25 maggio 2009

Cerimoniale: il piazzamento


Pur nel suo generalismo al funzionario diplomatico viene riconosciuta una competenza specialistica nella materia del cerimoniale, il settore cioe' delle pubbliche relazioni che riguarda la vita di rappresentanza ufficiale (Sgrelli, 2005).

Le regole del cerimoniale disciplinano anche la convivialita' che rimane momento importante dell'attivita' diplomatica.

In questo post inserisco una animazione video su come si fa un tavolo, su come cioe' si realizza il piazzamento attorno al tavolo dell'anfirione, della personalita' ospite e degli altri partecipanti al momento conviviale.

Il montaggio del video e' un po' grezzo (i livelli dell'audio in particolare)ma da' comunque l'idea delle scelte da compiere per organizzare una colazione od un pranzo importante.

Il video e' ugualmente scaricabile dal canale DiploMentor di YouTube a questo link.

Naturalmente la diplomazia non si esaurisce nel fare un tavolo;tuttavia assicurare l'armoniosa disposizione delle persone in una occasione conviviale rappresenta un esercizio solo apparentemente semplice.Provare per credere.

Il video non ha ovviamente pretesa di esaustivita' di una materia in evoluzione e sulla quale si scrivono interi volumi.

Chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, che e' di utilita' per quanti si occupano in generale di pubbliche relazioni, trova un eccellente testo nel libro di Massimo Sgrelli, " Il Cerimoniale" della Master Edizioni (2005).

Sul cerimoniale diplomatico - ad uso interno dei funzionari della Farnesina - e' inoltre da qualche mese disponibile un prezioso volume curato dal Capo del Cerimonale della Repubblica, l'Ambasciatore Visconti di Modrone.

20 maggio 2009

Diplomazia interculturale (3): negoziare con gli inglesi



La lingua della diplomazia e’ l’inglese. In un negoziato cio’ da’ un notevole vantaggio a quei popoli per cui l’idioma di Shakespeare e’ la madrelingua.

Si gioca “in trasferta” quando si deve negoziare in una lingua che non e’ la propria, anche se la si conosce a fondo.

Complice la sua difffusione planetaria ed il ruolo di lingua franca globale, l’inglese parlato oggi nel mondo e’ un organismo mutante.

Nell’ambito di un negoziato, anche chi la conosce bene deve prestare attenzione ad alcune espressioni usate dagli inglesi per cui al significato letterale non corrisponde quello reale per l’understatement di cui sono cariche.

Esse dunque non vanno necessariamente prese at face value.

Eccone alcune:

I hear what you say
• Quel che intendono: Sono in disaccordo con te e non desidero discutere di cio’ ulteriormente

With the greatest respect
• Quel che intendono: Credo che tu sia uno sciocco

Not bad
• Quel che intendono: Buono o molto buono

Quite good
• Quel che intendono: E’ un po’ deludente

Perhaps you would like to think about…./it would be nice if….
• Quel che intendono: Questo e’ un ordine. Eseguilo o sii pronto a giustificarti

Oh, by the way/Incidentally
• Quel che intendono:Questo e’ lo scopo primario della nostra discussione

Very interesting
• Quel che intendono: Non sono d’accordo/ Non ti credo

Could we consider the options
• Quel che intendono: Non mi piace la tua idea

I’ll bear it in mind
• Quel che intendono: Non faro’ niente al riguardo

Perhaps you could give that some more thought
• Quel che intendono:E’ una cattiva idea. Non farlo.

I’m sure it is my fault
• Quel che intendono: E’ colpa tua

That is an original point of view/brave option to consider
• Quel che intendono:Devi essere completamente impazzito.

You must come for dinner sometime
• Quel che intendono: Non e’ un invito, sono solo gentile

Not entirely helpful
• Quel che intendono: E’ completamente inutile.

(photo credit:Chris Breeze)

13 maggio 2009

Diplomazia interculturale (2): stili negoziali


Sto in questi giorni completando un corso di diplomazia interculturale dello United Nations Institute for Training and Research (UNITAR).

