30 giugno 2008

Diplomatici e militari


Con questo post DiploMentor va in pausa per qualche settimana. Torno in Italia per un congedo estivo. Prego i lettori che mi hanno scritto per consigli nella zona dei commenti del blog di scrivermi piuttosto all'indirizzo diplomentor@gmail.com per avere una risposta riservata (a fine luglio).

Colgo l'occasione per un aggiornamento sul progetto Diplomentor 2.0 che e’ gia’ in uno stadio avanzato. Tra le novita' della piattaforma e-learning che sto realizzando ci sara' la possibilita' di forme di mentoring personalizzato mediante forum e chat.

Ma non voglio rivelarvi troppo...

***

Poiche’ la stampa inglese non e’ sempre generosa nei confronti italiani, ho letto con piacere misto a sorpresa un recente articolo sul sito della BBC lusinghiero nei confronti delle capacita’ dei nostri soldati di mantenere l’ordine in una provincia afgana.

Ma, come suol dirsi, il veleno e’ nella coda. Sono infatti complimenti a denti stretti.

Secondo la BBC, la tranquillita’ della zona pattugliata dagli italiana sarebbe da spiegarsi non tanto per la capacita’ di mediazione interculturale dei nostri soldati ma piuttosto per una oggettiva minor problematicita’ dell’area in cui i nostri sono impegnati.

La conclusione e’ coerente con la tendenza di certa stampa britannica di imputare i meriti italiani a condizioni e/o situazioni obiettive a noi estranee (ad esempio la bellezza del nostro paese, il clima favorevole,ecc.) ed i demeriti a tare genetiche riconducibili invece a vizi incorreggibili del carattere nazionale.

Ma non intendo polemizzare.

Il punto e’ piuttosto la sempre piu’ stretta interazione operativa tra diplomatici e militari.

Il ruolo sempre piu’ importante svolto dall’Italia nelle operazioni di pace, le caratteristiche del mondo post Guerra Fredda, necessitano una proiezione internazionale in cui l’azione diplomatica si integra con quella militare.

Feluche e stellette sono dunque chiamate ad una collaborazione sempre piu’ intensa sul campo.

E’ pertanto naturale che, anche sul piano della formazione, il Ministero degli Esteri dedichi attenzione e risorse alla collaborazione CIMIC (Civil – Military) prevedendo esercitazioni congiunte in cui diplomatici e militari simulano scenari di crisi.

Particolarmente prezioso e’ in questo senso il rapporto della Farnesina con il Centro Alti Studi di Difesa (CASD).

Obiettivo di questi esercizi e’ conoscersi, creare codici di comunicazioni ed abiti mentali condivisi cui fare riferimento in occasione dell’impiego sul campo.

Si puo’ dunque parlare di “cross-fertilisation” tra due culture distinte, in passato a volte separate da una certa diffidenza e da qualche incomunicabilita’.

E’ questa una tendenza evidentemente non solo italiana. Negli Stati Uniti, per ovvie ragioni, essa e’ piu’ netta e consolidata. Qualcuno comincia a soffermarsi sui suoi rischi di lungo termine. Ad esempio, sui limiti e sui pericoli della militarizzazione della diplomazia si sofferma un recente articolo del diplomatico James P. Dehart apparso sulla Washington Post al quale vi rimando.

DeHart critica la confusione tra servizio diplomatico e militare, la preponderanza della collaborazione CIMIC - anche ai fini della progressione di carriera - a scapito delle specializzazioni nelle altre tematiche cruciali del mondo odierno (ambiente, energia, ecc.).

In particolare DeHart deplora la "corsia preferenziale" di carriera che si e’ di fatto creato a beneficio di quanti prestino servizio nelle zone di guerra. Cio’ favorisce chi sacrifica la famiglia lasciandola a casa o chi non ce l’ha del tutto.

Come gia’ detto in un post, il rischio e’ che la carriera diplomatica americana (gia’ sotto staff di 2.000 unita’ secondo l’articolo) perda negli Stati Uniti una capacita’ di attrazione di lungo termine e premi funzionari caratterizzati da una mentalita’ (quella appunto CIMIC) che non e’ necessariamente quella piu’ in sintonia con il “core business” di un diplomatico.

(photo credit: victor nuno)

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