30 marzo 2009

Podcast




E' disponibile il terzo episodio di DiploPodcast.

In questo episodio:

Primo piano sul “soft power” la capacita’ cioe’ di ottenere quel che si vuole attraverso la persuasione, l’attrazione e la cooptazione piuttosto che attraverso la coercizione

Il Riflettore e’ puntato su Amedeo Guillet, un diplomatico italiano ormai centenario le cui imprese sono state paragonate a quelle di Lawrence d’Arabia.

Biblioteca si sofferma sul libro del piu’ noto propositore del soft power, il Professore di Harvard Joseph Nye.

Consigli di studio: quali manuali di storia delle relazioni internazionali studiare per il concorso diplomatico.

L'episodio si puo' ascoltare direttamente a questo link.

Oppure puo' essere scaricato sul vostro iPod tramite iTunes.

La pagina dei podcast e' reperibile a questo link.

25 marzo 2009

Diplomazie parallele (2)



Ho fatto riferimento alla cosidetta "diplomazia parallela" come ad una delle tendenze delle relazioni internazionali contemporanee.

La “diplomazia parallela” trova una sua ragion d’essere anche nella sfumatura crescente tra la sfera politica nazionale e quella internazionale.

Un tempo la cesura tra affari esteri e quelli interni era assai piu’ netta di quanto non sia adesso.

Tra le entita’ substatuali che si ritagliano spazi diplomatici crescenti vi sono le citta’.

Si tratta di un "ritorno al futuro". La diplomazia dell’epoca greco-classica era una diplomazia di citta’-Stato. Lo stesso puo’ dirsi anche per la diplomazia dell’eta’ rinascimentale, particolarmente quella in Italia e che costituisce il prototipo della diplomazia dell’era moderna.

D’altra parte il mondo contemporaneo e’ sempre di piu’ un mondo urbanizzato.

Nel 2007 secondo dati delle Nazioni Unite il numero degli abitanti delle citta’ ha superato quello delle campagne. Circa centomila persone al giorno si trasferiscono dalla campagna alla citta’.

Cosa spinge le citta’ all’impegno diplomatico?

L’esigenza primaria (analoga a quella che e’ avvertita dalle Regioni) e’ di rappresentare e promuovere i propri interessi in ambiti allargati, come ad esempio quello comunitario in Europa.

La promozione di interessi economici, culturali e scientifici costituiscono ulteriori motivi.

Vi possono anche essere ragioni di solidarieta’. La cooperazione allo sviluppo decentrata e’ capace di mobilitare risorse ingenti ed in molti casi con maggior agilita’ rispetto a quella tradizionale.

Un’altra molla e’ quella della “citizen’s diplomacy” di cui ho accennato.

L’esistenza di un gruppo di pressione di cittadini impegnati in una specifica causa; la presenza di comunita’ di immigrati legati alla propria patria di origine (ed a suoi eventuali conflitti); sono questi alcuni possibili fattori.

Circostanze storiche possono esaltare il ruolo diplomatico delle citta’. Si pensi ad esempio al ruolo a favore della non-proliferazione nuclere della citta’ giapponese martire del bombardamento atomico, Hiroshima. Il Primo Cittadino di quella citta' ha promosso dal 1999 un attivissimo network di citta' "like minded" dal nome "Mayors for Peace" .

Certe citta’ possono essere percepite come terreni neutrali di dibattito e confronto e sedi dunque ideali per tentativi di dialogo e mediazione internazionale.

Si pensi in Italia al potenziale che hanno in questo senso Roma, citta’ sede di una fede religiosa dalla vocazione universale, o a Firenze, la culla dell’Umanesimo, che Giorgio La Pira propose ad esempio negli anni Sessanta possibile teatro di una mediazione nel conflitto vietnamita.

Le ricadute peraltro di una siffatta attivita’ possono essere a tutto beneficio del profilo diplomatico nazionale.

Un’altra circostanza e’ quella delle candidature delle citta’ ad ospitare eventi di rilievo internazionale. Si pensi alla candidatura ad ospitare i Giochi Olimpici.
O, come e’ stato nel caso di Milano, ad ospitare l'Expo 2015.

E’ innegabile che in questi casi ci sia una coincidenza di interessi tra la diplomazia cittadina e quella statuale.

Tali eventi portano infatti immediati benefici alle municipalita’ interessate ma contribuiscono anche ad alzare il profilo internazionale del Paese. Non e’ un caso che le cancellerie diplomatiche sostengano tali candidature perorandone la causa in ogni utile occasione.

Le diplomazie di Stati Uniti, Giappone, Spagna e Brasile sono attualmente tutte impegnate nell’azione di lobbying per assicurare rispettivamente a Chicago, Tokyo, Madrid e Rio de Janeiro i Giochi del 2016.

Ci sono dunque le condizioni perche’ il ruolo della diplomazia cittadina si consolidi sempre di piu’.