Miei compagni di corso sono diplomatici e operatori delle relazioni internazionali di tutte le possibili matrici culturali e provenienze geografiche.

Un’area di discussione del corso e’ aperta al dibattito di quale cultura o nazionalita’ sia quella piu’ difficile da affrontare nell’ambito di un negoziato diplomatico.

Mi ha colpito come diversi partecipanti abbiano individuato nei russi gli ossi piu’ duri da rodere.

Non gli arabi, o i cinesi, o i giapponesi o i nordcoreani. I russi.

Sono stati individuate alcune caratteristiche dello stile negoziale russo che testimoniano di una certa continuita’ con lo stile caratterizzato come ‘sovietico’ da Herb Cohen nel suo bestseller "You can negotiate anything" del 1980.

Alcune delle caratteristiche di questo approccio negoziale sono:
- Ignorare le scadenze (p.144): quando si negozia con un ‘sovietico’ bisogna armarsi di pazienza. Gli ci vuole una eternita’ per raggiungere una decisione. Ed e’ possibile che si ritorni spesso su decisioni gia’ prese.
- Autorita’ limitata (p.126): c’e’ sempre un piu’ alto livello cui demandare la decisione. Talvolta le delegazioni non hanno un capo negoziatore. Cio’ disorienta la controparte.
- Emotivita’ (p.128). Al 'sovietico' piace fare ricorso a minacce e seminare il terrore nelle controparti. O ricorrere a gesti teatrali. Ricordate Khruschev (foto) che sbatteva una scarpa sul tavolo durante un dibattito alle Nazioni Unite?
Inoltre il ‘sovietico’ ama adottare posizioni negoziali estreme all’inizio del negoziato in modo da condizionarlo.

Va detto che questo stile negoziale non e’ esclusivo dei russi. E’ un approccio che puo’ essere deliberatamente scelto da chiunque e non necessariamente in un contesto diplomatico.

Per avere successo, secondo Cohen, devono esistere tre condizioni.
1) non deve esserci una relazione continua tra le parti. Deve trattarsi di un negoziato una tantum (one- shot-transaction.
2) non bisogna farsi scrupoli o avere rimorsi.
3) la vittima del ‘sovietico’ non deve essere consapevole, almeno temporaneamente.

E’ importante dunque riconoscere questo approccio negoziale e le tattiche che esso implica per sottrarsi alla pressione.

Come dice infatti Cohen “A tactic perceived is no tactic”.

8 maggio 2009

Diplomazia delle celebrita'



Ho in precedenza trattato della “diplomazia parallela” e di come l’attivita’ diplomatica tradizionale subisca una progressive erosione da parte di nuovi attori.

Un fenomeno dal forte impatto mediatico e’ quello rappresentato dalla cosiddetta “diplomazia delle celebrita’”.

Credo che in pochi siano ignari oggi delle attivita’ umanitarie svolte da celebri attori come Angelina Jolie (foto), Mia Farrow e George Clooney, da cantanti come Bono degli U2.

Particolarmente consolidato e’ il programma delle Nazioni Unite “Goodwill Ambassadors”. Angelina Jolie opera in tale contesto. In passato, pioniere furono Audrey Hepburn e Sophia Loren.

Quando impegnate in missioni per conto delle Nazioni Unite, le celebrita’ possono viaggiare utilizzando il lasciapassare azzurro dell’Organizzazione.

Tale forma di diplomazia ha caratteristiche originali. A partire dall’uso del linguaggio, generalmente assai piu’ diretto e colloquiale e dunque assai meno ‘diplomatico’. Un linguaggio forse dai caratteri populisti ma di grande accessibilita’ e dunque diffusione.

O degli strumenti utilizzati. L’intervista, la consegna di un premio, il concerto rock, ecc. Sono queste le piattaforme di elezione per propagandare una causa e raggiungere il pubblico.

Per le celebrita’ impegnarsi in attivita’ umanitarie e diplomatiche costituisce un modo per smarcarsi dalla banalita’ e leggerezza che contraddistingue il loro stile di vita.

Mostrarsi impegnati paga positivamente in termine di immagine.

