17 agosto 2009

De minimis non curat...legatus



In questo periodo di vacanze e' normale per gli uffici diplomatici e consolari reagire a un flusso intenso di richieste di informazioni ed assistenza da parte del pubblico (sia i connazionali che cittadini locali).

Talvolta le richieste di assistenza riguardano temi non strettamente pertinenti alla funzione diplomatica e che dimostrano una approssimativa conoscenza delle funzioni degli uffici esteri e dei limiti della loro azione.

Come si vede da questo articolo cio' non succede solo agli uffici diplomatici italiani.

Anche gli inglesi,infatti, ricevono richieste di assistenza di ogni genere. Talvolta le richieste hanno natura bizzarra come quella di una madre apprensiva di fare la valigia al figlio in vacanza ed esulano evidentemente dai compiti tipici (e piu' importanti) di un'Ambasciata.

Ambasciate e consolati si trasformano in una sorta di 'telefono amico' per consulti a tutto campo. Come giustamente osservato dai colleghi britannici citati nell'articolo le richieste banali che pervengono intasano il sistema e distraggono risorse ed attenzione da piu' pressanti e reali emergenze.

Per curiosita' ho domandato ai miei collaboratori piu' a stretto contatto con il pubblico le richieste piu' singolari che si sono trovati a raccogliere.

Eccone un piccolo saggio. Garantisco della loro autenticita'.

- da un signore anziano appassionato di sport: 'Cosa c'era scritto sullo schermo alla fine delle olimpiadi di Roma (1960)? Sono tanti anni che me lo domando..'

- da un padre preoccupato: 'Mia figlia si e' innamorata di un italiano.. cosa ne pensa ?  Non sara' pericoloso ?'

- da un cuoco: 'Come si cucinano esattamente le orecchiette con i broccoletti ?  E' meglio usare acqua in abbondanza ? Qual e' il punto giusto di cottura ?'

- da un signore orgoglioso della sua conoscenza gastronomica: 'Trovo sbagliato che nel nostro paese si mangino gli   spaghetti con la forchetta e il cucchiaio.  Il modo giusto e' con la forchetta e il coltello, vero ?'

- da un appassionato di calcio: 'Da dove viene il nome 'Sampdoria' ? E Atalanta?'

- dal padre di una sposa : 'Andro' fra poco al matrimonio di mia figlia in Italia. Come mi devo vestire ?'

- da un signore in cerca di emozioni: 'Potete consigliarmi un posto dove trovare delle belle ragazze italiane con cui divertirmi?

7 agosto 2009

Gli assiomi su come fare carriera in diplomazia su Twitter


Ho da qualche tempo spostato su Twitter gli assiomi per fare carriera in diplomazia.

La loro sinteticita' si presta infatti particolarmente al limite dei 140 caratteri imposto da quella versatile piattaforma di microblogging.

Sono stati finora postati 16 assiomi. Ne restano ancora da postare 26 per completare questa disincantata raccolta di consigli.

Su Twitter e Facebook riverso inoltre regolarmente notizie, curiosita' e articoli di interesse diplomatico.

Questo il link per seguire gli aggiornamenti.

Segnalo con l'occasione che la pagina di DiploMentor su Twitter entro Ferragosto avra' anch'essa una nuova veste grafica.

1 agosto 2009

Smart Power



La teoria delle relazioni internazionali produce e consuma concetti e parole d'ordine.

Espressione attualmente in voga sembra essere quella di «smart power» che si propone di dare una configurazione aggiornata e piu' realistica e strutturata al concetto di "soft power" di cui ho parlato in un podcast.

Con il cambio di Amministrazione negli Stati Uniti, il concetto di "smart power" e' ormai ufficialmente entrato nel linguaggio della politica internazionale.

Il concetto di "smart power" ha sostanzialmente natura bi-partisan.

Nel 2006 infatti una Commissione del Center for Strategic International Studies (CSIS Commission on Smart Power, 'A smarter, more secure America', 2007) ne ha teorizzato i fondamenti.

La Commissione era guidata da Joseph Nye e Richard Armitage. Richard Armitage e' stato Vice-Segretario di Stato durante la prima Presidenza Bush e tra i principali ispiratori del movimento neo-con, mentre Joseph Nye, professore ad Harvard, e' stato uno dei principali consiglieri politici di Bill Clinton.

Sin dall' insediamento Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno mostrato di avvalersi di esso quale elemento teorico di discontinuita' rispetto alla politica estera condotta da Bush riflettendo l'esigenza di articolare la politica estera americana secondo nuovi schemi rispetto all'approccio «muscolare» seguito.

Il Segretario di Stato Hillary R. Clinton, lo ha infatti apertamente utilizzato fin dalla sua udienza alla Commissione Esteri del Senato, il 13 gennaio 2009.

L'obiettivo e' quello della riaffermazione, con una serie di strumenti differenziati e complementari, della influenza americana sulla scena internazionale.

Sara' anche «smart», ma pur sempre di «power» si tratta; il metodo persegue la ricerca di soluzioni pacifiche ma non e' necessariamente un'opzione pacifista. Suzanne Nossel ('Smart Power', Foreign Affairs, marzo/aprile 2004), afferma con chiarezza che il soft power «cannot stand alone in an era of deadly threats».

In definitiva lo «smart power» si pone come come sintesi di «hard» e «soft» power.

In questo senso, lo smart power sembra volersi porre anche come sintesi fra due tendenze tradizionali della politica estera americana: l'approccio idealista, che mira all'esportazione nel mondo di 'valori' tipicamente americani ed il realismo che considera la capacita' di deterrenza militare quale la piu' credibile garanzia di sicurezza e di tutela degli interessi a stelle e striscie.

Una "dottrina Obama" e' in corso di definizione e il soft power si profila come un possibile elemento costitutivo.

foto: Smith

18 luglio 2009

Diplomazia e spiritualità (2): Muhammad Asad


Nell'ambito del rapporto tra diplomazia e spiritualità un percorso originale è quello dell' ebreo austriaco Leopold Weiss che convertitosi all'Islam con il nome di Muhammad Asad fu Rappresentante Permanente del Pakistan alle Nazioni Unite nel 1952.

Il suo libro 'Road to Mecca' è poco noto ma costituisce uno delle grandi trasformazioni spirituali del ventesimo secolo.

Il libro descrive il viaggio di 23 giorni compiuto alla Mecca nell'estate del 1932 ma è soprattutto la descrizione dell'iniziale attrazione di Weiss per l'Islam e infine della sua conversione.

Non è solo il resoconto di un viaggio geografico ricco di annotazioni storiche e linguistiche ma anche un percorso spirituale.

Di professione giornalista, di casa nei raffinati ambienti intellettuali della capitale austriaca, Weiss scopre il mondo islamico a seguito di un invito di uno zio a Gerusalemme.

Contrario al programma sionista di costituire uno Stato ebraico in Palestina, la marcia di avvicinamento di Weiss alla conversione fu accelerata dalla morte delle moglie Elsa e dalla conoscenza con il sovrano saudita Ibn Saud presso la cui corte egli rimase per sei anni.

Stabilitosi in India alla fine degli anni Trenta divenne amico del poeta Muhammad Iqbal e simpatizzò con il movimento per la costituzione di uno Stato islamico che accogliesse i musulmani indiani e che si concretizzò nel 1947 nella nascita del Pakistan. L'incarico a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite fu la ricompensa per il sostegno prestato alla causa pakistana.

Molla interiore di Weiss/Asad è la ricerca di un senso di fratellanza e di unità di pensiero e azione che la cultura occidentale sembrava aver smarrito ( la sua evoluzione intellettuale risente fortemente delle lacerazioni provocate dalla Grande Guerra).

In un' epoca in cui sforzi (da entrambe le parti) per la mutua comprensione devono essere compiuti tra Occidente e mondo islamico è un peccato che la figura di Weiss resti ancora così poco conosciuta.

Nella capacità di conoscere ed abbracciare l'Altro infatti la figura di Weiss/Asad ricorda quella del più noto Lawrence o, per restare a casa nostra, quella di Amedeo Guillet.

Asad trascorse gli ultimi anni della sua vita in Spagna dove morì nel 1992.

E' sepolto a Granada.

8 luglio 2009

Diplomazia e spiritualità: Dag Hammarskjold


In un post precedente ho sottolineato l'esigenza di un approccio 'olistico' alla teoria ed alla pratica diplomatica.

Tale approccio sollecita con modalità nuove il potere creativo e trasformativo della diplomazia volto alla conoscenza e possibilmente al controllo degli impulsi ostili non solo dell'Altro ma anche del Se'.

In tale ambito, la dimensione psicologica e spirituale dell'attivita' diplomatica acquista una importanza centrale con riflessi sull'esercizio etico del Potere e sul rapporto con chi il Potere gestisce.

Nella schiera dei diplomatici che maggiormente hanno sviluppato questa sensibilita' un posto di rilievo ricopre certamente lo svedese Dag Hammarskjold, Segretario Generale delle Nazioni Unite tra il 1953 ed il 1961, morto in un incidente aereo in Congo.