Tale rafforzamento e’ destinato a passare per la ricerca di forme sempre piu’ pragmatiche di collaborazione intercittadina.

Una possibilita’ e’, come visto ad esempio nel caso di Hiroshima, la creazione di “network” mossi dalla condivisione di informazioni, know-how, tecnologie, etc. . Poiche’ fungono da moltiplicatori di risorse ed energie, tali strumenti appaiono piu’ efficaci degli strumenti tradizionali della diplomazia intercittadina, quali sono i gemellaggi.

Che centro (Stato) e periferia (citta’) abbiano un interesse comune al successo di forme di diplomazia cittadina e’ dimostrato anche dalla circostanza che alcune citta’ (e’ in Italia ad esempio il caso di Roma) dispongono anche di consiglieri diplomatici.

Si tratta di funzionari della carriera diplomatica appositamente distacccati presso le amministrazioni municipali.

Questa eventualita’ e’ prevista in Italia non solo per le citta’ importanti (anche se mi sembra che sia solo Roma ad avvalersene) ma anche per le Regioni e le Province autonome che ne fanno espressa richiesta.

Il distacco di risorse dal Ministero degli Esteri, se da un lato priva la Farnesina di preziose risorse, dall’altro risponde all’esigenza di un piu’ stretto coordinamento e scambio di informazioni tra centro e periferia nell’intento di una proiezione diplomatica piu’ efficace e sinergica.

(photo credit: Sharam Sharif)

20 marzo 2009

Diplomazie parallele


Una delle caratteristiche delle relazioni internazionali contemporanee e’ la proliferazione degli attori e dei soggetti di diritto.

Tale caratteristica ha certamente riguardato il novero stesso degli Stati, aumentato in particolare dopo la Guerra Fredda, ma ha investito soprattutto la sfera della societa’ civile.

Questa tendenza scardina il sistema westfaliano che vede negli Stati gli attori primari, se non addirittura esclusivi, della comunita’ internazionale.

Del resto la concorrenza alle prerogative esclusive degli Stati in campo internazionale e’ portata non solo dagli attori della societa’ civile ma anche, nello stesso ambito statuale, da entita’ subordinate (Regioni, municipalita’, etc.).

Si tratta di una zona grigia che e’ talvolta identificata dagli studiosi della prassi diplomatica contemporanea come “diplomazia parallela”.

Essa non e’ sempre vista di buon occhio. Gli Stati temono infatti che mini la loro coerenza interna pregiudicandone l’univocita’ della voce sulla scena internazionale.

Il disagio degli Stati e’ particolarmente evidente quando forme di diplomazia parallela sono sviluppate da gruppi che hanno una identita’ distinta e professano ambizioni indipendentistiche.

Pensiamo al caso del Quebec in Canada, delle Fiandre e della Vallonia in Belgio, della Catalogna e dei Paesi Baschi in Spagna.

Un argomento dei paladini delle prerogative statuali e’ che la diplomazia parallela rischia di minacciare l’ integrita’ territoriale avviando il Paese su una "china pericolosa".

Diversi importanti Paesi, tra cui anche il nostro, hanno comunque negli ultimi decenni introdotto forme avanzate di decentralismo amministrativo e di distribuzione dei poteri tra centro e periferia (devolution).

In effetti e’ possibile individuare vari gradi su un continuum che va dalle forme avanzatissime ad esempio di Belgio e Canada a quelle piu’ prudenti di Spagna, Italia e Germania o anche di Messico, Australia e Stati Uniti.

Una preoccupazione condivisa e’ quella di circoscrivere le relazioni formali che entita’ sottostatuali possono avere con Capi di Stato e/o di Governo stranieri.

Alla riluttanza piu’ o meno marcata degli Stati nel devolvere parte delle loro tradizionalmente esclusive prerogative internazionali si contrappongono argomenti che invece propendono invece per l’utilita’ della “diplomazia parallela”.

Innanzituto, vi e' l'opportunita' di promuvere interessi economici, culturali e scientifici particolari in ambiti specifici ( ad esempio l'Unione Europea).

La diplomazia parallela permette infatti di perseguire con modalita’ decentrate, ma sempre nell’interesse complessivo nazionale, finalita’ particolari di promozione economica, di cooperazione allo sviluppo, di collaborazione culturale e scientifica.

L’esigenza diventa e’ dunque quella di assicurare i necessari aggiustamenti sul piano interno.

Uno strumento molto rilevante al riguardo e’ costituito dalla “Intesa Governo-Regioni” siglata alla Farnesina il 18 dicembre 2008.

Essa costituisce un paradigma del nuovo modo di “fare sistema” che la Farnesina promuove, ispirato a principi di informazione reciproca, cooperazione e sinergia nonche’ a periodici momenti di verifica.

(photo credit: Shahram Sharif)

16 marzo 2009

Diplomazia e G8


L'Italia riveste nel 2009 la responsabilita' di presidente del G8, la cui agenda ha conosciuto un progressivo allargamento a temi transnazionali nell'intento di rafforzare i processi di 'global governance'.

