6 agosto 2008

Diplomatici e operatori umanitari (2)


Cerco di rispondere, offrendo possibilmente anche qualche commento, al precedente contributo del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afgane sul tema del rapporto tra diplomatici e operatori umanitari.

Il diplomatico non riceve di regola una preparazione sistematica e ad hoc su come trattare con le ONG e le associazioni umanitarie. Dal punto di vista “tecnico” la sua maggior o minor competenza in questo campo puo’ dipendere dall’aver servito presso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo o in Paesi, generalmente in via di sviluppo, in cui sono attive ONG.

Si tratta dunque di una preparazione piu' che altro costruita sul campo.

Non e’ sempre cosi’ tuttavia. Esistono infatti anche casi di colleghi che hanno fatto studi o esperienze nel c.d “Terzo Settore” e che quindi possono essere dotati di una cultura e di una sensibilita’ specifica che li pongono in una piu’ immediata sintonia con gli operatori umanitari.

Alla ulteriore domanda se i diplomatici sono messi nelle condizioni di agevolare – e non ostacolare – anche dal punto di vista normativo, il lavoro degli operatori umanitari la risposta e’ che...dipende dalla legge e non dal diplomatico.

La legge disciplina delle fattispecie e il diplomatico la applica. Sono le oggettive fattispecie previste e disciplinate dal legislatore che possono agevolare o eventualmente ostacolare il lavoro degli operatori umanitari.

In generale, e dunque non solo nel rapporto con gli operatori umanitari, il diplomatico deve guardarsi dal cadere nell’errore di applicare la legge con i nemici e di interpretarla con gli amici!

Qualche considerazione adesso sul rapporto tra diplomatici e umanitari.
Nel rispetto dei ruoli reciproci, credo che la funzione del diplomatico non possa che beneficiare dall’interazione con gli operatori umanitari, od anche da quella con i religiosi (e talvolta queste due categorie coincidono).

Per il diplomatico il contatto con gli operatori umanitari offre accesso ad una rete di informazione ben radicata nel tessuto locale. Egli puo’ venire a conoscenza di informazioni privilegiate o di punti di vista inediti e originali sulla realta’ in cui opera.

Non e’ necessariamente vero che gli operatori umanitari conoscono la situazione politica locale meglio dei diplomatici. Un diplomatico ben inserito puo’ disporre di una rete di contatti piu’ diversificata di quella di un operatore umanitario.
Tali contatti spesso sono pero' per necessita’ maggiormente sviluppati nell’ambito governativo e meno in quello della societa’ civile. In questo gli operatori umanitari hanno un vantaggio competitivo e possono rappresentare un orecchio sul terreno assai utile per il diplomatico.

Una critica che talvolta trapela e’ quella che rimprovera al diplomatico di “not to go local” e cioe’ di restare estraneo al paese ospite, rinunciando allo sforzo (ed al piacere di conoscere a fondo il territorio di riferimento).

E’ certo che le considerazioni di sicurezza in certi Paesi possono indurre i diplomatici a cercare conforto nel santuario dei compound delle ambasciate. Cio’ contribuisce ad alimentare un distacco dalla realta’ del posto in cui si opera.

Va pero’ detto che a questa critica non si sottraggono nemmeno gli operatori umanitari. Se c’e’ una cosa che di recente viene loro rimproverata e’ quella di condurre uno stile di vita che innalza l’overhead cost della loro presenza, distogliendo attenzione e risorse dal loro core business.
Una critica sferzante in questo senso e’ il libro “Lords of Poverty” di Graham Hancock.

In particolare, la situazione in Afghanistan e’ stata al riguardo criticata anche dal presidente Karzai.

Ma tutto cio' detto, sulla opportunita’ di una proficua relazione tra diplomatici e ONG non puo’ esserci dubbio.

Premesso che alcune delle qualita’ del diplomatico devono essere la cortesia, l’attenzione e l’ascolto, l’atteggiamento del diplomatico dovrebbe essere improntato a rispetto e disponibilita' nei loro confronti.

Il diplomatico dovra’ astenersi dal trattare gli operatori umanitari come idealisti scocciatori e sforzarsi di cercare unità di intenti e coesione dove possibile.
Potra’ (nei limiti della riservatezza imposta dal ruolo e dalle circostanze) scambiare le informazioni che di volta in volta possono essere utili ad entrambi, ed attingere – ricavandone stimolo e beneficio alla propria esperienza umana e professionale - alla curiosità e alla passione che anima l’azione di molti operatori.
Entrambe le parti non possono dunque che beneficiare dallo scambio di informazioni, consigli e opinioni che riflettono prospettive diverse.

Un caveat pero’.

Il diplomatico deve poter sviluppare questa relazione senza timore di esserne indebitamente influenzato.
Infatti,un aspetto importante delle associazioni umanitarie e’ che talvolta rintracciano le proprie affiliazioni in matrici politiche ed ideologiche.

Cio’ accade anche in Italia in cui tali matrici sono riconducibili ai due grandi “stream” della politica nazionale. Ricordo pertanto a tale proposito le considerazioni svolte sul rapporto tra diplomatici e mondo politico che credo siano mutatis mutandis valide anche in questo caso.

(photo credit MICR Geneve)

Nessun commento:

ShareThis

 
Template by Blografando