Alla morte tra le sue carte fu ritrovato un manoscritto successivamente pubblicato con il titolo "Vaegmaerken" (in inglese 'Markings') definito dallo stesso Hammarskjold in una lettera all'amico Leif Belfrage "una sorta di Libro Bianco concernente i negoziati con me stesso e con Dio".
Il libro consiste in pensieri, citazioni, brevi storie e poemi che Hammarskjold raccolse a partire dal 1925 e fino ad un mese prima della sua morte.

La scrittura di Hammarskjold e' oscura e c'e' da augurarsi che i suoi rapporti diplomatici fossero scritti in uno stile piu' accessibile. Il diplomatico svedese era però capace di colpi d'ala ed intuizioni folgoranti. Non a caso era nota la sua predilezione per quella particolare forma poetica giapponese degli haiku basata sull'intuito e sul suggerito piu' che sul descritto.

La conclusione di Hammarskjold e' che per il solo fatto di esistere abbiamo un debito da ripagare e lo facciamo restando pienamente vivi e presenti a noi stessi in ogni momento senza preoccupazioni circa il passato o il futuro.

Un lato della vita ci chiama alla contemplazione ed all'apprezzamento della bellezza. L'altro ci sprona al servizio degli altri.

L'impianto filosofico di Hammarskjold ricorda quello dello stoicismo. Come le Meditazioni di Marco Aurelio le annotazioni di Hammarskjold furono verosimilmente fatte al termine di lunghe e difficili giornate su fronti diplomatici e bellici.

L'enfasi del diplomatico svedese sulla necessità di vivere il presente riflette suggestioni dello zen giapponese.

Al di la' comunque delle matrici filosofiche del pensiero del diplomatico svedese, l'opera di Hammarskjold mette nella giusta prospettiva la cultura del successo a tutti i costi.

Nel rimandare al libro per conoscere meglio il pensiero di Hammarskjold riporto questa citazione significativa:

"Il viaggio piu' lungo e' il viaggio interiore"
Per i suoi successi diplomatici in occasione della crisi di Suez del 1956 e l'impegno per pacificare il Congo, Hammarskjold ricevette alla memoria il Premio Nobel per la Pace.

(foto: Dag Hammarskjold)

1 luglio 2009

Podcast: episodio nr.5


E' online il quinto episodio di DiploPodcast.

In questo episodio:

Il Primo piano e’ sulle nomine dei nuovi ambasciatori americani da parte del Presidente Obama.

Il Riflettore e’ puntato sul neo ambasciatore americano in Cina, Jon Huntsman Jr.

I Consigli di studio sono infine, in attesa del bando del prossimo concorso diplomatico, sul modo per trarre il massimo vantaggio dai mesi estivi.

L'episodio si puo' ascoltare direttamente a questo link.

Oppure puo' essere scaricato sul vostro iPod tramite iTunes.

La pagina dei podcast e' reperibile a questo link.

28 giugno 2009

L'ebook di DiploMentor: una nuova edizione in autunno


Ho rimosso dal blog l'ebook: "Farnesina: Istruzioni per l'uso. Consigli per chi vuole intraprendere la carriera diplomatica."

L'ebook e' stato finora scaricato da 370 lettori a cui va il mio sincero ringraziamento.

Il bello degli ebook e' che sono dei "work in progress". Intendo dunque approfittare dell'estate e delle ferie per rimaneggiarne i contenuti sviluppando i capitoli esistenti ed introducendone di nuovi.

Anche la veste grafica, in particolare la copertina, sara' aggiornata.

Conto di rimettere online l'ebook nel prossimo autunno.

26 giugno 2009

DiploMentor 2.0: bilancio dell'attivita'


In questi giorni si sta concludendo il primo ciclo didattico di DiploMentor 2.0 la piattaforma e-learning di preparazione al concorso diplomatico collegata al blog.

Quella di DM 2.0 e' nel suo genere una esperienza unica in Italia e finora, a giudicare dai commenti che ho ricevuto sia dagli studenti che dai docenti, pienamente riuscita.

In questi mesi abbiamo consolidato le modalita' didattiche. Con cadenza mensile sono stati assegnati e corretti temi di Storia delle relazioni Internazionali, Diritto Internazionale, Economia Politica, Inglese, Francese e Spagnolo. I docenti hanno fornito agli studenti consigli e indicazioni bibliografiche.

Anche la piattaforma software e' stata collaudata con successo. Moodle si e' dimostrato uno strumento flessibile e di agevole utilizzo ed aministrazione.

DiploMentor 2.0 si e' dimostrato un ambiente particolarmente congeniale per quanti non possono frequentare corsi in aula di preparazione al concorso diplomatico, vuoi perche' all'estero, vuoi perche' gia' impegnati professionalmente.

Il pregio ma anche il limite di DM 2.0 e' il suo impianto volontaristico e gratuito. Sia il sottoscritto che i docenti impegnati vi dedicano il tempo che possono ricavare dalle rispettive intense attivita'.

L'intenzione di DM 2.0 e' comunque quella di proseguire a partire dall'autunno, una volta verificata la disponibilita' dei docenti a continuare l'esperienza.

Intendo ammettere al sito una decina di nuovi studenti. Ringrazio quanti hanno gia' nei mesi scorsi manifestato interesse. Quanti fossero eventualmente interessati possono contattarmi a diplomentor@gmail.com.

A questo punto quel che manca e'...il concorso! L'augurio e' che possa essere regolarmente bandito nei prossimi mesi.

19 giugno 2009

Diplofatto: Liaison Officers



Nell’ambito del complesso impegno organizzativo della Presidenza italiana del G8 vi e’ un aspetto che vede coinvolti in prima persona i diplomatici piu’ giovani.

Si tratta dell’attivita’ di ufficiale di collegamento o, come si dice in inglese, di liaison officer (LO).

Gli ufficiali di collegamento vengono distaccati presso ciascuna delle delegazioni straniere svolgendo la funzione di collettore delle istanze (generalmente di tipo logistico, organizzativo e di ceremoniale) che possono originare sia da parte italiana che da quella degli ospiti.

La selezione degli ufficiali di collegamento e’ svolta - qualora possibile - individuando i necessari profili linguistici per agevolare la comunicazione. Alla delegazione russa si cerca dunque di adibire un funzionario russofono. Idem per tedeschi, giapponesi, ecc.

Quando non e’ dato reperire i necessari profili linguistici presso i diplomatici la Farnesina attinge dalle risorse delle qualifiche amministrative. E naturalmente si puo’ comunque ricorrere all’inglese o al francese, lingue veicolari della diplomazia.

Per favorire la comunicazione e’ inoltre possibile che la delegazione ospite annoveri talenti linguistici propri, magari tratti dalla propria ambasciata a Roma.

Non e’ la prassi organizzativa italiana, ma alcuni Paesi infatti scelgono come funzionario di collegamento un funzionario in servizio a Roma il quali ha non solo competenza linguistica ma anche familiarita’ con il modus operandi e le persone della organizzazione italiana.

Tra i compiti del LO vi e’ quello di assicurare la regolarita' e la puntualita’ degli spostamenti della delegazione. Dagli “incarrozzamenti”, cioe’ la distribuzione in un ordinato convoglio dei componenti della delegazione nei veicoli predisposti, alla messa in posa delle personalita’ nella tradizionale “foto di famiglia”.

Tredici anni fa tocco’ anche a me questo compito in occasione di due vertici europei a Torino e Firenze sotto presidenza italiana. Fui adibito alla delegazione britannica allora guidata dal Primo Ministro John Major e dal Foreign Secretary Malcom Rifkind.

Fu un’esperienza interessante ed intensa.

Non tutto ando’ secondo i piani. L’aereo del Primo Ministro Major anziche’ atterrare come previsto a Firenze Peretola per motivi tecnici fu dirottato appena un’ora prima dell’arrivo sull’aeroporto di Pisa. Tutto il convoglio delle auto, gia’ da tempo in paziente attesa sulla pista dello scalo fiorentino, si precipito’ ad una velocita’ che ancora oggi ricordo con terrore sulla autostrada per Pisa giungendo giusto pochi minuti prima dell’atterraggio del volo di stato.

A velocita' ugualmente vertiginosa fu il ritorno sul capoluogo fiorentino per consentire a Major di prendere regolarmente parte ai lavori con i suoi colleghi.

Era il tempo della crisi della “mucca pazza” e ricordo che gli inglesi chiesero nella notte un abboccamento diretto con la presidenza italiana che si concretizzo’, per quello che riguarda la modesta prospettiva del sottoscritto, nel sacrificare il sonno per improvvisare e curare la logistica di una prima colazione di lavoro alle 7.30 della mattina tra John Major e Lamberto Dini ed i rispettivi piu’ stretti collaboratori.

Non mancarono per fortuna aspetti divertenti e distensivi quali – in una pausa dei lavori - l’organizzazione di una visione comune di un quarto di finale del campionato europeo di calcio tra Inghilterra e Spagna.

Apprezzai inoltre, alle costole di Major, la visita privata organizzata a beneficio dei delegati stranieri del Corridoio Vasariano tra gli Uffizi e Palazzo Pitti, generalmente chiuso al pubblico.

