F.A.Q.

Il concorso in diplomazia e’ un concorso “pulito”?

Quello che apre le porte della Farnesina rimane un concorso improntato a criteri di merito e di trasparenza. Lo studio costante, metodico, intelligente costituisce la premessa piu’ sicura per il successo nella prova del concorso diplomatico, prova che va affrontata con fiducia, impegno e senza preconcetti.

La Farnesina e’ sempre di piu’ un microcosmo aperto al contributo dei talenti e delle energie migliori (sia maschili che femminili) della societa’ italiana.  La diplomazia e’ una delle funzioni piu’ importanti della complessa macchina statale. Nello stesso interesse dello Stato e’ dunque imperativo mantenere uno standard qualitativo alto in uno dei suoi corpi professionali piu’ importanti e qualificati reclutando funzionari preparati, motivati e capaci.

Si possono forse muovere critiche all’ attuale meccanismo di selezione dei diplomatici. Tuttavia il giudizio e’ unanime nel definire la selezione durissima, forse la piu’ ardua tra quelle che aprono la via a carriere nella Pubblica Amministrazione ed il cui superamento presuppone anni di studio finalizzato alle prove del concorso.

Ai lettori che mi chiedono dell’esistenza di “spintarelle”, rispondo che  l’unica spintarella che conosco e’ quella motivazionale che si trova dentro se stessi.Non cercate scorciatoie. Io non avevo parenti in carriera. Se avessi prestato orecchio a chi diceva che al MAE entrano solo figli d’arte o i raccomandati non sarei oggi a scrivere questo blog. L’ingresso in carriera diplomatica e’ un obiettivo realistico  se perseguito  con ferrea determinazione.

Da qualche parte ricordo di avere letto che “la fortuna e’ quando la preparazione incontra l’opportunita’”.  Trovo che cio’ si addica perfettamente al concorso diplomatico.

Qual e’ la laurea ideale per un diplomatico?


Non esiste una laurea ideale per affrontare il concorso diplomatico.  Storicamente la laurea in legge ha costituito la laurea “classica” del diplomatico in carriera.  Oggi le facolta’ di scienze politiche ed economia forniscono numeri sempre crescenti di diplomatici.  Molte delle prove concorsuali (in particolari quelle orali) hanno per oggetto il diritto il che puo’ pero costituire un vantaggio per chi ha studiato legge.

Una laurea in scienze politiche (o in scienze diplomatiche) offre il vantaggio di una maggiore interdisciplinarieta’ ed asseconda quella “versatilita’” che ritengo la caratteristica qualificante del diplomatico moderno. In tal senso e’ possibile che la frequenza di scienze politiche o diplomatiche dia un vantaggio in partenza rispetto a giurisprudenza. Questo per una piu’ spiccata vocazione alle carriere internazionali che si riflette in materie e piani di studio in sintonia con i programmi ministeriali per il concorso diplomatico.

Sul piano professionale una solida preparazione giuridica costituisce certamente il presupposto per fare bene il lavoro consolare a Roma e all’estero.Chi si trova a lavorare presso il Contenzioso Diplomatico si avvantaggera’ certamente di una preparazione giuridica ed in particolare di una specializzazione in diritto internazionale.Infine, il servizio presso la Direzione Generale per l’Integrazione Europea o la Rappresentanza Permanente a Bruxelles presso la UE sono naturali sbocchi di chi ha un background in diritto comunitario. Su questo tema si puo’ comunque vedere anche questo mio post.

Quanto tempo ci vuole per preparare il concorso diplomatico?


Come detto sopra, non esiste un cammino accademico ideale verso la carriera diplomatica.Secondo me, ogni corso di laurea che includa anche genericamente le materie delle prove concorsuali e’ propedeutico al concorso stesso.  Tuttavia per la preparazione del concorso occorre sviluppare un programma di studio specifico che presuppone almeno un anno se non due di impegno quotidiano.

Per quel che puo’ servire la mia esperienza,  io mi laureai in scienze politiche, indirizzo internazionale, un cursus studiorum quindi gia’ fortemente predisposto alla carriera diplomatica  e dedicai comunque complessivamente due anni alla preparazione del concorso.

A mio giudizio almeno due anni pieni se non si e’ gia’ effettuato un percorso universitario specifico e mirato (in quel caso puo’ anche bastare un solo anno di studio intenso). Occorre mettere in conto che passare al primo tentativo e’ l’eccezione non la regola, quindi non bisogna scoraggiarsi in caso di un primo insuccesso. Il concorso diplomatico e’ una prova di fondo non di velocita’.

Ho 30 anni: sono troppo vecchio per preparare il concorso?