Si puo’ rimproverare una certa selettivita’ nell’individuazione delle cause per cui le celebrita’ preferiscono spendersi.

La condizione critica dei tibetani beneficia dell’attenzione mediatica che l’impegno di Richard Gere o Uma Thurman (figlia di un noto professore di studi tibetani) o Steven Segal. Meno fortunati sono pero’, per restare nell’ambito cinese, i musulmani uiguri della provincia del Xinjiang. La loro condizione, difficile quanto quella dei tibetani, e’ pero assai meno nota.

Tuttavia sarebbe ingeneroso negare che l’impegno di Clooney in Darfur o di Jolie in Iraq e’ non solo convinto ma anche incisivo.

Sarebbe erroneo liquidare sbrigativamente la diplomazia delle celebrita’ come un fenomeno passeggero.

I problemi mondiali richiedono una ampia gamma di sforzi diplomatici. Ed anche soluzioni creative.

Le celebrita’ sono effettivamente in grado di mobilitare come pochi altri l’attenzione mondiale su crisi dimenticate o su problemi globali.

Esistono tuttavia aspetti criticabili.

Quello della responsabilita’ ad esempio. A chi rispondono le celebrita? Qual e’ la loro “circoscrizione elettorale”? Il pubblico che va al cinema? Le folle dei concerti?

C’e’ poi la questione della trasparenza dell’utilizzo delle risorse finanziarie mobilitate. Un esempio riguarda l’iniziativa Red di Bono in collaborazione con Apple, Emporio Armani e GAP.

Una critica e’ che la diplomazia delle celebrita’ costituisce il veicolo per un contro-consenso. Essa svuoterebbe e disinnescherebbe cosi’ forme piu’ radicali di mobilizzazione politica. In un’ottica Nord-Sud di aggiungere voci (non necessariamente competenti e consapevoli) provenienti dal mondo sviluppato a scapito di quelle del mondo sotto-sviluppato.

La diplomazia delle celebrita’ non fornisce certo una risposta definitive ai problemi internazionali.

Essa tuttavia fornisce un potenziale straordinario per raffinare risorse e meccanismi diplomatici avendo promosso una saldatura tra Hollywood e il mondo dell’industria e della finanza.

Mi riferisco in particolare all’azione di multimiliardari come Bill e Melinda Gates, celebrita’ di per se’ e a buon diritto. O a Warren Buffett.

Attraverso le loro fondazioni questi individui sono capaci di mobilitare risorse pari, se non addirittura superiori a quelli di Stati e di Organizzazioni Internazionali.

Finora la percezione di questo fenomeno e’ complessivamente positiva. Gli attivisti che si occupano di Darfur sono sinceramente grati agli sforzi compiuti da George Clooney per impegnare le amministrazioni americane.

Il rischio e’ che lo spettacolo si sostituisca alla sostanza. Anche per questo e’ il caso di prestare crescente attenzione e di esercitare un piu’ continuo scrutinio critico di questa attivita’.

Poiche’ si tratta di un argomento stimolante apro un’area di discussione sul social network per l’intervento di quanti sono interessati o hanno un’opinione in merito.

1 maggio 2009

Twitter


A sinistra di questo post trovate un’area riservata agli aggiornamenti del mio profilo su Twitter.

E’ uno strumento di microblogging che consente post di non piu’ di 140 caratteri, limitazione che obbliga alla sintesi. E’ interattivo consentendo la risposta ai post (in gergo ‘tweet’) e lo scambio di messaggi diretti.

Ne ho per qualche tempo esplorato le funzioni. Superata una iniziale perplessita', ho cominciato ad apprezzarne l'utilita'. Intendo soprattutto usarlo come ponte tra un post e l’altro su DiploMentor alimentandolo di segnalazioni quotidiane di risorse,letture, riflessioni, ecc.

Secondo una recente indagine, sarebbe facile stancarsene. Vediamo dunque se Twitter reggera' il test del tempo o se si rivelera' una moda passeggera.

Chi volesse seguirmi su Twitter puo’ farlo cliccando qui.

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