16 gennaio 2009

Diplomazia e bugie (2)



“Speak the truth but not the unpleasant; speak the pleasant but not the untruth”

Andrea G. in una mail mi sollecita a tornare su un tema gia' affrontato in precedenza chiedendomi quanto il diplomatico sia costretto a mentire nel suo lavoro.

La modernita’ ha cambiato la professione diplomatica sotto molti aspetti. Un aspetto pero’ non e’ mutato: oggi piu’ che mai la funzione diplomatica richiede doti di integrita’ ed onesta’ (anche intellettuale).

All’inizio di questo post, la citazione di Manu, il progenitore della razza ariana nel Mahabarata, fissa adeguatamente i paletti entro i quali, come uno slalomista il diplomatico dovra’ scendere.

Tale massima e’ applicabile sia nei rapporti che il diplomatico intrattiene con la propria capitale che con quelli intrattenuti con le autorita’ di accreditamento. Mi soffermero’ in questo post sui secondi piu’ che sui primi.

Un motto di spirito attribuito nel 1604 al diplomatico inglese Henry Wotton e’ spesso citato a suffragio della propensione del diplomatico a mentire e dissimulare.

L’ambasciatore sarebbe “A honest man sent to lie abroad for his country’s good”.

Se questo motto diverte ancora oggi per il doppio senso del verbo “to lie” (mentire/giacere) pare che esso diverti’ assai meno l’allora Re d’Inghilterra Giacomo I.

Cio’ perche’ anche il monarca attribuiva alla funzione diplomatica quella necessita’ di canale di comunicazione affidabile nella relazione fra gli Stati.

Mentire e’ controproducente ed il diplomatico che lo fa compromette la sua credibilita’ agli occhi delle autorita’ di accreditamento. Egli cessera’ di essere considerato un canale affidabile di comunicazione ed il successo della sua missione ne verra’ fortemente pregiudicato.

Esistono certamente nell’attivita’ diplomatica situazioni in cui la verita’ (o quella che si ritiene essere comunque tale) fa male e non vuole essere ascoltata dai propri interlocutori . Il consiglio non e’ pero’ quello di mentire ma semmai di “economizzare” con la verita’.

In conclusione, oltre alla citazione iniziale di Manu preferisco (per restare sempre tra quelle di matrice britannica) quella di Harold Nicholson, diplomatico peraltro non tenero con la tradizione diplomatica italiana cui imputa il peccato originario del “machiavellismo” ed anche una tendenza al “doppiogiochismo”:

“ A man of experience, integrity and intelligence, a man of resources, good temper and courage, a man who above all is not swayed by emotion or prejudice, who is profoundly modest in all his dealings, who is guided by a sense of public duty, and who understands the perils of cleverness and the virtues of reason, moderation discretion patience and tact”




(photo credit: mayanblood)

1 commento:

Anonimo ha detto...

un lavoro di abilitá dialettica...affascinante ma anke irritante

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