Per le caratteristiche del mercato del lavoro italiano e per la crescente diversificazione del bacino di risorse umane da cui il MAE attinge, capita  che la carriera diplomatica non costituisca la prima occupazione e che si abbiano gia’ alle spalle delle precedenti esperienze professionali.

E’ anzi interesse dell’amministrazione “allargare la rete” il piu’ possibile per quanto riguarda le assunzioni e le esperienze professionali precedenti costituiscono dunque un vantaggio e non certo un handicap. Normalmente, tenuto conto dell’eta’ cui ci si laurea in Italia, i neo-diplomatici entrano in Carriera  mediamente a  27-29 anni.

Ci sono naturalmente eccezioni sia nel caso di enfants prodiges che entrano nei ranghi a 23-25 anni. Ma ci sono anche dei “late bloomer” che superano il concorso gia’ trentenni o anche di piu’,  in particolare per quei casi di mobilita’ interna in cui  funzionari della carriera amministrativa del MAE superano il concorso diplomatico. Il limite di eta’ per il concorso e’ generalmente di 35 anni ed e’ calcolato sulla base dell’aspettativa di un ragionevole scorrimento di carriera.

Ma se entro in Carriera verso i 30-35 anni la mia carriera sara’ penalizzata? Riusciro’ comunque a raggiungere i gradi apicali?

Non necessariamente. I diplomatici vanno normalmente in pensione a 65 anni ma possono estendere la propria permanenza nei ranghi fino a 67. Se si entrasse in carriera a 35 anni si avrebbero dunque davanti ancora 32 anni di servizio, tempo suffciente – se se ne hanno le qualita’ – per raggiungere i gradi apicali della carriera (Ambasciatore e Ministro Plenipotenziario). Occorre tenere presente che solo pochi raggiungono il grado di Ambasciatore (ve ne sono attualmente solo una trentina su un migliaio di funzionari).

Dunque il grado che la maggioranza dei diplomatici puo’ ragionevolmente ambire di raggiungere e’ quello di Ministro Plenipotenziario. Questo e’ perseguibile con una progressione regolare di carriera dopo 25-27 anni dall’ingresso nei ranghi. Va comunque detto che gli scorrimenti interni non sono automatici ma soggetti alla costante valutazione del servizio prestato.

Non e’ dunque detto che si diventi Ministro Plenipotenziario, ci sono molti colleghi che terminano la loro carriera con il grado di Consigliere di Ambasciata  (raggiungibile dopo 15 anni) o di Consigliere di Legazione (raggiungibile dopo 10 anni).

Quali lingue straniere bisogna conoscere?

The more, the better. La padronanza dell’inglese (scritto oltre che parlato) e’ naturalmente essenziale.Essere versati nelle lingue europee e’ opportuno soprattutto se si opera in ambito comunitario. Conoscere il francese ancora oggi non guasta, non solo perche’ questa e’ stata la lingua storica della diplomazia (notare l’uso del passato) ma perche’ e’ ancora la lingua veicolare in Africa occidentale.

Inoltre il francese e’ lingua ufficiale e di lavoro di Unione Europea e Nazioni Unite. Certamente servono tedesco e spagnolo. Per un diplomatico italiano e’ opportuno conoscere spagnolo e francese sia per la vicinanza storica e culturale con queste due nazioni ma anche perche’ si tratta di lingue che non ci risulta particolarmente difficile apprendere.

Ma non bisogna limitarsi alle lingue europee, consiglio di investire anche in quelle extra-europee. Il Ministero degli Esteri ha infatti oggi un bisogno estremo di linguisti versati nelle cosiddette lingue di difficile apprendimento, ad esempio, nell’arabo, nel cinese e nel russo. Non guastano piu’ esperti di giapponese e farsi.

La Farnesina cerca di assumere giovani che, gia’ al momento del concorso, conoscano una lingua di difficile apprendimento. La Farnesina acquista cosi’ il prodotto gia’ finito, “chiavi in mano” e non dovra’ formarlo successivamente spendendo risorse proprie. Il mio consiglio e’ dunque di studiare queste lingue intensamente. Studiarle e soprattutto certificarne la conoscenza. Al momento del concorso si possono allegare i certificati come titoli. Si puo’ chiedere di sostenere una prova supplementare in una lingua di difficile apprendimento. Si avranno punti in piu’ rispetto agli altri candidati. Sulle lingue si puo’ vedere questo mio post.

Per preparami al concorso, devo necessariamente frequentare un corso di specializzazione?