L’esperienza del LO e’ utile e formativa per i giovani diplomatici. Essa inoltre permette di vivere l’evento da vicino, da una posizione privilegiata e soprattutto condividendo il punto di vista della delegazione straniera ospite.

E' una attivita' che mette alla prove le necessarie qualita' del diplomatico di comunicazione, tatto, flessibilita', pazienza, sangue freddo, e in definitiva "resourcefulness".

Buon lavoro dunque a quanti saranno impegnati nella ministeriale esteri di Trieste del 25-27 giugno e poi nel vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Aquila l’8-10 luglio.

(photo: Randy Read)

8 giugno 2009

Nuovo logo


Ho nei giorni scorsi bandito una gara su 99Designs e commissionato una nuova identita' grafica per DiploMentor.

Trovavo quella originale e fatta in casa (la bussola) un po' banale.

In questo anno e mezzo di attivita' il blog e le sue ramificazioni sono andate consolidandosi.

Nel suo piccolo, DiploMentor e' diventato un brand ed e' naturale che anche la grafica rifletta la sua crescita.

Il nuovo logo incorpora stilizzazioni vettoriali dell'edificio della Farnesina e della sfera di Arnaldo Pomodoro.

Il carattere usato e' Verdana.

1 giugno 2009

AAA Affittasi: astenersi diplomatici


Nella sezione "Real Estate" del New York Times Angelo mi segnala un articolo che riporta la domanda fatta da un locatore preoccupato di affittare una casa ad un diplomatico.

Egli teme che quest'ultimo, in caso di insolvenza, non possa essere sfrattato poiche' protetto dall' immunita'diplomatica.

Il consiglio dato in risposta e' di non affittare.

Angelo si chiede dunque se l'immunita' diplomatica possa trasformarsi nella vita di tutti i giorni di un diplomatico in un
problema anziche' essere un privilegio.


Il punto e’ quello dell’immunita’ diplomatica, principio fondamentale delle relazioni diplomatiche, la cui ratio e’ la tutela dell’autonomia della funzione diplomatica non tanto dell’agente di per se’.

Confesso che la risposta data nell’articolo non mi ha sorpreso piu’ di tanto.

E’ nota la spiccata propensione americana alla difesa dei propri diritti tramite un’azione legale. Il principio dell’immunita’ sottrarrebbe il diplomatico alla giurisdizione americana nel caso di una causa legale nei suoi confronti dettata ad esempio da inadempienza contrattuale o morosita’.

Tale sottrazione del diplomatico alla giurisizione puo’ effettivamente apparire una restrizione intollerabile ad un padrone di casa.

New York, per certi aspetti, ha fama di citta’ non facile per gli agenti diplomatici.

Gia’ anni fa, quando Sindaco era Rudy Giuliani, si distinse per la tenacia con cui si mise a contestare infrazioni stradali, in particolare divieti di sosta ai funzionari delle Nazioni Unite. Le multe venivano evase dai diplomatici sulla base dell’immunita’ diplomatica.

La municipalita’ newyorkese citava il danno originato dal mancato introito per le casse comunali derivante dall’applicazione dell’immunita’ diplomatica.

La questione degenero’ in una spiacevole querelle che nocque all’immagine sia dei diplomatici che della municipalita’ americana, apparsa animata da uno zelo eccessivo al limite della persecuzione.

Comunque sia, la prudenza del consiglio dell’articolo fa riflettere.

In effetti anche in Italia non mancano i contenziosi tra locatori ed agenti diplomatici, in particolare a Roma che ospita ben tre corpi diplomatici (presso il Quirinale, la Santa Sede e le Nazioni Unite).

Talvolta la notizia di questi contenziosi, che hanno visto spesso coinvolti diplomatici africani, ha raggiunto le colonne della stampa.

Si tratta di contenziosi che interessano anche lo stesso Ministero degli Esteri ed in particolare il Cerimoniale della Repubblica.

Angelo mi chiede quale sia stata finora la mia esperienza personale.

Finora, sia in paesi avanzati che in via di sviluppo, non ho mai avuto modo di riscontrare atteggiamenti negativi.

Anzi il padrone di casa si e’ sempre mostrato ben contento di affittarmi casa.

Da un lato credo che cio’ dipenda da una duplice buona reputazione. In primo luogo, a livello individuale, una buona fama precede gli italiani. Si sa che amiamo vivere in un ambiente confortevole, arrediamo bene, preserviamo la qualita’ dello spazio in cui abitiamo.

D’altra parte l’Italia ha fama di paese che paga puntualmente i conti e non ne lascia in sospeso. In tempi di incertezza per un locatore puo' dunque essere rassicurante entrare in una relazione contrattuale di medio-lungo termine con il rappresentante istituzionale di un paese come il nostro.

In certi paesi, infine, la professione diplomatica continua ad avere un particolare appeal e l’affittare ad un diplomatico contribuisce al prestigio di un immobile.

(photo credit: Fortyseven)

25 maggio 2009

Cerimoniale: il piazzamento


Pur nel suo generalismo al funzionario diplomatico viene riconosciuta una competenza specialistica nella materia del cerimoniale, il settore cioe' delle pubbliche relazioni che riguarda la vita di rappresentanza ufficiale (Sgrelli, 2005).

Le regole del cerimoniale disciplinano anche la convivialita' che rimane momento importante dell'attivita' diplomatica.

In questo post inserisco una animazione video su come si fa un tavolo, su come cioe' si realizza il piazzamento attorno al tavolo dell'anfirione, della personalita' ospite e degli altri partecipanti al momento conviviale.

Il montaggio del video e' un po' grezzo (i livelli dell'audio in particolare)ma da' comunque l'idea delle scelte da compiere per organizzare una colazione od un pranzo importante.

Il video e' ugualmente scaricabile dal canale DiploMentor di YouTube a questo link.

Naturalmente la diplomazia non si esaurisce nel fare un tavolo;tuttavia assicurare l'armoniosa disposizione delle persone in una occasione conviviale rappresenta un esercizio solo apparentemente semplice.Provare per credere.

Il video non ha ovviamente pretesa di esaustivita' di una materia in evoluzione e sulla quale si scrivono interi volumi.

Chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, che e' di utilita' per quanti si occupano in generale di pubbliche relazioni, trova un eccellente testo nel libro di Massimo Sgrelli, " Il Cerimoniale" della Master Edizioni (2005).

Sul cerimoniale diplomatico - ad uso interno dei funzionari della Farnesina - e' inoltre da qualche mese disponibile un prezioso volume curato dal Capo del Cerimonale della Repubblica, l'Ambasciatore Visconti di Modrone.

20 maggio 2009

Diplomazia interculturale (3): negoziare con gli inglesi



La lingua della diplomazia e’ l’inglese. In un negoziato cio’ da’ un notevole vantaggio a quei popoli per cui l’idioma di Shakespeare e’ la madrelingua.

Si gioca “in trasferta” quando si deve negoziare in una lingua che non e’ la propria, anche se la si conosce a fondo.

Complice la sua difffusione planetaria ed il ruolo di lingua franca globale, l’inglese parlato oggi nel mondo e’ un organismo mutante.

Nell’ambito di un negoziato, anche chi la conosce bene deve prestare attenzione ad alcune espressioni usate dagli inglesi per cui al significato letterale non corrisponde quello reale per l’understatement di cui sono cariche.

Esse dunque non vanno necessariamente prese at face value.

Eccone alcune:

I hear what you say
• Quel che intendono: Sono in disaccordo con te e non desidero discutere di cio’ ulteriormente

With the greatest respect
• Quel che intendono: Credo che tu sia uno sciocco

Not bad
• Quel che intendono: Buono o molto buono

Quite good
• Quel che intendono: E’ un po’ deludente

Perhaps you would like to think about…./it would be nice if….
• Quel che intendono: Questo e’ un ordine. Eseguilo o sii pronto a giustificarti

Oh, by the way/Incidentally
• Quel che intendono:Questo e’ lo scopo primario della nostra discussione

Very interesting
• Quel che intendono: Non sono d’accordo/ Non ti credo

Could we consider the options
• Quel che intendono: Non mi piace la tua idea

I’ll bear it in mind
• Quel che intendono: Non faro’ niente al riguardo

Perhaps you could give that some more thought
• Quel che intendono:E’ una cattiva idea. Non farlo.

I’m sure it is my fault
• Quel che intendono: E’ colpa tua

That is an original point of view/brave option to consider
• Quel che intendono:Devi essere completamente impazzito.

You must come for dinner sometime
• Quel che intendono: Non e’ un invito, sono solo gentile

Not entirely helpful
• Quel che intendono: E’ completamente inutile.

(photo credit:Chris Breeze)

13 maggio 2009

Diplomazia interculturale (2): stili negoziali


Sto in questi giorni completando un corso di diplomazia interculturale dello United Nations Institute for Training and Research (UNITAR).

Miei compagni di corso sono diplomatici e operatori delle relazioni internazionali di tutte le possibili matrici culturali e provenienze geografiche.

Un’area di discussione del corso e’ aperta al dibattito di quale cultura o nazionalita’ sia quella piu’ difficile da affrontare nell’ambito di un negoziato diplomatico.

