26 gennaio 2009

Diplomazia e interculturalita'



Mauro S. mi chiede della preparazione interculturale del diplomatico.

Mi chiede altresi’ se mi ritengo da questo punto di vista sufficientemente attrezzato e se ho mai fatto errori.

E’ un tema di notevole interesse che non e’ possibile esaurire in un singolo post. Nel mettere giu’ qualche punto, mi riservo dunque di tornare in futuro sul tema.

La professione diplomatica richiede spiccata predisposizione alla sfida della interculturalita’. Alle forze che spingono verso la globalizzazione dei processi economici si contrappongono oggi quelle che esaltano localismi e particolarismi culturali.

Credo che questo sia il carattere saliente dell’opera di Samuel Huntington recentemente scomparso e che sarebbe riduttivo liquidare come semplice teorico dello "scontro di civilta’".

La funzione diplomatica costringe il diplomatico in una zona grigia dell’esistenza.

I lunghi anni trascorsi all’estero possono indebolire i legami con la sua cultura di provenienza. Anche per questo i ministeri degli esteri prevedono la rotazione periodica tra sedi estere e servizio metropolitano.

Allo stesso tempo egli non puo’, sia per la relativa brevita’ della sua missione sia per ragioni di opportunita’, assimilarsi alla cultura del paese in cui serve.

Lo sradicamento diventa il tratto dominante della sua condizione. Egli resta un uomo (o una donna) ai margini di piu’ culture.

La condizione di uomo ai margini di piu’ culture e’ scomoda. Essa pero’ rende il diplomatico un naturale costruttore di ponti tra culture diverse tra loro. Il contatto quotidiano con culture diverse fa’ si’ che il diplomatico accumuli una enorme quantita’ di conoscenza pratica.

Egli deve comprendere punti di vista locali (spesso imbevuti di simbologie e significati specifici) e saperli presentare alle proprie autorita’ in patria. Allo stesso tempo deve “confezionare” e “vendere” il punto di vista dei suoi emissari alle autorita’ presso le quali e’ accreditato.

Cio’ richiede agilita’ e competenze particolari. Doti di comunicazione. Il diplomatico deve modulare sapientemente il suo messaggio muovendosi sempre tra i paletti fissati dal precetto di Manu citato in questo recente post.

Nel suo sforzo di comprendere e conoscere la cultura del paese in cui opera fino a che punto il diplomatico deve o puo’ spingersi?

Da un lato e’ certamente apprezzabile un impegno a sintonizzarsi sulla cultura locale. Dico sintonizzarsi sulla cultura locale,non assimilarla. Vi sono limiti che e’ opportuno non oltrepassare. Il diplomatico resta un emissario del suo governo non di quello preso il quale e’ accreditato.

“Going local”,
dunque come dicono gli inglesi, ma fino ad un certo punto. Un esempio, forse estremo, ma utile per capire: Lawrence d’Arabia, figura certamente romantica, forse anche lungimirante sul piano politico, ma sul piano operativo di difficile gestione per il suo ministero.

Come puo’ dunque attrezzarsi il diplomatico per svolgere al meglio il suo compito?

Direi che ci sono due scenari. Chi ha avviato un percorso di studio o di carriera con la specializzazione su un’area geografica particolare, nel caso di una assegnazione in un paese della sua area di elezione, dovrebbe essere gia’ dotato di strumenti adeguati.

Le esigenze del servizio diplomatico italiano richiedono pero’ di doversi spendere in ambiti che non sono necessariamente quelli scelti e/o congeniali.

Capita di essere proiettati verso un paese che si conosce poco o punto e che non si e’ avuto mai modo di studiare. In questi casi, prima dell’arrivo in sede, sara’ certamente opportuno dedicare tempo ed energie per affrontare lo studio della sua storia, della sua geografia, della sua struttura economica e sociale, della sua letteratura, della sua lingua. E naturalmente continuare in questo impegno per tutto il tempo della missione.

Alla domanda di Mauro se sento di essere adeguatamente preparato alla sfida interculturale rispondo di aver finora servito in paesi profondamenti diversi da quelli europei dotati di lingua e culture che per conoscerle non basta tutta una vita.

Relazionarmi ad esse con umilta’ e consapevolezza dei miei limiti e’ la necessaria premessa. Studiare costantemente e’ la logica conseguenza, cosa che posso dire di fare con assiduita’ da oltre una decina di anni.

Ho fatto in questi anni degli errori? Certamente. E’ inevitabile farne e forse anche salutare. Del resto un errore e' tale solo se ripetuto.
Si puo' comunque cercare di prevenirli o minimizzarli documentandosi il piu’ possibile, consultandosi con colleghi piu’ esperti o gia’ pratici di luoghi e situazioni e con lo staff locale di supporto.

(photo credit: locandina di "Lawrence of Arabia" (1962) di David Lean, Horizon & Columbia Pictures.

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