Sono corsi certamente utili ma non necessari.  Essi hanno soprattutto il vantaggio di preparare alla redazione dei temi. In sostanza il principale vantaggio e’ soprattutto di avere qualcuno che corregga i compiti e da’ consigli redazionali e bibliografici. Per un elenco delle istituzioni che offrono corsi di preparazione al concorso diplomatico rimando al sito della Farnesina. La loro utilita’ principale risiede a mio giudizio nel creare un level playing field tra candidati dal background accademico diverso.

Infatti, possono servire per colmare lacune su alcune materie che non sono state oggetto di studio specifico durante gli anni universitari. Servono dunque soprattutto per chi negli studi universitari non ha necessariamente affrontato le materie concorsuali. Per altri possono costituire piuttosto una rifinitura della preparazione. Per come e’ impostato adesso il concorso diplomatico serve ancora soprattutto molto studio (in solitudine) sui manuali. Sui corsi di preparazione ho condotto sul blog un sondaggio con questi esiti.

Sto per laurearmi e conto di andare all’estero per un corso di specializzazione in relazioni internazionali. Cio’ mi potrebbe distrarre dalla preparazione del concorso: mi consiglia questa esperienza?

Nella mia esperienza, il risultato migliore lo si consegue focalizzando le proprie risorse ed energie senza dispersioni dell’impegno.

Credo che fosse Andrew Carnegie che diceva: ” You have to put all your eggs in one basket and then…watch it!”.

O come anche diceva Confucio:” Chi insegue due conigli allo stesso tempo finisce per catturane nessuno”.
Cio’ detto un’esperienza accademica, post- universitaria all’estero (master. ecc.) non predispone necessariamente ad affrontare il concorso diplomatico, cosi’ come e’ strutturato. Essa puo’ pero’ risultare compatibile con la preparazione del concorso ed anzi in alcuni casi qualificante, tenuto anche conto della valutazione dei titoli in sede di concorso.

Inoltre puo’ anche rafforzare il candidato dal punto di vista linguistico.  L’esperienza estera e’ sempre da consigliare perche’ le consente di crescere dal punto di vista esistenziale. Si tratta dunque di una crescita che -indirettamente- puo’ contribuire al miglioramento della sua predisposizione ad affrontare la carriera diplomatica.

In ogni caso e’ un’esperienza che puo’  aprire opportunita’ professionali stimolanti, eventualmente alternative alla diplomazia. In estrema sintesi: serve un master? Per avere possibilita’ di riuscita al concorso serve una preparazione mirata, metodica sui programmi descritti nel bando. Tutti i percorsi formativi che assistono nel perseguimento di questo obiettivo sono utili.

Quali competenze devo in particolare sviluppare? Che consigli si possono dare per studiare efficacemente?


Tenuto conto del modo in cui e’ attualmente strutturato il concorso diplomatico, la principale competenza del candidato e’ quella della redazione nella lingua italiana. Tutte le prove del concorso accertano la capacita’ di espressione scritta, che deve essere corretta, articolata, fluida e sintetica. Del resto, nel corso delle sue mansioni il diplomatico e’ quotidianamente impegnato nella scrittura. E’ dunque comprensibile che il concorso accerti tale competenza.

La seconda fondamentale competenza e’ la conoscenza di piu’ lingue straniere. Non basta una conoscenza scolastica. In particolare per quelle che fanno oggetto delle prove obbligatorie essa deve essere molto avanzata, in particolare per quel che riguarda la redazione.

Per affrontare con sicurezza le prove scritte delle materie di Storia delle Relazioni Internazionali, Diritto Internazionale ed Economia e’ fondamentale padroneggiare i manuali integrandoli con vaste letture monografiche. Occorre schematizzare il piu’ possibile  cio’ che si studia. Uno strumento che trovo al riguardo particolamente utile e di cui mi avvalgo ancora oggi sono le cosiddette “mind maps”.  Per una lista di testi consigliabili rimando a questa serie di post del blog ed all’elenco fornito dal MAE.
Sulla preparazione del concorso si puo’ anche vedere questo post.

Per diventare un diplomatico bisogna essere ricchi?


No, lo studio per diventare diplomatici non costa piu’ di quello per diventare avvocato, medico o ingegnere. Certo occorrono anni di studio e dunque di investimento. Prima si comincia a programmare l’obiettivo e meglio e’ coltivando per tempo una familiarita’ quotidiana per le materie che costituiscono la materia del diplomatico.

Nella mia esperienza  l’universita’ (Scienze Politiche) e’ stata il naturale sviluppo di un percorso avviato gia’ al liceo. La programmazione e’ particolarmente importante per lo studio delle lingue che meglio si apprendono da giovani.  Anche lo studio delle lingue si puo’ fare oggi con modalita’ ragionevolmente economiche.