Mi ha colpito come diversi partecipanti abbiano individuato nei russi gli ossi piu’ duri da rodere.

Non gli arabi, o i cinesi, o i giapponesi o i nordcoreani. I russi.

Sono stati individuate alcune caratteristiche dello stile negoziale russo che testimoniano di una certa continuita’ con lo stile caratterizzato come ‘sovietico’ da Herb Cohen nel suo bestseller "You can negotiate anything" del 1980.

Alcune delle caratteristiche di questo approccio negoziale sono:
- Ignorare le scadenze (p.144): quando si negozia con un ‘sovietico’ bisogna armarsi di pazienza. Gli ci vuole una eternita’ per raggiungere una decisione. Ed e’ possibile che si ritorni spesso su decisioni gia’ prese.
- Autorita’ limitata (p.126): c’e’ sempre un piu’ alto livello cui demandare la decisione. Talvolta le delegazioni non hanno un capo negoziatore. Cio’ disorienta la controparte.
- Emotivita’ (p.128). Al 'sovietico' piace fare ricorso a minacce e seminare il terrore nelle controparti. O ricorrere a gesti teatrali. Ricordate Khruschev (foto) che sbatteva una scarpa sul tavolo durante un dibattito alle Nazioni Unite?
Inoltre il ‘sovietico’ ama adottare posizioni negoziali estreme all’inizio del negoziato in modo da condizionarlo.

Va detto che questo stile negoziale non e’ esclusivo dei russi. E’ un approccio che puo’ essere deliberatamente scelto da chiunque e non necessariamente in un contesto diplomatico.

Per avere successo, secondo Cohen, devono esistere tre condizioni.
1) non deve esserci una relazione continua tra le parti. Deve trattarsi di un negoziato una tantum (one- shot-transaction.
2) non bisogna farsi scrupoli o avere rimorsi.
3) la vittima del ‘sovietico’ non deve essere consapevole, almeno temporaneamente.

E’ importante dunque riconoscere questo approccio negoziale e le tattiche che esso implica per sottrarsi alla pressione.

Come dice infatti Cohen “A tactic perceived is no tactic”.

8 maggio 2009

Diplomazia delle celebrita'



Ho in precedenza trattato della “diplomazia parallela” e di come l’attivita’ diplomatica tradizionale subisca una progressive erosione da parte di nuovi attori.

Un fenomeno dal forte impatto mediatico e’ quello rappresentato dalla cosiddetta “diplomazia delle celebrita’”.

Credo che in pochi siano ignari oggi delle attivita’ umanitarie svolte da celebri attori come Angelina Jolie (foto), Mia Farrow e George Clooney, da cantanti come Bono degli U2.

Particolarmente consolidato e’ il programma delle Nazioni Unite “Goodwill Ambassadors”. Angelina Jolie opera in tale contesto. In passato, pioniere furono Audrey Hepburn e Sophia Loren.

Quando impegnate in missioni per conto delle Nazioni Unite, le celebrita’ possono viaggiare utilizzando il lasciapassare azzurro dell’Organizzazione.

Tale forma di diplomazia ha caratteristiche originali. A partire dall’uso del linguaggio, generalmente assai piu’ diretto e colloquiale e dunque assai meno ‘diplomatico’. Un linguaggio forse dai caratteri populisti ma di grande accessibilita’ e dunque diffusione.

O degli strumenti utilizzati. L’intervista, la consegna di un premio, il concerto rock, ecc. Sono queste le piattaforme di elezione per propagandare una causa e raggiungere il pubblico.

Per le celebrita’ impegnarsi in attivita’ umanitarie e diplomatiche costituisce un modo per smarcarsi dalla banalita’ e leggerezza che contraddistingue il loro stile di vita.

Mostrarsi impegnati paga positivamente in termine di immagine.

Si puo’ rimproverare una certa selettivita’ nell’individuazione delle cause per cui le celebrita’ preferiscono spendersi.

La condizione critica dei tibetani beneficia dell’attenzione mediatica che l’impegno di Richard Gere o Uma Thurman (figlia di un noto professore di studi tibetani) o Steven Segal. Meno fortunati sono pero’, per restare nell’ambito cinese, i musulmani uiguri della provincia del Xinjiang. La loro condizione, difficile quanto quella dei tibetani, e’ pero assai meno nota.

Tuttavia sarebbe ingeneroso negare che l’impegno di Clooney in Darfur o di Jolie in Iraq e’ non solo convinto ma anche incisivo.

Sarebbe erroneo liquidare sbrigativamente la diplomazia delle celebrita’ come un fenomeno passeggero.

I problemi mondiali richiedono una ampia gamma di sforzi diplomatici. Ed anche soluzioni creative.

Le celebrita’ sono effettivamente in grado di mobilitare come pochi altri l’attenzione mondiale su crisi dimenticate o su problemi globali.

Esistono tuttavia aspetti criticabili.

Quello della responsabilita’ ad esempio. A chi rispondono le celebrita? Qual e’ la loro “circoscrizione elettorale”? Il pubblico che va al cinema? Le folle dei concerti?

C’e’ poi la questione della trasparenza dell’utilizzo delle risorse finanziarie mobilitate. Un esempio riguarda l’iniziativa Red di Bono in collaborazione con Apple, Emporio Armani e GAP.

Una critica e’ che la diplomazia delle celebrita’ costituisce il veicolo per un contro-consenso. Essa svuoterebbe e disinnescherebbe cosi’ forme piu’ radicali di mobilizzazione politica. In un’ottica Nord-Sud di aggiungere voci (non necessariamente competenti e consapevoli) provenienti dal mondo sviluppato a scapito di quelle del mondo sotto-sviluppato.

La diplomazia delle celebrita’ non fornisce certo una risposta definitive ai problemi internazionali.

Essa tuttavia fornisce un potenziale straordinario per raffinare risorse e meccanismi diplomatici avendo promosso una saldatura tra Hollywood e il mondo dell’industria e della finanza.

Mi riferisco in particolare all’azione di multimiliardari come Bill e Melinda Gates, celebrita’ di per se’ e a buon diritto. O a Warren Buffett.

Attraverso le loro fondazioni questi individui sono capaci di mobilitare risorse pari, se non addirittura superiori a quelli di Stati e di Organizzazioni Internazionali.

Finora la percezione di questo fenomeno e’ complessivamente positiva. Gli attivisti che si occupano di Darfur sono sinceramente grati agli sforzi compiuti da George Clooney per impegnare le amministrazioni americane.

Il rischio e’ che lo spettacolo si sostituisca alla sostanza. Anche per questo e’ il caso di prestare crescente attenzione e di esercitare un piu’ continuo scrutinio critico di questa attivita’.

Poiche’ si tratta di un argomento stimolante apro un’area di discussione sul social network per l’intervento di quanti sono interessati o hanno un’opinione in merito.

1 maggio 2009

Twitter


A sinistra di questo post trovate un’area riservata agli aggiornamenti del mio profilo su Twitter.

E’ uno strumento di microblogging che consente post di non piu’ di 140 caratteri, limitazione che obbliga alla sintesi. E’ interattivo consentendo la risposta ai post (in gergo ‘tweet’) e lo scambio di messaggi diretti.

Ne ho per qualche tempo esplorato le funzioni. Superata una iniziale perplessita', ho cominciato ad apprezzarne l'utilita'. Intendo soprattutto usarlo come ponte tra un post e l’altro su DiploMentor alimentandolo di segnalazioni quotidiane di risorse,letture, riflessioni, ecc.

Secondo una recente indagine, sarebbe facile stancarsene. Vediamo dunque se Twitter reggera' il test del tempo o se si rivelera' una moda passeggera.

Chi volesse seguirmi su Twitter puo’ farlo cliccando qui.

24 aprile 2009

Podcast


E' online il nuovo podcast ascoltabile direttamente a questo link o scaricabile via iTunes.

Questo quarto podcast non ha la struttura dei precedenti.

E'un messaggio indirizzato principalmente agli SLIP, i Segretari di Legazione in prova che, vincitori dell'ultimo concorso, entreranno in servizio alla Farnesina nelle prossime settimane. Ma puo' essere utile anche a quanti si avvicinano alla prova del concorso diplomatico.

E' un invito a muovere i primi passi di questa bella avventura con il piede giusto.

A puntare in alto ma anche a ricordare che le persone che si incontrano quando si sale sono le stesse che si incontrano quando si scende.

A vivere alti e bassi della carriera mantenendo la giusta prospettiva.

A conciliare lavoro e famiglia.

A fare sempre al meglio il proprio incarico, qualunque esso sia.

A svolgere il proprio servizio in nome di qualcosa di piu' grande di se stessi.

In bocca al lupo!

20 aprile 2009

Concorso diplomatico: preparazione e fortuna


Un blog e’ una piattaforma interattiva, aperta al commento del lettore.

I commenti possono essere sottoposti alla moderazione dell’amministratore oppure no.

La funzione commenti di questo blog e’ subordinata all’appprovazione dell’amministratore, dunque del sottoscritto, previa lettura del messaggio.

Tale prerogativa e’ prevista soprattutto per difendere il blog dallo spam e non me ne ero mai avvalso per rifiutare un commento. Fino a pochi giorni fa.