A tale allargamento ha corrisposto anche il tendenziale outreach del formato verso altri Paesi che per dimensioni, peso economico ed influenza pesano sempre di piu' sulla scena internazionale (G20).

L'attivita' del G8/G20 presuppone un delicato ed intenso coordinamento politico-diplomatico. Tale attivita' e' generalmente svolta da diplomatici di carriera che agiscono con tenacia e lontano dai riflettori non rilasciando abitualmente comunicati stampa sui loro lavori.

Il compito e' complesso e fa appello alle migliori risorse e qualita' delle diplomazie nazionali. E' faticoso e richiede qualita' di resistenza. Anche per questo e poiche' i funzionari si addossano - letteralmente - la responsabilita' di assicurare il progresso dell'agenda diplomatica ad essi ci si riferisce con il nome dei portatori himalayani nepalesi, gli 'sherpa'.

Gli 'sherpa' assicurano la preparazione dei summit dei Capi di Stato e di Governo ed il necessario 'follow up'. Nell'intento di assicurare un collegamento dell'agenda del G8 con le istanze della societa' civile dal 2002 essi curano anche il rapporto con rappresentanti di ONG, ecc.

E' un incarico delicato che presuppone uno stretto rapporto fiduciario tra il responsabile dell'Esecutivo ed il diplomatico.

L'intensita' ed il successo del rapporto dipendono dalla 'chimica' che si instaura tra politici e funzionari. Se ad esempio quella tra il Presidente francese Mitterrand ed il suo sherpa Jacques Attali fu molto intensa e proficua, quella tra il Presidente russo Putin e lo sherpa Andrei N. Illarionov sfocio' nel 2005 in una clamorosa e pubblica critica del corso politico ed economico russo (con conseguenti dimissioni) da parte dello sherpa.

Lo 'sherpa' italiano e' il Segretario Generale della Farnesina, Ambasciatore Giampiero Massolo.

Oltre allo 'sherpa' e' previsto un 'sous-sherpa' incaricato del coordinamento sulle questioni economiche e finanziarie.

(photocredit: ilkerender)

9 marzo 2009

"Going local" italiano: Amedeo Guillet


Il 7 febbraio 2009 ha compiuto 100 anni Amedeo Guillet, piacentino, figura unica della diplomazia italiana.

La sua avventura e’ legata all’Africa, prima sotto le armi e poi come diplomatico.

Durante la seconda guerra mondiale Amedeo Guillet, alias “Cummundar as-Sheitan”, il Comandante Diavolo, frena e disturba in Eritrea l’azione militare inglese caricando ripetutamente su un cavallo bianco, alla testa di un centinaio di cavalieri Amhara.

La guerriglia di Guillet e dei suoi uomini da' molto filo da torcere ai britannici i quali con "fair play" ne riconoscono il valore. Malgrado una taglia sulla sua testa, Guillet sfugge agli inglesi, ripara in Yemen e rientra in Italia.

Nel dopoguerra da’ le dimissioni dall’esercito, va a studiare l’inglese proprio a Londra, per potersi presentare al concorso di ammissione al ministero degli Esteri rifiutando di entrarci per meriti di guerra.

Dal 1948 Guillet smessa l’uniforme indossa i panni del diplomatico. La carriera diplomatica lo riporto’, come rappresentante del governo italiano, proprio là dove ha conosciuto le sfide più importanti della vita.
In Egitto prima Al Cairo e Console ad Alessandria d'Egitto. Poi Ambasciatore ad Amman nel 1962 e a Rabat nel 1968, in seguito a Delhi nel 1971.

Amedeo Guillett e’ stato paragonato dagli inglesi a “un Lawrence d’Arabia italiano” .

Ma ci sono differenze. Intanto Guillet padroneggiava, a differenza del più famoso colonnello inglese, la lingua araba.
Lawrence era di formazione un archeologo prestato alle armi, mentre Guillet nasce come ufficiale di carriera.

Ma soprattutto, come notato da Vittorio Dan Segre, Guillet non è Lawrence “perché non ha mai comperato con il denaro la fedeltà di un soldato e non ha mai partecipato a giochi di potere”.

Tuttavia, per lo sforzo di immedesimazione nella mentalita',lingua e cultura dei popoli presso cui vissero, sia Guillet che Lawrence sono due esempi di quel "going local" cui ho gia' fatto riferimento.

Per chi vuole approfondire, la vita avventurosa del Comandante Diavolo e’ ricostruita tra gli altri da Vittorio Dan Segre con "La guerra privata del tenente Guillet" (Corbaccio, 1993).

(foto tratta dal sito del MAE)

4 marzo 2009

Due cammini per una promozione


Ancora da 'Forty axioms, old and new for a brilliant career in diplomacy'.


'There are two routes to promotion: sheer brilliance or causing a major disaster. Transfer and promotion will follow swiftly'

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