Va bene, per fare il diplomatico non bisogna essere ricchi, ma lo si puo’ diventare facendo questo mestiere? Quanto guadagna un diplomatico?


Sul piano puramente materiale quella del diplomatico non e’ forse la carriera piu’ indicata per chi vuol diventare milionario.Tuttavia,  essa consente certamente una vita piu’ che dignitosa a condizione che si sappia gestire la realta’ oggettiva che quella del diplomatico e’ una famiglia tipicamente monoreddito.

Infatti, la carriera diplomatica italiana – nelle sue attuali modalita’ – determina una spiccata schizofrenia nell’attitudine individuale al consumo risultato di retribuzioni (estera e metropoliana) profondamente diverse. Cio’ impone una capacita’ di pianificazione del proprio piano di consumo e di risparmio in una prospettiva pluriennale.

La retribuzione durante il periodo di servizio estero compensa le ristrettezze metropolitane consentendo quel risparmio necessario.E’ difficile e non tutti vi riescono. Semplificando, il trattamento economico estero italiano ha carattere forfettario rispetto ad analoghi strumenti di paesi esteri. La cosiddetta ISE (indennita’ di servizio estero) copre diverse voci di spesa mentre quella di altri servizi diplomatici prevede una base retributiva piu’ bassa integrata pero’ da specifiche indennita’ (coniuge, scuole, viaggi di congedo, ecc.) piu’ generose di quelle italiane.

Va inoltre tenuto presente che l’ISE non ha carattere retributivo e non e’ prerogativa esclusiva dei diplomatici ma di tutto il personale della pubblica amministrazione in servizio all’estero. Per  maggiori informazioni al riguardo rimando  al  sito del sindacato dei diplomatici italiani, il SNDMAE.

Comunque sia, la carriera diplomatica certamente arricchisce sotto un altro profilo, quello dell’esperienza umana e personale, quanto mai diversificata e stimolante. Da questo punto di vista pochi altri lavori vi arricchiranno come quello del diplomatico.

Il lavoro del diplomatico e’ quello del passacarte?


La Farnesina e’ una grande burocrazia ed una delle funzioni della burocrazia e’ anche quella cosiddetta di “pushing papers”.  Leggere o rileggere Max Weber. La diplomazia contemporanea ha inevitabilmente anche una sua dimensione gestionale e burocratica. Una delle qualita’ richieste al giovane funzionario e’ di svolgere un lavoro oscuro e poco appariscente di redazione, di interazione, di problem solving, ecc.  Quello che in gergo si chiama “smazzare”.

Insomma se ci si aspetta di scrivere, dopo poche settimane di servizio, l’equivalente italiano del lungo telegramma di Kennan, si va probabilmente incontro ad una delusione. Infine, occorre tenere presente che alle caratteristiche di prudenza e la gerarchicita’ dell’organizzazione (v. sotto) si abbinano pesanti orari di lavoro.

La Farnesina valorizza i giovani?


La Farnesina e’ un ambiente professionale “challenging”. Si tratta di una  organizazione grande, dalle funzioni ramificate. Impadronirsi dei meccanismi, districarsi nell’organizzazione del Ministero e’ un’impresa che di per se’ richiede tempo. Alla complessita’ si aggiunge l’impersonalita’ tipica delle grandi organizzazioni.  E’ allo stesso tempo (soprattutto per i diplomatici) un ambiente molto competitivo per ragioni strutturali e gerarchico dove ci si aspetta osservanza della catena del comando. Per chi brami di bruciare le tappe cio’ puo’ risultare frustrante.

Alla Farnesina si e’ soliti riferirsi al giovane funzionario come al “ragazzo di bottega”. E’ un’espressione simpatica, quasi affettuosa. Fa riferimento alla diplomazia come ad un’arte.Evoca suggestioni medievali, gilde e corporazioni, maestri d’arte ed apprentisti. Sottende una complicita’ intergenerazionale nell’obiettivo comune di assicurare la continuita’ di un’arte specifica.
Tuttavia, l’espressione nasconde anche un atteggiamento che i giovani possono trovare irritante: il paternalismo. Inoltre altra caratteristica importante della cultura diplomatica e’ la prudenza. Questa e’ senza dubbio una qualita’ importante del diplomatico. Non e’ tuttavia necessariamente una qualita’ giovanile, tanto piu’ nel nostro tempo in cui si cresce con un piu’ ridotto attention span rispetto al passato ed una diffusa aspettativa di “gratificazione immediata”.

E’ vero che i diplomatici stanno sempre ai cocktail?