Nei giorni scorsi, infatti, ho moderato il commento, rifiutando la pubblicazione, di un anonimo lettore del blog. In sostanza ho effettuato un atto di censura.

Il commento era riferito alla esperienza raccontata sul blog da parte di Faber, una delle vincitrici dell’ultimo concorso ed esprimeva dubbi sui suoi effettivi meriti insinuando maliziosamente che fortuna (o altro) avessero contribuito al suo successo.

Inoltre, con riferimento al percorso di studi descritto dalla candidata, il commentatore dubitava che un ‘comune mortale’ potesse ambire all’esperienza di studio negli Stati Uniti, fatta invece da Faber.

Escludo che il commentatore conosca Faber e le circostanze che hanno condotto al suo successo nel concorso diplomatico.

Ho trovato il commento acido e ingeneroso e l’ho censurato. L'ho fatto con dispiacere perche’ quello della censura – anche in un ambito limitato come questo - e’ un potere scomodo.

L'ho fatto perche’ il commento denotava malizia e negativita’, una forma di inquinamento delle relazioni sociali che trovo perniciosa perche’ particolarmente contagiosa.

Sono di natura ottimista e trovo che i soli limiti che incontriamo nella vita sono quelli che consapevolmente o inconsapevolmente ci fissiamo.

Se cosi’ non fosse oggi starei probabilmente svolgendo la professione di mio padre, l’agronomo. Una via gia' tracciata e piu' comoda.

Quando mi ritrovo alle rimpatriate dei compagni di liceo noto che la maggior parte svolge la professione dei genitori. Il figlio del dentista e’ diventato dentista, quello di avvocati e’ diventato avvocato. E cosi’ via per notai, professori universitari, commercialisti, medici,ecc.

E’ forse solo una coincidenza. Il mio osservatorio e’ inevitabilmente ristretto e sarebbe azzardato trarre indicazioni generali. Se questa non fosse una coincidenza ma una vera e propria tendenza, si potrebbero trarre preoccupanti conclusioni sulla sclerotizzazione del tessuto sociale.

Come Faber, anche io preparando il concorso diplomatico mi scontrai con ondate di scetticismo. “Ma chi conosci alla Farnesina?”. " Non sei figlio d'arte". “In questi posti si entra solo per raccomandazione”. “E’ un concorso impossibile, devi studiare per anni senza sicurezza di passarlo”. Sono atteggiamenti evidentemente ancora diffusi perche' mi arrivano spesso email di studenti interessati al concorso diplomatico ma condizionati da questi mantra negativi.

Credo che alla fine l’isolamento – direi quasi la clausura- che molti aspiranti diplomatici si impongono non e’ solo dettato dalla necessita’ di concentrarsi sui manuali ma da quella di sottrarsi ad una negativita' che mina la propria motivazione.

Una sorta di autodifesa.

Al fondo del ragionamento dell’anonimo commentatore e’ la convinzione che il successo degli altri sia addebitabile solo alla fortuna, se non all’intrigo, e non al duro impegno, alla programmazione sistematica e fortemente voluta di un traguardo.

La fortuna non esiste in un vuoto. Essa presuppone un intenso, metodico sforzo di preparazione. Dietro al successo c’e’ un impegno sistematico– invisibile ai piu’ - di anni. Tale impegno va rispettato e se possibile imitato.

Non voglio scomodare Machiavelli e la sue considerazioni su Fortuna e Virtu’.

Piu’ semplicemente, un famoso golfista, Gary Player, era solito dire: "The harder I try, the luckier I get”.

O ancora il generale Douglas Mac Arthur diceva che "la vita non da' certezze ma offre solo opportunita'".

La preparazione genera opportunita’. La fortuna puo’ solo aiutare chi si fa trovare preparato.

Pensare mal degli altri risulta dunque un modo per razionalizzare e giustificare il proprio fallimento o il proprio disimpegno.

(photo credit:Andreia)

15 aprile 2009

Diplomazia scientifica e tecnologica


Nell’ultimo podcast ho descritto il soft power ed il suo ruolo di amplificatore dell’influenza diplomatica di uno Stato.

La politica culturale e’ spesso citata come uno dei componenti piu’ importanti del soft power e tradizionalmente gli Stati vi dedicano risorse umane e finanziarie significative.

Minor considerazione e’ tradizionalmente dedicata alla diplomazia scientifica e tecnologica. Tuttavia, in un epoca di straordinario e rapidissimo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, gli Stati stanno progressivamente sviluppando anche questo volet dell’attivita’ diplomatica.

Si puo’ dunque a buon titolo parlare oggi di una “diplomazia scientifica e tecnologica”.

Essa consiste ad esempio nell’invio di ricercatori nazionali all’estero o nell’accoglienza di ricercatori stranieri, nello stabilimento di laboratori congiunti, nella costruzione di laboratori di ricerca nazionali (con il contributo di Stati stranieri) o all’estero (con il distacco di ricercatori nazionali).

L’Italia, in particolare sta sviluppando con crescente convinzione la propria azione in tale campo.

Cio’ a cominciare dalla negoziazione di una rete di Accordi Scientifici e Tecnologici che costituiscono il necessario quadro di riferimento alla cooperazione bilaterale.

Sul piano delle risorse umane un ruolo importante e’ giocato dalla rete degli Addetti Scientifici e Tecnologici presso le Ambasciate che svolgono funzioni di “scouting” delle opportunita’ di collaborazione scientifica presso i paesi di accreditamento e di raccordo con le comunita’ scientifiche estere.

Importante e’ inoltre anche il loro ruolo di mappatura e raccordo con i ricercatori italiani, presenti numerosi all’estero. Cio’ e’ utile anche in funzione di una possibile inversione del brain drain che depaupera gravemente la nostra comunita’ scientifica.

Un altro tassello e’ quellodella formazione di scienziati esteri presso centri di ricerca italiani. In tal senso il Polo Scientifico e Tecnologico di Trieste costituisce un asset importante soprattutto per i Paesi in Via di Sviluppo, contribuendo in particolare da anni alla formazione di generazioni di fisici.

Quello della diplomazia scientifica e tecnologica e’ un aspetto destinato ad assumere una rilevanza crescente. Essa e’ infatti un elemento importante della strategia di sviluppo della competitivita’ generale di un sistema-paese.

La diplomazia scientifica e tecnologica produce benefici economici significativi contribuendo al tasso di sviluppo dell’innovazione industriale.

Il versatilismo dell’agente diplomatico deve dunque oggi ricomprendere anche la scienza e la tecnologia.

Il compito del diplomatico e’ quello di promuovere la diplomazia scientifica e tecnologica come elemento del soft power nazionale.

Cio’ ha ricadute generali assai favorevoli poiche’ la cooperazione scientifica genera rapporti duraturi, buona volonta’, apre porte, crea opportunita’ esattamente, se non piu’ della tipica diplomazia culturale.

Inoltre, in quanto quanto promozione del metodo scientifico essa contribuisce a combattere oscurantismi ed estremismi.

Corroborando trasparenza, responsabilita’ e partecipazione meritocratica, valori tipici della comunita’ scientifica, la promozione dunque della “good science” coincide con quella della “good governance” a beneficio di relazioni internazionali piu’ solide e della diffusione della liberta’ e della dignita’ individuale nel mondo.

(photo credit: Hey Paul)

8 aprile 2009

Diplomazia del terremoto


Ho in questi giorni ricevuto numerose attestazioni di solidarieta’ e partecipazione per il grave sisma che ha colpito l’Abruzzo.

Il paese in cui sono in servizio ha infatti un rischio sismico almeno pari al nostro, se non superiore, e con una sorta di transfert emotivo si e’ dunque immedesimato nella condizione di quanti in Abruzzo hanno in pochi secondi visto stravolgere la proporia esistenza.

Mi hanno contattato istituzioni locali e comuni cittadini. Aiuti logistici e finanziari sono stati offerti a beneficio della popolazione colpita.

Mai come in occasione di una catastrofe naturale l’uomo matura la consapevolezza della precarieta’ e della impermanenza della condizione umana.

Tale consapevolezza, che travalica differenze di razza, cultura, religione, ecc. matura in primo luogo al livello della societa’ civile.

Essa permea anche la coscienza dei governi condizionandone, a certe condizioni, l’operato anche sul piano diplomatico.

Non deve dunque sorprendere che le catastrofi naturali forniscano dunque l’occasione per avvicinare i popoli, permettendo di superare controversie e di risolvere conflitti.

Ad esempio questo fu il caso dei terremoti che colpirono la Turchia e la Grecia nell’estate del 1999. Le iniziative di solidarieta’ e mutuo soccorso innescarono una vera e propria “diplomazia del terremoto “ che pose le base per il miglioramento di relazioni storicamente difficili.

Non e’ tuttavia sempre cosi’. Ad esempio nel caso del terremoto che nel 2003 distrusse la storica citta’ iraniana di Bam, da parte americana furono temporaneamente allentate le sanzioni nei confronti dell’Iran. Aiuti medici americani furono ugualmente inviati.

Ma questi gesti di buona volonta’ non produssero un sostanziale riavvicinamento tra Washington e Teheran.

