a “tecnici” per ricoprire quell’incarico.

Cio’ vale soprattutto per l’epoca contemporanea perche’, se guardiamo all’elenco dei Ministri degli Esteri post 1861, notiamo che diversi provenivano invece dalla carriera diplomatica.

Per fare un esempio celebre, Carlo Sforza, gigante della diplomazia italiana tra le due guerre mondiale e poi Ministro degli Esteri al momento delle scelte fondamentali di politica italiana nel secondo dopoguerra.

Sforza era un esule dotato di credenziali democratiche oltre che tecnocratiche.

In tempi vicini, invece, raramente la responsabilita’ di Ministro e’ stata ricoperta da un tecnico proveniente dalla carriera diplomatica.

Il caso piu’ recente e’ quello dell'Ambasciatore Renato Ruggiero nel 2001.

A parte il caso specifico dell’incarico di Ministro degli Esteri, in generale, non mi risulta che siano stati molti i colleghi tentati dall’avventura politica al termine della carriera o che l'abbiano abbandonata (come ad esempio e' il caso dell'australiano Rudd) per "correre".

Una spiegazione e' forse la natura stessa della carriera.

Il passare circa la meta’ del proprio percorso professionale lontano dal principale centro della vita politica nazionale, unito alla discontinuita' della permanenza romana, ostacolano la costruzione della necessaria constituency che e’ la base per una carriera in politica.

Contribuisce infine una visione largamente condivisa super partes ed un senso, ancora robusto, di missione e servizio della res publica.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Gentile DiploMentor,
esistono anche delle circostanze in cui un ministro degli Esteri diviene Ambasciatore. Penso, ad esempio, al caso di Antonino di San Giuliano che, dopo esser stato ministro degli Esteri nel 1905 nel governo Fortis, divenne successivamente ambasciatore a Londra ed a Parigi, per poi ridiventare ministro nei governi di Giolitti e Salandra.
Proprio dal Gabinetto di San Giuliano usciranno Contarini, segretario generale del Ministero fino al 1926, e Carlo Sforza.
Nella storia italiana vi è stato anche il caso di Raffaele Guariglia, diplomatico e poi ministro nel primo governo Badoglio.
In epoca recente, molti diplomatici italiani sono, inoltre, entrati a far parte della scena politica italiana. Ludovico incisa di Camerana e Carlo Maria Santoro, tra gli ultimi, hanno fatto parte del Governo Dini in qualità di sottosegretari (agli Esteri il primo, alla difesa il secondo).
In generale, dunque, il passaggio dalla diplomazia alla politica rappresenta, nella migliore delle ipotesi, la conclusione della carriera di alcuni diplomatici. Di converso, se è vero che in passato alcuni uomini politici sono riusciti a diventare diplomatici (alla fine della Seconda guerra mondiale con Saragat e Nenni, per esempio), è altrettanto vero che adesso questo passaggio non è più possibile.

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