Tenuto conto della realta’ del lavoro diplomatico, fatta di applicazione e dedizione, ben pochi cliche’ irritano il diplomatico come quello che lo ritrae con un martini in mano e un Ferrero Rocher a portata di mano. Tale immagine e’ dura a morire ma e’  sbrigativa, fuorviante. Essa fa inoltre torto alla funzione dell’attivita’ di rappresentanza che costituisce invece una parte essenziale e importante della funzione diplomatica.

La convivialita’ resta il lubrificante delle relazioni sociali. A tavola si smussano differenze, ci si studia, ci si conosce. E’ piu’ facile negoziare con chi si e’ spezzato il pane insieme. Il tempo investito nell’ospitalita’ e nella convivialita’ e’ importante e ben speso. La rappresentanza costa fatica ma costituisce un moltiplicatore, offrendo leverage che si traduce in migliori entrature nella societa’ del paese di accreditamento ed in definitiva in migliori informazioni.

La Farnesina e’ maschilista?


Benche’ ancora lontana dai livelli scandinavi la diplomazia italiana si va colorando progressivamente di rosa. Il Ministero incoraggia le pari opportunita’. Le donne portano al lavoro diplomatico doti di intelligenza, intuito, grazia, duttilita’ particolarmente apprezzate.

Va detto che – oggettivamente- qualche difficolta’ puo’ essere incontrata dalle donne, in particolare quella di trovare un coniuge disposto a sacrificare la propria ambizione professionale accettando la vita nomadica tipica del diplomatico.Va ugualmente detto che anche un uomo puo’ incontrare oggi una simile difficolta’.

La Farnesina e’ snob?


Forse era questo il caso molti anni fa, ma il ministero negli ultimi 40 anni e’ molto cambiato e si progressivamente liberato di certe scorie. Piu’ che snobismo nella Casa si coltiva forse un senso di separatezza – anche intellettuale – accentuato dalla natura della carriera che porta spesso a condurre almeno della meta’ della propria vita’ all’estero.

Se supero gli scritti del concorso, e’ fatta?

Non e’ detto. Salvo eccezioni (il mio concorso ando’ ad esempio cosi’)  alla prova orale sono ammessi un maggior numero di candidati rispetto ai posti in palio. La prova orale non e’ dunque  una mera formalita’ che ribadisce le posizioni sortite dagli scritti. E’ una parte egualmente importante dell’esame e contribuisce alla valutazione complessiva.

Nel lavoro, l’esposizione competente, articolata e sicura, le “oral skills” soccorrono il funzionario in misura pari a quelle scritte. E di questo la commissione tiene conto. Inoltre non e’ detto che chi risulti primo agli scritti mantenga la posizione dopo gli orali.

E’ vero che i diplomatici divorziano spesso?

La sfera personale dell’agente diplomatico e’ sottoposta a fortissime sollecitazioni. Discontinuita’ sul piano degli affetti, delle amicizie sono la regola. Per i coniugi puo’ risultare difficile adattarsi ai frequenti trasferimenti oppure sacrificare la propria vocazione professionale per accomodare le esigenze di carriera del diplomatico.

Non dispongo di statistiche sulla frequenza dei divorzi, ma e’ possibile che il tasso sia leggermente superiore alla media nazionale. Va d’altra parte detto che se il diplomatico trova un’anima gemella e “like-minded” la carriera offre occasioni impareggiabili (anche per i figli) di crescita in comune costituendo  un cammino che puo’ cementare la famiglia del diplomatico in misura maggiore di altre.

Si tenga infine presente che in certi casi i diplomatici si sposano tra loro. Sul tema si veda questo post.

Il coniuge del diplomatico puo’ lavorare?


Sulla politica per i coniugi, siamo indietro rispetto ai Paesi partner UE (per non dire USA, Canada etc.). L’impianto legislativo vigente e’ antico. Siamo fermi alla legge Signorello che tutela la posizione giuridica del coniuge, gia’ eventualmente dipendente “congelando” il suo posto di lavoro al quale puo’ tornare nei periodi di stanza in Italia. E’ qualcosa ma non molto se pensi alla generale precarieta’ dei rapporti di lavoro  di oggi, difficilmente riconducibili alle fattispecie che il legislatore aveva in mente negli anni Settanta.

In Italia, durante i periodi di servizio al MAE , non ci sono evidentemente problemi, in particolare per chi ha lasciato un lavoro e puo’ dunque riprenderlo. Non e’ pero’ cosi’ per quanti un lavoro non l’avevano e vogliono magari cercarlo. In Italia, infatti,  non e’ facile entrare/uscire a piacimento dal mercato del lavoro, soprattutto a distanza di anni come inevitabilmente succede a seguito dell’alternanza tra il servizio in patria e quello all’estero. All’estero il coniuge ha diritto ad una indennita’ (nella misura di circa il 20% dell’assegno di sede).