Anche alla iniziale solidarieta’ da parte indiana al dramma del Pakistan in occasione del grave terremoto del 2005 non segui’ un sostanziale miglioramento delle relazioni tra i due Paesi.

Cosa provoca dunque la differenza? Quali condizioni devono esistere perche’ dalla desolazione della catastrofe possa germogliare la speranza di un nuovo corso diplomatico?

Deve verificarsi un allineamento tra l’atteggiamento della opinione pubblica (fortemente condizionato dalle emozioni) e quello piu’ razionale e calcolato dei governi.

Nel caso greco-turco i due governi erano gia’ simultaneamente pronti ad un nuovo corso e vollero dunque cogliere l’occasione dell’onda emotiva di solidarieta’ provocata dalla catastrofe.

Deve dunque esserci gia’ in corso o quanto meno essere presente in nuce una nuova dinamica politica condivisa dalle parti che trova nella catastrofe il catalizzatore del rapprochement.


(photo credit: AFP)

3 aprile 2009

Slumdog Diplomat



L'esercizio costante della scrittura, l'abitudine all'osservazione dei fenomeni sociali in contesti geografici sempre diversi costituiscono potenti incentivi alla produzione letteraria da parte del diplomatico.

Si puo' parlare di una naturale e consolidata propensione di cui il francese Paul Claudel e' solo uno degli esempi piu' famosi.

La Farnesina, con il suo Scaffale Diplomatico compie sforzi per monitorare e raccogliere la produzione delle feluche italiane.

Un'altra iniziativa e' il volume "La Penna del Diplomatico" a cura dei colleghi Stefano Baldi e Pasquale Baldocci.

Al libro fa da complemento il blog "La penna del diplomatico" che offre continui e preziosi aggiornamenti sulle novita' editoriali scritte da diplomatici italiani e stranieri.

A proposito di diplomatici scrittori e' il caso di ricordare che il recente grande successo del film anglo-indiano "Slumdog Millionaire" trova origine nel romanzo del collega indiano Vikas Swarup dal titolo "Q&A".

Il racconto del percorso di Swarup dalla diplomazia al tappeto rosso ed ai riflettori del Kodak Theatre di Hollywood per l'assegnazione del premio Oscar e' a questo link del New York Times.

30 marzo 2009

Podcast




E' disponibile il terzo episodio di DiploPodcast.

In questo episodio:

Primo piano sul “soft power” la capacita’ cioe’ di ottenere quel che si vuole attraverso la persuasione, l’attrazione e la cooptazione piuttosto che attraverso la coercizione

Il Riflettore e’ puntato su Amedeo Guillet, un diplomatico italiano ormai centenario le cui imprese sono state paragonate a quelle di Lawrence d’Arabia.

Biblioteca si sofferma sul libro del piu’ noto propositore del soft power, il Professore di Harvard Joseph Nye.

Consigli di studio: quali manuali di storia delle relazioni internazionali studiare per il concorso diplomatico.

L'episodio si puo' ascoltare direttamente a questo link.

Oppure puo' essere scaricato sul vostro iPod tramite iTunes.

La pagina dei podcast e' reperibile a questo link.

25 marzo 2009

Diplomazie parallele (2)



Ho fatto riferimento alla cosidetta "diplomazia parallela" come ad una delle tendenze delle relazioni internazionali contemporanee.

La “diplomazia parallela” trova una sua ragion d’essere anche nella sfumatura crescente tra la sfera politica nazionale e quella internazionale.

Un tempo la cesura tra affari esteri e quelli interni era assai piu’ netta di quanto non sia adesso.

Tra le entita’ substatuali che si ritagliano spazi diplomatici crescenti vi sono le citta’.

Si tratta di un "ritorno al futuro". La diplomazia dell’epoca greco-classica era una diplomazia di citta’-Stato. Lo stesso puo’ dirsi anche per la diplomazia dell’eta’ rinascimentale, particolarmente quella in Italia e che costituisce il prototipo della diplomazia dell’era moderna.

D’altra parte il mondo contemporaneo e’ sempre di piu’ un mondo urbanizzato.

Nel 2007 secondo dati delle Nazioni Unite il numero degli abitanti delle citta’ ha superato quello delle campagne. Circa centomila persone al giorno si trasferiscono dalla campagna alla citta’.

Cosa spinge le citta’ all’impegno diplomatico?

L’esigenza primaria (analoga a quella che e’ avvertita dalle Regioni) e’ di rappresentare e promuovere i propri interessi in ambiti allargati, come ad esempio quello comunitario in Europa.

La promozione di interessi economici, culturali e scientifici costituiscono ulteriori motivi.

Vi possono anche essere ragioni di solidarieta’. La cooperazione allo sviluppo decentrata e’ capace di mobilitare risorse ingenti ed in molti casi con maggior agilita’ rispetto a quella tradizionale.

Un’altra molla e’ quella della “citizen’s diplomacy” di cui ho accennato.

L’esistenza di un gruppo di pressione di cittadini impegnati in una specifica causa; la presenza di comunita’ di immigrati legati alla propria patria di origine (ed a suoi eventuali conflitti); sono questi alcuni possibili fattori.

Circostanze storiche possono esaltare il ruolo diplomatico delle citta’. Si pensi ad esempio al ruolo a favore della non-proliferazione nuclere della citta’ giapponese martire del bombardamento atomico, Hiroshima. Il Primo Cittadino di quella citta' ha promosso dal 1999 un attivissimo network di citta' "like minded" dal nome "Mayors for Peace" .

Certe citta’ possono essere percepite come terreni neutrali di dibattito e confronto e sedi dunque ideali per tentativi di dialogo e mediazione internazionale.

Si pensi in Italia al potenziale che hanno in questo senso Roma, citta’ sede di una fede religiosa dalla vocazione universale, o a Firenze, la culla dell’Umanesimo, che Giorgio La Pira propose ad esempio negli anni Sessanta possibile teatro di una mediazione nel conflitto vietnamita.

Le ricadute peraltro di una siffatta attivita’ possono essere a tutto beneficio del profilo diplomatico nazionale.

Un’altra circostanza e’ quella delle candidature delle citta’ ad ospitare eventi di rilievo internazionale. Si pensi alla candidatura ad ospitare i Giochi Olimpici.
O, come e’ stato nel caso di Milano, ad ospitare l'Expo 2015.

E’ innegabile che in questi casi ci sia una coincidenza di interessi tra la diplomazia cittadina e quella statuale.

Tali eventi portano infatti immediati benefici alle municipalita’ interessate ma contribuiscono anche ad alzare il profilo internazionale del Paese. Non e’ un caso che le cancellerie diplomatiche sostengano tali candidature perorandone la causa in ogni utile occasione.

Le diplomazie di Stati Uniti, Giappone, Spagna e Brasile sono attualmente tutte impegnate nell’azione di lobbying per assicurare rispettivamente a Chicago, Tokyo, Madrid e Rio de Janeiro i Giochi del 2016.

Ci sono dunque le condizioni perche’ il ruolo della diplomazia cittadina si consolidi sempre di piu’.

Tale rafforzamento e’ destinato a passare per la ricerca di forme sempre piu’ pragmatiche di collaborazione intercittadina.

Una possibilita’ e’, come visto ad esempio nel caso di Hiroshima, la creazione di “network” mossi dalla condivisione di informazioni, know-how, tecnologie, etc. . Poiche’ fungono da moltiplicatori di risorse ed energie, tali strumenti appaiono piu’ efficaci degli strumenti tradizionali della diplomazia intercittadina, quali sono i gemellaggi.

Che centro (Stato) e periferia (citta’) abbiano un interesse comune al successo di forme di diplomazia cittadina e’ dimostrato anche dalla circostanza che alcune citta’ (e’ in Italia ad esempio il caso di Roma) dispongono anche di consiglieri diplomatici.

Si tratta di funzionari della carriera diplomatica appositamente distacccati presso le amministrazioni municipali.

Questa eventualita’ e’ prevista in Italia non solo per le citta’ importanti (anche se mi sembra che sia solo Roma ad avvalersene) ma anche per le Regioni e le Province autonome che ne fanno espressa richiesta.

Il distacco di risorse dal Ministero degli Esteri, se da un lato priva la Farnesina di preziose risorse, dall’altro risponde all’esigenza di un piu’ stretto coordinamento e scambio di informazioni tra centro e periferia nell’intento di una proiezione diplomatica piu’ efficace e sinergica.

(photo credit: Sharam Sharif)

20 marzo 2009

Diplomazie parallele


Una delle caratteristiche delle relazioni internazionali contemporanee e’ la proliferazione degli attori e dei soggetti di diritto.

Tale caratteristica ha certamente riguardato il novero stesso degli Stati, aumentato in particolare dopo la Guerra Fredda, ma ha investito soprattutto la sfera della societa’ civile.

Questa tendenza scardina il sistema westfaliano che vede negli Stati gli attori primari, se non addirittura esclusivi, della comunita’ internazionale.

Del resto la concorrenza alle prerogative esclusive degli Stati in campo internazionale e’ portata non solo dagli attori della societa’ civile ma anche, nello stesso ambito statuale, da entita’ subordinate (Regioni, municipalita’, etc.).