Appare tuttavia oggi obiettvamente sempre piu’ difficile che uomini/donne accantonino oggi propri progetti, carriere per trovare esclusiva compensazione:
1) nella suddetta indennita’ per il coniuge (2) nella dimensione del volontariato/beneficienza.
Non a caso sempre piu’ colleghi stentano  a sposarsi/divorziano/si sposano tra loro. E’ difficile rendere i propri partner partecipi di un progetto di vita impegnativo come quello dell’agente diplomatico.Cio’ ha significativi riflessi sul morale ed anche sull’attrattivita’ della carriera.
Altri paesi sono piu’ avanti. Vengono talvolta  creati incarichi, impieghi dentro le ambasciate per dare occupazione temporanea ai coniugi. Tali prassi stentano a decollare nell’ambito italiano. Spazi lavorativi all’estero, magari promossi dall’Ambasciata o Consolato, sono assai ristretti e si prestano a maldicenze circa supposti favoritismi a beneficio dei consorti.

Alcuni paesi esteri facilitano l’impiego dei coniugi anche tramite agenzie specializzate nell’ inserimento nel mercato del lavoro locale. Un argomento contrario all’impegno lavorativo del coniuge nel paese di accreditamento dell’agente diplomatico e’ che esso lo rende 1) condizionabile (e quindi di riflesso lo e’ anche l’agente diplomatico); 2) incompatibile con il principio della immunita’ dalla giurisdizione civile del paese di accreditamento.

Tale situazione non appare un problema per i paesi piu’ avanzati  che pur di far lavorare i coniugi stabiliscono di rinunciare alla immunita’ dalla giurisdizione locale.Vengono conclusi al riguardo specifici accordi ed anche il MAE sta adesso valutando di concluderne di analoghi.

Quando si arriva in una sede estera che tipo di sostegno si riceve?

L’arrivo in una sede estera e’ facilitato dalla collaborazione e l’assistenza sul piano logistico della struttura dell’ambasciata e/o consolato.  Benche’ tale assistenza non sia strutturata come quella di alcune diplomazie straniere (gli americani sono particolarmente sofisticati in cio’) essa e’ di livello tale da assicurare un atterraggio morbido e l’immediata operativita’ dell’agente diplomatico e l’inserimento della sua famiglia.

In particolare nelle sedi in cui il contesto ambientale e’ particolarmente difficile (ad esempio per motivi linguistici) risulta a tale riguardo prezioso il contributo del personale a contratto locale che evidentemente meglio di ogni altro conosce la realta’ locale. Le sedi diplomatiche dispongono generalmente di apposite schede in cui riversano ogni utile informazione sul piano organizzativo e logistico che possa essere di aiuto nell’inserimento nella realta’ del paese di accreditamento. Sull’arrivo nella sede estera si puo’ vedere questo post.

Che differenza c’e’ tra un Ambasciatore ed un Console?

L’Ambasciata è la rappresentanza italiana in un Paese estero. Cura i rapporti con il Governo e le autorità politiche del Paese ospitante e promuove l’Italia e le relazioni del Paese estero con l’Italia, da un punto di vista economico e culturale.

Il Consolato si occupa nello specifico della comunità italiana residente presso l’area di competenza nei Paesi esteri. Costituisce una sorta di terminale della pubblica amministrazione italiana all’estero svolgendo funzioni che vanno dal rilascio dei passaporti agli atti stato civile, al giudice tutelare, all’assistenza dei connazionali, assicurando l’erogazione di servizi come ad esempio o degli atti di stato civile. Emette inoltre visti di ingresso a beneficio di cittadini stranieri.

Mentre l’Ambasciata in quanto rappresentanza ufficiale di uno Stato e’ unica e si trova nella capitale del Paese ospitante, i Consolati possono essere più di uno e situati, a seconda delle necessita’, in diverse città.

Esiste inoltre un rapporto gerarchico tra l’Ambasciata e il Consolato.

Per diventare Ambasciatore devo farmi amico un politico?

Il sistema italiano e’ ben diverso da quello americano dove per fare un esempio un buon 30% degli incarichi ambasciatoriali e’ attribuito a persone esterne all’amministrazione degli affari esteri. Negli Stati Uniti  vale la logica dello “spoils system“. Da questo punto di vista si puo’ dire che il sistema italiano sia relativamente  “insularizzato” dall’influenza politica. In Italia diventano infatti ambasciatori solo i funzionari di carriera.

Su un piano generale, per sua natura, la funzione diplomatica e’ ovunque svolta in stretto rapporto con il potere politico. In Italia il percorso di carriera e’ in un gran parte autodisciplinato dalla Farnesina secondo criteri meritocratici e di normale scorrimento anagrafico. Il diplomatico e’ un tecnico,dotato di competenze specifiche e costituisce dunque una risorsa per la dirigenza politica. Esiste dunque un rapporto inevitabile tra diplomatici e politici ed esso e’ tanto piu’ stretto quanto piu’ alto e’ il livello di responsabilita’ raggiunto dal funzionario (in qualche caso anche viceversa ma si tratta appunto di eccezioni).

Le nomine ad Ambasciatore e Ministro Plenipotenziario (come quelle ad altre cariche apicali di carriere della pubblica amministrazione) sono deliberate dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro degli Esteri.In questo senso e’ evidente che la  questione sia “politica”.

Sui rapporti tra diplomatici e politici si veda comunque questo mio post. Sui diplomatici che passano in politica si veda questo post.

Quanti e quali sono i gradi della carriera diplomatica?

Attualmente i gradi sono 5:
1) Segretario di Legazione  (da 1 a 10 anni di carriera);
2) Consigliere di Legazione (10-15 anni di carriera);
3) Consigliere di Ambasciata (15-22 anni di carriera);
4) Ministro Plenipotenziario (22-27 anni di carriera);
5) Ambasciatore.

Non e’ detto che li si percorra tutti. Un buon numero di diplomatici si ferma a Consigliere di Legazione o a Consigliere di Ambasciata.

Si puo’ fare carriera restando sempre a Roma?
No, ci sono adempimentimenti all’estero obbligatori in praticolare nei primi 10 anni di carriera.  Normalmente su una carriera tipo di 35-36 anni almeno la meta’ e’ passata all’estero.

Cio’ detto ci sono colleghi che per ragioni varie (soprattutto  di carattere personale) limitano nel tempo il loro periodo di permanenza all’estero. Fanno una carriera essenzialmente metropolitana, una volta fatti nei primi dieci anni -da segretario di legazione –  i necessari adempimenti (almeno una sede disagiata e quello consolare/commerciale). Non e’ detto che la loro progressione di carriera ne risenti anche se limitando la loro esposizione all’estero rinunciano ad una delle principali prerogative della carriera diplomatica.

Ho letto che un Ambasciatore e’ talvolta di nome ma non di fatto: che vuol dire?

Va sempre distinto il grado di Ambasciatore dalle funzioni di Ambasciatore. In certe sedi queste ultime possono essere svolte da funzionari che non hanno ancora raggiunto il grado di Ambasciatore.

Che qualita’ deve avere un buon diplomatico?

Non ho ancora trovato una definizione delle qualita’ del diplomatico migliore di quella del britannico Harold Nicholson:
“These, then, are the qualities of my ideal diplomatist. Truth, accuracy, calm, patience, good temper, modesty and loyalty. They are also the qualities of an ideal diplomacy. But, the reader may object, you have forgotten intelligence, knowledge, discernment, prudence, hospitality, charm, industry, courage and even tact. I have not forgotten them. I have taken them for granted”.

La fede religiosa e’ un ostacolo all’ingresso nella carriera diplomatica?


La religione non e’ certamente un ostacolo. Ho colleghi che sono di religione ebraica. C’e’ anche qualche islamico e pure dei buddisti. Direi che questo non e’ assolutamente un problema.Su questo tema si puo’ vedere qui.

Come si prepara un diplomatico alla missione in un paese che non conosce?
Acquisire conoscenza del paese di destinazione e’ oggi abbastanza facile. Anzi il problema e’ quello dell’eccesso di informazioni da cui selezionare. Guide turistiche, libri di storia,biografie, letterature,romanzi, poesie,cultura pop, riviste economiche, fonti aperte, internet,ecc.  c’e’ veramente l’imbarazzo della scelta. Ancora prima di averci eventualmente messo piede si puo’ ricavare una mole enorme di informazioni che faranno da base per sviluppare la successiva conoscenza sul terreno.

Facendo il diplomatico perorero’ la causa della pace?

Bisogna sgombrare il campo da equivoci. Un diplomatico rimane uno strumento per l’avanzamento di interessi pragmatici spesso egoistici e non necessariamente altruistici. Tali interessi la diplomazia persegue preferibilmente con gli strumenti del dialogo. Sottolineo l’avverbio. Su questo punta si legga questo post.