Si tratta di una zona grigia che e’ talvolta identificata dagli studiosi della prassi diplomatica contemporanea come “diplomazia parallela”.

Essa non e’ sempre vista di buon occhio. Gli Stati temono infatti che mini la loro coerenza interna pregiudicandone l’univocita’ della voce sulla scena internazionale.

Il disagio degli Stati e’ particolarmente evidente quando forme di diplomazia parallela sono sviluppate da gruppi che hanno una identita’ distinta e professano ambizioni indipendentistiche.

Pensiamo al caso del Quebec in Canada, delle Fiandre e della Vallonia in Belgio, della Catalogna e dei Paesi Baschi in Spagna.

Un argomento dei paladini delle prerogative statuali e’ che la diplomazia parallela rischia di minacciare l’ integrita’ territoriale avviando il Paese su una "china pericolosa".

Diversi importanti Paesi, tra cui anche il nostro, hanno comunque negli ultimi decenni introdotto forme avanzate di decentralismo amministrativo e di distribuzione dei poteri tra centro e periferia (devolution).

In effetti e’ possibile individuare vari gradi su un continuum che va dalle forme avanzatissime ad esempio di Belgio e Canada a quelle piu’ prudenti di Spagna, Italia e Germania o anche di Messico, Australia e Stati Uniti.

Una preoccupazione condivisa e’ quella di circoscrivere le relazioni formali che entita’ sottostatuali possono avere con Capi di Stato e/o di Governo stranieri.

Alla riluttanza piu’ o meno marcata degli Stati nel devolvere parte delle loro tradizionalmente esclusive prerogative internazionali si contrappongono argomenti che invece propendono invece per l’utilita’ della “diplomazia parallela”.

Innanzituto, vi e' l'opportunita' di promuvere interessi economici, culturali e scientifici particolari in ambiti specifici ( ad esempio l'Unione Europea).

La diplomazia parallela permette infatti di perseguire con modalita’ decentrate, ma sempre nell’interesse complessivo nazionale, finalita’ particolari di promozione economica, di cooperazione allo sviluppo, di collaborazione culturale e scientifica.

L’esigenza diventa e’ dunque quella di assicurare i necessari aggiustamenti sul piano interno.

Uno strumento molto rilevante al riguardo e’ costituito dalla “Intesa Governo-Regioni” siglata alla Farnesina il 18 dicembre 2008.

Essa costituisce un paradigma del nuovo modo di “fare sistema” che la Farnesina promuove, ispirato a principi di informazione reciproca, cooperazione e sinergia nonche’ a periodici momenti di verifica.

(photo credit: Shahram Sharif)

16 marzo 2009

Diplomazia e G8


L'Italia riveste nel 2009 la responsabilita' di presidente del G8, la cui agenda ha conosciuto un progressivo allargamento a temi transnazionali nell'intento di rafforzare i processi di 'global governance'.

A tale allargamento ha corrisposto anche il tendenziale outreach del formato verso altri Paesi che per dimensioni, peso economico ed influenza pesano sempre di piu' sulla scena internazionale (G20).

L'attivita' del G8/G20 presuppone un delicato ed intenso coordinamento politico-diplomatico. Tale attivita' e' generalmente svolta da diplomatici di carriera che agiscono con tenacia e lontano dai riflettori non rilasciando abitualmente comunicati stampa sui loro lavori.

Il compito e' complesso e fa appello alle migliori risorse e qualita' delle diplomazie nazionali. E' faticoso e richiede qualita' di resistenza. Anche per questo e poiche' i funzionari si addossano - letteralmente - la responsabilita' di assicurare il progresso dell'agenda diplomatica ad essi ci si riferisce con il nome dei portatori himalayani nepalesi, gli 'sherpa'.

Gli 'sherpa' assicurano la preparazione dei summit dei Capi di Stato e di Governo ed il necessario 'follow up'. Nell'intento di assicurare un collegamento dell'agenda del G8 con le istanze della societa' civile dal 2002 essi curano anche il rapporto con rappresentanti di ONG, ecc.

E' un incarico delicato che presuppone uno stretto rapporto fiduciario tra il responsabile dell'Esecutivo ed il diplomatico.

L'intensita' ed il successo del rapporto dipendono dalla 'chimica' che si instaura tra politici e funzionari. Se ad esempio quella tra il Presidente francese Mitterrand ed il suo sherpa Jacques Attali fu molto intensa e proficua, quella tra il Presidente russo Putin e lo sherpa Andrei N. Illarionov sfocio' nel 2005 in una clamorosa e pubblica critica del corso politico ed economico russo (con conseguenti dimissioni) da parte dello sherpa.

Lo 'sherpa' italiano e' il Segretario Generale della Farnesina, Ambasciatore Giampiero Massolo.

Oltre allo 'sherpa' e' previsto un 'sous-sherpa' incaricato del coordinamento sulle questioni economiche e finanziarie.

(photocredit: ilkerender)

9 marzo 2009

"Going local" italiano: Amedeo Guillet


Il 7 febbraio 2009 ha compiuto 100 anni Amedeo Guillet, piacentino, figura unica della diplomazia italiana.

La sua avventura e’ legata all’Africa, prima sotto le armi e poi come diplomatico.

Durante la seconda guerra mondiale Amedeo Guillet, alias “Cummundar as-Sheitan”, il Comandante Diavolo, frena e disturba in Eritrea l’azione militare inglese caricando ripetutamente su un cavallo bianco, alla testa di un centinaio di cavalieri Amhara.

La guerriglia di Guillet e dei suoi uomini da' molto filo da torcere ai britannici i quali con "fair play" ne riconoscono il valore. Malgrado una taglia sulla sua testa, Guillet sfugge agli inglesi, ripara in Yemen e rientra in Italia.

Nel dopoguerra da’ le dimissioni dall’esercito, va a studiare l’inglese proprio a Londra, per potersi presentare al concorso di ammissione al ministero degli Esteri rifiutando di entrarci per meriti di guerra.

Dal 1948 Guillet smessa l’uniforme indossa i panni del diplomatico. La carriera diplomatica lo riporto’, come rappresentante del governo italiano, proprio là dove ha conosciuto le sfide più importanti della vita.
In Egitto prima Al Cairo e Console ad Alessandria d'Egitto. Poi Ambasciatore ad Amman nel 1962 e a Rabat nel 1968, in seguito a Delhi nel 1971.

Amedeo Guillett e’ stato paragonato dagli inglesi a “un Lawrence d’Arabia italiano” .

Ma ci sono differenze. Intanto Guillet padroneggiava, a differenza del più famoso colonnello inglese, la lingua araba.
Lawrence era di formazione un archeologo prestato alle armi, mentre Guillet nasce come ufficiale di carriera.

Ma soprattutto, come notato da Vittorio Dan Segre, Guillet non è Lawrence “perché non ha mai comperato con il denaro la fedeltà di un soldato e non ha mai partecipato a giochi di potere”.

Tuttavia, per lo sforzo di immedesimazione nella mentalita',lingua e cultura dei popoli presso cui vissero, sia Guillet che Lawrence sono due esempi di quel "going local" cui ho gia' fatto riferimento.

Per chi vuole approfondire, la vita avventurosa del Comandante Diavolo e’ ricostruita tra gli altri da Vittorio Dan Segre con "La guerra privata del tenente Guillet" (Corbaccio, 1993).

(foto tratta dal sito del MAE)

4 marzo 2009

Due cammini per una promozione


Ancora da 'Forty axioms, old and new for a brilliant career in diplomacy'.


'There are two routes to promotion: sheer brilliance or causing a major disaster. Transfer and promotion will follow swiftly'

25 febbraio 2009

Diplomatico= venditore?


Per email Angelo mi segnala una intervista a Mario Cuomo recentemente apparsa sul Corriere della Sera.

Nell'intervista Cuomo dice che "spetta ora ad Italia ed USA nominare due eccellenti ambasciatori...Spero pero' che il nuovo ambasciatore Italiano non si rechi a Washington solo per migliorare il suo inglese o per socializzare con altri diplomatici d'alto livello. Lui o lei dovra' essere l'equivalente italiano di Bibi Netanyahu e Hanan Ashrawy, a suo tempo ospiti fissi di talk show e giornali per vendere il loro Paese al popolo americano. Purtroppo nessuno dei vostri ambasciatori fino ad oggi ha mai fatto questo".

Cuomo tocca dunque il tema della 'public diplomacy' che ho piu' volte affrontato nel blog.

Tuttavia l'esempio di Cuomo e' fuorviante. Egli infatti fa riferimento a due personalita' che non sono dei diplomatici regolarmente accreditati. Si tratta di due politici piu' che di diplomatici e che si possono dunque muovere con maggiore liberta'.

Inoltre sono politici che rappresentano espressioni di lobby che influenzano pesantemente il processo decisionale americano su una questione critica anche dal punto di vista elettorale. E' naturale che cerchino un profilo piu' elevato di un diplomatico e che ricorrano ai media  per promuovere la rispettiva
causa.

In generale, non e' detto che francesi, tedeschi,spagnoli o inglesi abbiano a Washington diplomatici piu' proattivi dei nostri sotto il profilo della 'public diplomacy'.