Inoltre, la diplomazia contemporanea ha accentuato inoltre il carattere “promozionale” della funzione diplomatica. Senza farne necessariamente un piazzista, il diplomatico vende un prodotto – il paese che rappresenta. Vendere – come si sa – e’ difficile. Il diplomatico italiano vende  un prodotto di successo o comunque che non suscita indifferenza,  il “brand Italy”, che seppur tra difficolta’ si vende ancora bene.

Nel vendere il “brand Italy” si avanzano gli interessi del Paese e si rende dunque un servizio alla collettivita’. Questo puo’ di per se’ costituire un motivo di gratificazione.

Se mi stanco della Carriera, che altro lavoro posso fare?


La specialita’ del diplomatico e’ spendibile in altri ambiti professionali. Alcuni di questi ambiti costituiscono delle evoluzioni, delle transizioni naturali dalla professione diplomatica.
Cio’ perche’ esiste una continuita’ nella materia oggetto della professione. Cambia pero’ la prospettiva. Ad esempio, il giornalismo e’ certamente uno sbocco. Per citare il caso forse piu’ famoso, basti pensare all’Ambasciatore Sergio Romano che, dopo aver lasciato la carriera all’inizio degli anni Novanta, ha conosciuto una sorta di “second life”, una feconda stagione di editorialista, giornalista, opinionista e storico.

L’insegnamento universitario costituisce un altro sbocco naturale e consueto. L’essersi misurato sul campo con i concreti problemi internazionali apporta all’insegnamento impartito dal diplomatico un senso di realismo e di praticita’ di cui l’accademico puo’ invece essere privo. L’attivita’ di consulenza e’ un altro esempio.

Voglio avvicinarmi alla diplomazia, cosa posso fare?


Uno stage presso il Ministero degli Esteri o uno dei suoi uffici all’estero, puo’  effettivamente costituire una utile opportunita’ per avvicinarsi alla Carriera diplomatica. La Farnesina ha dal 2001 avviato una Convenzione con la Conferenza dei Rettori Universitari italiani (CRUI).La Convenzione consente la possibilita’ di svolgere stage di tre mesi presso gli uffici ministeriali. Ben 66 atenei italiani partecipano alla Convenzione.

Tali periodi di formazione sono certamente utili per familiarizzare i neo-laureati con la struttura burocratica del Ministero degli Esteri ed anche con la specifica “cultura aziendale” della Farnesina. Per informazioni si puo’ vedere questa pagina del sito del MAE e/o contattare l’Istituto Diplomatico del MAE. La loro utilita’ dipende dall’atteggiamento con cui si affrontano, dalla velocita’ con cui ci si ambienta e si e’ in grado di dare un contributo concreto all’attivita’ dell’ufficio, dal rapporto che si stabilisce con il tutor, dalle motivazioni che il tirocinante sa darsi e dare al tutor.

Sull’utilita’ degli stage si puo’ vedere questo mio post.

Ritengo infine che esperienze nel campo della cooperazione e stage presso istituzioni internazionali siano attivita’ propedeutiche a future carriere internazionali. Anche le esperienze di ‘simulazione’ sono utili. Si veda al riguardo questo post.

Ci sono alternative alla cariera diplomatica ma pur sempre entro il Ministero degli Affari Esteri?


Ce ne sono e di interessanti, ad esempio quelle che riguardano la promozione commerciale e culturale. Ne parlo in questo post. Certo, tali carriere stanno alla carriera diplomatica come la Champions League  sta alla Europa League… Dal punto di vista retributivo le carriere amministrative sono pagate meno per il servizio metropolitano rispetto  ai diplomatici ma compensano con una piu’ rapida e prolungata turnazione all’estero. Esiste comunque per quanti accedono alle carriere amministrative la possibilita’ di un passaggio interno ed anzi sono diversi i casi dei passaggi dalla carriera amministrativa a quella diplomatica.

Questo tipo di osmosi interna e’  importante sia perche’ ‘accorcia le distanze’ tra le varie anime dell’amministrazione degli esteri e sia perche’ arricchisce la componente diplomatica di una esperienza fondamentale quale quella della carriera amministrativa, che e’ chiamata a compiti di sempre maggiore responsabilita’ e complessita’. Esisteva anni fa un certo pregiudizio per questa osmosi legato al sospetto con cui i diplomatici guardavano ad una mentalita’ meno ‘idealistica’  (quella per capirsi che faceva riferimento ad una presunta “vocazione” alla missione diplomatica e di cui gli amministrativi sarebbero stati relativamente piu’ carenti) ma al riguardo il Ministero negli ultimi anni e’ molto cambiato.