Certamente quella dell'Ambasciatore d'Italia a Washington e' una posizione chiave tra i possibili incarichi diplomatici. Per ragioni legate alla fiduciarieta' dell'incarico oltre che motivi di 'public diplomacy' si e' tavolta discusso anche in Italia dell'opportunita' di inviare nella capitale americana o in altre delle personalita' (in particolare del mondo degli affari) non provenienti dalla diplomazia.

E' pero' finora prevalso il concetto di non effettuare nomine politiche lasciando dunque la responsabilita' di dirigere le Ambasciate unicamente a diplomatici di carriera.

Angelo chiede se - in linea di principio - anche se un diplomatico oggi abbia bisogno di "vendere" il proprio paese in tv o sui giornali e se, in particolare, l'ambasciatore italiano a Washington debba agire come una sorta di 'salesman' dell'Italia presso il popolo americano andando ospite da Oprah Winfrey, David Letterman o Ellen Degeneres.
Beh, forse proprio in quelle trasmissioni no (anche perche' immagino che cerchino ospiti che fanno maggior audience di un diplomatico).

Tuttavia, in linea generale sull'argomento diplomatico= venditore la risposta e' positiva. Al mondo tutti vendono/vendiamo qualcosa. La diplomazia - in quanto esercizio di persuasione e di influenza - non fa eccezione. La public diplomacy risponde oggi a questa esigenza.

Bisogna pero' intendersi sul concetto di venditore e su cosa va venduto. Esso va inteso in senso molto lato. Per parafrasare De Gaulle,mi piace pensare che il diplomatico debba vendere "una certa idea dell'Italia". Un'idea che comprende non solo prodotti ma anche valori.

Di una certa idea dell'Italia negli Stati Uniti gli italo-americani possono essere i migliori portavoce. Non sempre pero' la comunita' italiana promuove una immagine di se' coesa e corrispondente al peso ed alla reale influenza svolta negli Stati Uniti.Essa ha tuttavia dato segni di riscossa (vedi ad esempio la  questione dei 'Sopranos') e maggiore consapevolezza.

L'Italia puo' forse fare meglio (non solo in America) sul piano della 'public diplomacy' e vendersi piu' efficacemente.
Ma certamente spetta agli italo-americani rappresentare negli Stati Uniti una immagine scevra da ingombranti stereotipi.

I migliori ambasciatori dell'Italia negli Stati Uniti sono infatti i nostri connazionali emigrati che si fanno molto onore in molte professioni e ricoprendo posizioni fondamentali nelle istituzioni americane (oltre ai ministri nel gabinetto di Obama, lo 'Speaker' Nancy Pelosi, i due giudici della Corte Suprema, Scalia ed Alito,ecc.).

(foto:Ambasciata d'Italia a Washington)

20 febbraio 2009

Diplofatto 20.2.2009


La stampa italiana da’ notizia in questi giorni della “convocazione” dell’Ambasciatore italiano da parte del Ministero degli Esteri argentino.

Un Ambasciatore si reca regolarmente nel Ministero degli Esteri del paese in cui opera. E’ accreditato per questo. Il diplomatico ne ha una abituale frequentazione e vi intrattiene frequenti relazioni ai vari livelli (politico, funzionari) e a seconda delle tematiche di interesse bilaterale.

La “convocazione” di un ambasciatore assume pero’ un valore particolare, come denota lo stesso termine.

Il Ministero degli Esteri convocante intende inviare un segnale ed effettuare una rimostranza.

Tale rimostranza puo’ essere privata ma in certe circostanze si ritiene di darne risalto mediatico pubblicizzando la convocazione del diplomatico.

Chi ha letto i diari di Galeazzo Ciano avra’ notato la frequenza, in particolare nelle settimane concitate che precedettero l’inizio del secondo conflitto mondiale, con cui il Ministro italiano era solito convocare gli ambasciatori, talvolta con breve preavviso e in qualche caso anche ad orari scomodi (anche a tarda notte).

I tempi sono diversi ma la convocazione (del Capo Missione o in sua assenza dell’Incaricato d’Affari) puo’ effettivamente pervenire a stretto giro.

Chi convoca l’Ambasciatore? Il Ministero degli Esteri calibra il livello della rimostranza anche attraverso l’individuazione di chi somministra la reprimenda.

Esiste una dicotomia: politici - funzionari diplomatici.

Alla Farnesina, ad esempio, il Capo Missione puo’ essere convocato dal Direttore Generale geografico competente. Se si vuole alzare il livello della protesta al livello politico a convocare sara’ in prima battuta il Sottosegretario competente.

Raramente la convocazione e’ effettuata direttamente dal Ministro degli Esteri.

Allo stesso tempo, pur restando a livello di funzionari, se a convocare e’ il Segretario Generale o il Capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri il paese destinatario della protesta capira’ la particolare rilevanza che da parte italiana e’ attribuita alla questione.

Il Segretario Generale e’ infatti il vertice amministrativo della diplomazia italiana. Il Capo di Gabinetto e’ il braccio destro operativo del Ministro.

Che fa il diplomatico convocato? Se ne ha il tempo si consulta con la propria capitale con cui concorda una cosiddetta “norma di linguaggio”, in sostanza cio’ che dovra’ replicare.

In assenza di tempestive istruzioni si aiutera’ col mestiere, argomentera’, spieghera’, smussera’, etc.

In qualche caso non potra’ far altro che “prendere e portare a casa”, ricevere la protesta e informarne la propria capitale.

(photo credit: quimpg)

16 febbraio 2009

Telegrammi lunghi e corti



Non c'e' (o non dovrebbe esserci) aspirante diplomatico che ignori il nome di George Frost Kennan.

Non e' questa la sede per ricordare la carriera dell' importante diplomatico americano morto centenario nel 2005. Gli studenti di Storia delle Relazioni Internazionali lo conoscono come "il padre del contenimento", della politica americana nei confronti dell'Unione Sovietica a partire dal 1947.

Il 'contenimento' trova la sua prima articolata e compiuta esposizione nel cosiddetto 'lungo telegramma', il documento di 8000 parole che Kennan, allora Ministro Consigliere a Mosca (il nr. 2 dell'ambasciata per intendersi) invio' nel febbraio del 1946 a Washington.

Destinato ad una vasta circolazione prima all'interno dell'amministrazione Truman il telegramma di Kennan fu pubblicato sotto lo pseudonimo di 'X' sulla rivista 'Foreign Affairs' nel giugno 1947.

Il "lungo telegramma" di Kennan e' uno degli esempi piu' celebri di questo genere letterario tipico della diplomazia. Altri celebri esempi sono il "telegramma Zimmermann" la cui divulgazione contribui' all'entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Germania nel 1917 e il c.d.'dispaccio di Ems' ricostruzione strumentale da parte del Cancelliere Bismarck di un colloquio tra Re Guglielmo I e l'ambasciatore francese che forni' il pretesto per lo scoppio delle ostilita' tra francesi e tedeschi nel 1870.

Sotto diverso nome anche oggi il telegramma e' lo strumento abituale di comunicazione tra un Ministero degli Esteri e le rappresentanze diplomatico-consolari.

Il volume e la frequenza della corrispondenza tra la periferia ed il centro e' aumentato in questi anni in maniera esponenziale in cio' facilitato non solo dalla espansione dell' attivita' diplomatica ma anche dallo sviluppo dei mezzi elettronici di comunicazione.

Chi lavora alla Farnesina e' investito quotidianamente da un enorme flusso informativo proveniente dai quattro angoli del mondo. La gestione e l' assimiliazione di questo flusso e' una esigenza imperativa degli Uffici del MAE.

Non sempre vi si riesce sia per il sottodimensionamento della struttura ministeriale rispetto alle sue esigenze funzionali, sia per il cronico 'deficit di attenzione' dell'uomo moderno.

Oggi un documento come quello di Kennan, che coniuga raffinata capacita' di analisi ad una linea di azione, ha forse le stesse probabilita' di essere scritto ma ne ha certamente minori di essere letto.

I Ministeri degli Esteri sollecitano generalmente le sedi estere ad uno sforzo di estrema sintesi richiedendo ai propri Capi Missioni di elaborare comunicazioni succinte ed il piu' possibile operative.

Piu' che il 'lungo telegramma' oggi al diplomatico e' richiesta la redazione del 'corto telegramma' .

In questo genere il degno, ma meno famoso, corrispondente del lungo telegramma di Kennan e' quello inviato da Charles James Napier il comandante dell'esercito britannico che nel 1842 annesse all'Impero di Sua Maesta' la provincia indiana del Sindh (oggi in Pakistan).

L'annessione della vasta provincia andava al di la' delle istruzioni di cui il generale inglese era dotato. Acquisito il controllo della provincia egli invio' dunque ai suoi superiori un telegramma di una sola parola: 'Peccavi' (in inglese ' I have sinned' espressione omofona a ' I have Sindh') .

Un abile 'pun' e comunicazione che, quanto a sintecita' ed ed efficacia, credo difficilmente superabile.

(photo credit: George F. Kennan, di Ned Seidler, 1947, National Portrait Gallery di Washington)

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